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Alesio. La misterica maschera di Sarno: intervista a Orazio Ferrara

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Alesio


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Il racconto di un simbolo della millenaria comunità dell’agro sarnese-nocerino

Siamo nel periodo di Carnevale e abbiamo deciso di parlarvi di una maschera popolare che a molti non dirà nulla, ma che è una delle tre “riconosciute” della Campania e appartiene a un paesino dell’agro sarnese-nocerino, quella zona che gli antichi romani chiamavano Campania Felix.

Stiamo parlando della maschera di Alesio e, per farlo, ci rivolgiamo ad uno dei massimi esperti, il prof. Orazio Ferrara, che ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Orazio Ferrara e Abel Ferrara
Orazio Ferrara e Abel Ferrara

Scrittore e saggista, nato a Pantelleria (TP), vive a Sarno (SA) e negli anni Settanta ha fatto parte del Gruppo 77, gli intellettuali della rivista romana Futurismo Oggi, diretta da Enzo Benedetto, amico ed allievo di Marinetti.

Alesio è la maschera di Sarno, ci puoi raccontare la sua storia?

Dal punto di vista della festa del Carnevale la città di Sarno deve considerarsi fortunata, in quanto ha una propria peculiare originale maschera, che è appunto quella di Alesio.

Infatti, la genesi, e quindi la paternità delle grandi maschere italiane, quali Arlecchino, Brighella, Pantalone, Colombina, Pulcinella, etc., è di norma appannaggio delle aree metropolitane o di importanti città. Quindi sono rari i centri di provincia che possono rivendicarne una tutta loro.

Nella nostra regione, dove regna sovrana la grande maschera tragicomica napoletana di Pulcinella, vi sono solo altre due maschere e ambedue originarie di centri minori: a Nola (NA) frate Braciola, ovvero don Luca Scarola, e a Sarno il nostro Alesio, dalla faccia gialla e blu.

La sarnese maschera di Alesio furoreggiò nei Carnevali dell’omonima cittadina sul finire dell’Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento, come informava lo storico Silvio Ruocco in un suo articolo sul prestigioso quindicinale “Il Carattere”, precisamente nel numero dell’8 marzo dell’anno 1926.

Nello stesso pezzo, il Ruocco dava anche una gustosa descrizione della maschera. Successivamente, Alesio dalla faccia gialla e blu cadde nel dimenticatoio, salvo poi essere riscoperto alla fine degli anni Settanta del Novecento.

Da allora, