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Applausi

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Devo questa nuova riflessione ad un piacevole confronto avvenuto su Skype, oramai diventato il mio “balcone”, con un mio fraterno amico che senza enfasi sottolineava la caducità di tutte questi apprezzamenti, di queste celebrazioni che, a giusto avviso, il popolo comune e tutte le Istituzioni stanno tributando a chi lavora in ospedale, medici ed infermieri, senza distinguo, e alle autorità in divisa.

Si chiedeva, con un amaro realismo, quanto tempo dureranno e fino a quando il grande cuore italiano continuerà a battere all’unisono. L’applauso è un modo per farsi coraggio nell’affrontare l’emergenza e per esprimere soprattutto il proprio riconoscimento ai sanitari che in tutto il Paese lavorano in corsia per la cura dei contagiati, alla Polizia e ai Carabinieri che sono in strada a controllare che le ordinanze siano rispettate e ad evitare che affiorino atteggiamenti delinquenziali. Un’onda di applausi corre per tutta la Penisola e ci fa sentire meno soli.

L’applauso, come lo intendiamo oggi, ha origine nel periodo del teatro classico greco, perfezionato e disciplinato durante l’antica Roma, ha attraversato secoli, e con la nascita della radio e soprattutto della televisione è diventato parte quotidiana nelle nostre vite.

Da un punto di vista antropologico, è considerato come metafora dell’abbraccio, ovvero una manifestazione di affetto a distanza. Fin dall’antichità è un modo per esprimere la propria approvazione, il proprio consenso a una o più persone. Nell’antica Mesopotamia gli applausi erano impiegati per coprire le grida delle vittime sacrificali durante i riti religiosi.

La storia, non soltanto quella recente, è piena di applausi: calorosi o sarcastici, giusti o ingiusti, istintivi o stimolati. È un impulso inconscio che nasce dal cervello per scaricare un eccesso di energia e di sentimenti, col tempo si è modificato in un gesto convenzionale, suggerito più dalle norme sociali che dalle emozioni.

Ci stiamo abituando a questi applausi, alle urla inneggianti, a queste sirene che celebrano l’operato di una determinata categoria spesso sotto l’occhio del ciclone. È un segno che ci accomuna, che sazia la voglia di non inginocchiarsi di fronte a questo orrore, che ci fa sentire semplicemente meno vulnerabili. Ritorniamo a credere che esistono i supereroi, in attesa che Dio dica la sua.

Possiamo affermare che, paradossalmente, incertezza e impotenza sostengono l’impegno etico, spingono la capacità inventiva, convocando tutti ad una maggiore competenza nel combattere situazioni complesse, ricercando soluzioni non facili, sfruttando la volontà di controllo che poniamo nel fronteggiare le avversità ma che disperdiamo quando l’incontrollabile diviene un’onda anomala che si abbatte sulle nostre esistenze.

In questi casi ci viene in soccorso l’eroe: il Superuomo che annichilisce il male, si porta con sé il dolore del mondo evitandolo agli altri. Andando ad invitare Nietzsche al nostro tavolo: il suo superuomo non è un uomo con il fulmine in mano, ma una coscienza che si schiude al mondo come mai accaduto prima.

Egli va oltre il mondo convenzionale, nel quale la responsabilità dell’uomo diventa assoluta e non certo in maniera astratta. Incoraggiandolo a sentirsi più vivo di quanto lo sia nel mondo materialista e ad assumere, quindi, le giuste iniziative razionali e sentimentali per comandare gli eventi, anziché finirne prigioniero, aspirando ad andare oltre la propria fisicità perché ha le risorse intellettuali e morali per farlo.

Ecco che nell’assalire ogni dilemma articolato e difficile come la pandemia causata dal Coronavirus, l’impegno etico e il riconoscimento del merito tendono a promuovere progetti concreti che aprano possibilità di azione morale e che favoriscano cambiamenti che gradualmente investono l’individuo fino alla collettività.

Eppur vero che la gratitudine fino a ieri pareva assente, grande misconosciuta in una società dove la “fuga dalla libertà”, come direbbe Fromm sulla scia di Spinoza, rende impossibile essere grati.

Concretamente, la tradizione etica considera la gratitudine un bene prezioso, fondamentale e sostanziale, per i singoli individui e per l’intera umanità perché promuove la fiducia e consente di trovare elementi positivi nella vita di ogni giorno, oltre ad essere anche un sentimento istintivo basato su empatia con gli altri e consapevolezza di sé.

Diceva Yogi Bhajan:

L’atteggiamento di gratitudine è il più alto modo di vivere, ed è la più grande verità, la più alta verità.
Se sei grato per quello che hai, allora Madre Natura ti darà di più… Se non riconosci quello che hai, in gratitudine, non ne avrai mai di più… Perciò sii riconoscente. Prendi un atteggiamento di gratitudine, troverai che l’intero universo verrà da te.

Sembra un passaggio semplice e scontato di fronte all’evidenza, ma sappiamo che non è così. L’aiuto, il sostegno ricevuto, anche la grazia è facilmente rimosso, cancellato.
Come qualcosa di scomodo, che mette a rischio il nostro essere e ci impedisce di identificare la verità, ovvero il fatto che abbiamo ricevuto qualcosa non tanto per i nostri meriti ma per la clemenza e l’ausilio di altri. Ai quali non riconosciamo nemmeno un grazie. Forniamo magari un ostico e orgoglioso silenzio, rimozione evidente di una piccola cosa che consideriamo troppo scomoda, al punto che ci conviene negarla.

Essere grati è un segno tangibile di civiltà, è un apprezzamento al prossimo e alla sua umanità (meravigliosa parola che stiamo riscoprendo involontariamente), è una preghiera laica dopo un miracolo, è distillare luce nell’abisso e, soprattutto, dare valore alla brevità della vita. Il senso vero dell’esistenza è proprio la sua fragilità, è strettamente legato alla sua vulnerabilità, alla debolezza che ci affanna da sempre.

Anche Gesù nel Vangelo descritto come sorpreso dalla forza della ingratitudine, ma non disapprova l’uomo altezzoso, nel dimostrare riconoscenza. Una delle cose più sagge sulla gratitudine è stata pronunciata da Confucio, ed è un ammonimento che non deve suonare sinistro, ma realista:

Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine.

Essere grati e riconoscere a chi ci ha fatto del bene i propri meriti dovrebbe una costante della nostra società e un doveroso atto conseguenziale, ma sappiamo che non è nel costume del medio italiota che normalmente ripaga in ingratitudine e menefreghismo.

Ecco che oggi quegli applausi diventeranno pugni sbattuti e quegli inni diventeranno urla di rabbia. Basterà poco, basterà che uno solo sbagli, commetta un’imprudenza o metta il piede in fallo, o ancor meno sia accusato – magari senza alcuna prova – di aver agito con sconsiderazione. Ne deriva la logica del capro espiatorio che mostra come la mente umana assetata di ambiguo giustizialismo possa divenire pervertita, trasformandosi e riducendo il suo operato in una falsa ricerca di attribuzione di colpa.

Nell’afflizione causata dall’infezione o dalla malattia che si spartisce, la probabilità di una reiterata solidarietà esistenziale è rimpiazzata dall’espediente emotivo che individua nell’altro, in chi non è come me – per motivi politici, culturali, religiosi, razziali, etnici e linguistici – il responsabile e il colpevole. E se non avviene oggi, accadrà domani.
Non senza dolore.

Oggi la priorità è affidarsi ai nuovi martiri, ma siamo tutti consapevoli che domani basterà poco per gettare nel più bieco oblio il sacrificio di tanti per un errore del singolo. E allora chiederemo la forca per i medici senza cuore, invocheremo i tribunali per gli infermieri insensibili, grideremo al rogo per il primo poliziotto che avrà colpito, magari per difendersi, lo stronzetto di turno che non riconosce la pubblica autorità.

Sia chiaro noi tutti dobbiamo essere imparziali e riconoscere che, in ogni categoria e ambiente lavorativo che si rispetta, c’è chi non sempre è lo specchio della correttezza e non sempre è la purezza fatta persona. Il marcio c’è in Danimarca come c’è in tutto il mondo. L’esemplarità è nella filosofia.

Abbiamo e avremo medici che in barba al giuramento di Ippocrate sbaglieranno diagnosi, l’infermiere che fumerà di nascosto in corsia, le guardie che abuseranno del potere costituito, i giornalisti che scriveranno in malafede, i preti che avranno l’anima sconsacrata, i ricchi che fingeranno di vivere in trenta metri quadri e i poveri che si sbraneranno per un tozzo di pane. Da questo non ne usciremo mai, altrimenti abboniamoci tutti a Walt Disney e lasciamo perdere.

La verità, senza abusare da parassita di questa parola e del suo intimo significato, è una perla troppo rara da darla in pasto ai porci e noi abbiamo il compito di affrontarla senza offenderla e senza denigrare la nostra onestà intellettuale confondendola con la pochezza di un buonsenso momentaneamente tolto dalla modalità aereo e dal detestabile buonismo onnivoro che ha generato nel tempo la peggiore corruzione dell’anima. Essa ha l’obbligo di incendiare, di essere turgida nel crepuscolo del tempo, ha il dovere di ingiuriare il pressapochismo e l’ingegno costruito a tavolino.

È importante non semplificare la realtà pur di renderla comprensibile perché, così facendo, distorciamo e creiamo una mancata comprensione della verità e dei fatti. Messo in chiaro che mi schiero, in questo caso, con il politically incorrect, che seppur addolorato sono certo che ogni reprimenda è solo un palliativo da ingurgitare per rendere meno amara la medicina che qualcuno ci ha prescritto, credo che la riconoscenza post Coronavirus avrà vita non facile, sarà spesso messa nel mirino dei cecchini mestieranti, non godrà di ottima salute perché l’antidoto all’ingratitudine nessuno lo inventerà mai.

Per Lao-Tsè “la memoria del cuore”, come definì la riconoscenza, è un segno profondo e in evoluzione della nostra anima, ha capacità di imparare e riconoscere il valore di ciò che si è ricevuto, accogliendone memoria e creando una speciale relazione con chi ha fatto del bene. In ebraico si traduce con hodoth ed esprime, prima di tutto, il dare la propria approvazione a qualcuno e, poi, il ringraziare. Senza che tutto ciò si sciupi soltanto all’interno dell’anima ma divenga realtà effettiva di conoscenza, relazione, emozioni e gesti concreti.

La riconoscenza esiste in natura ma viene colta da pochi come un legittimo beneficio della propria anima, come una cassa di risonanza che può cambiare radicalmente la vista del proprio lavoro, del proprio io e degli altri. Può sembrare un sentimento sperimentato accidentalmente che non consente di dire se una persona sia in modo stabile riconoscente o no.

Perché questo sia possibile, la gratitudine dev’essere uno stato incessante della personalità: una modalità di essere che prepari la persona a prendere coscienza con incredulità di aver ricevuto un dono non cercato, da qualcuno che non si attende nulla in cambio; un dono che provoca uno stato emotivo che la svincola da risentimenti e la conduce a reagire, a sua volta, in modo positivo e altruista con gli altri.

A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza.
Adriano Olivetti 

Da capire se sapremo attribuire alla gratitudine un carattere atemporale. Dobbiamo sperare che gli applausi di oggi diventino l’effetto domino che servirà a far scatenare dentro di noi un riconoscimento imparziale, veritiero, continuo e che garantirà a chiunque la consapevolezza che nessuna categoria è estranea alle critiche ma, allo stesso tempo, non può essere oggetto di bersaglio semplicistico, fomentato da lobby e impallinato per pregiudizi mai realmente sradicati; perché va detto che le decisioni che prenderemo, il pensiero che idealizzeremo, la volontà che costruiremo durante la pandemia di Coronavirus determinerà il cambiamento delle nostra società anche quando supereremo la malattia.

Noi tra isolazionismo e cooperazione stiamo scegliendo la seconda. Almeno la maggioranza di noi. La cooperazione porta a comprendere la criticità e ad apprezzare chi lavora per il comune agio e per favorire sviluppo e serenità, chi è capace dare la vita per salvare quella del prossimo.

Per quanto tempo ancora, dopo il terrore che stiamo vivendo, ricorderemo i volti straziati dalla stanchezza e il calco delle mascherine dei medici e degli infermieri, per quanto tempo ci commuoveremo nel sentire l’inno e ci sentiremo uniti sotto la stessa bandiera, per quanto tempo suoneranno le sirene di compiacimento, applaudiremo le forze dell’ordine e chiederemo a voce alta il loro intervento, per quanto tempo saremo riconoscenti a queste persone che hanno vissuto un dramma nel dramma, mettendo da parte interessi personali e famiglie?

Se il mondo dovesse tornare alla normalità post Coronavirus, dovremmo tutti aver compreso una lezione: rispettare chi fa del suo lavoro una missione. Non affidargli nessuna aureola o presunzioni miracolose. I medici, gli infermieri e le forze dell’ordine – prendo loro come esempio perché sono state le categorie più rivalutate in questa tragedia – faranno sbagli, commetteranno leggerezze (la speranza che nessuna di queste causi dolori indefinibili e danni irreparabili) ma non per questo meriteranno di tornare nell’ombra dei nostri dubbi, operando un’azione di rivalutazione delle loro gesta che sfiori la negazione di quanto finora fatto con amore, devozione e assoluto rispetto del valore della vita umana.

Dopo questo evento, arrendiamoci: il mondo non sarà più lo stesso e, con molte ed ovvie probabilità, non lo saremo più noi. Dovremo adattarci ad un nuovo stile di vita, ad una nuova socialità, sperimentare nuovi modelli di lavoro, curare gli interessi adattandoci ai limiti che ci verranno imposti e relazionandoci con la politica e l’economia con maggiore distacco o con più coinvolgimento.

Questo non dipenderà solo dagli altri, dalle regole che verranno calate, ma dipenderà soprattutto da noi. E da noi dipenderà mantenere inalterato questo rispetto e questa gratitudine verso chi ha combattuto, è il caso di dirlo, anche a viso aperto contro questo mostro invisibile. Spesso non aiutato dalle Istituzioni e dalla gente comune che vanno sempre alla ricerca del capro espiatorio utile a saziare la maledetta fame di giustizialismo, di caccia al colpevole, pronti ad ingiuriare il presunto traditore per un posto al sole o per quei quindici minuti di gloria che sono alla base del moderno modello di tribunale dell’inquisizione.

Non sappiamo, quindi, cosa ci riserverà il futuro ma possiamo immaginarlo e meglio ancora costruirlo insieme, partendo anche da questi applausi. Evitando che un giorno diventino ira e tensione, dimenticando il sacrificio di chi ha perso la vita per salvare quella del prossimo, facendo un lavoro oscuro che permette a questa Repubblica di reggersi ancora in piedi.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Manager di una azienda delle TLC in cui opera da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato con due bambine.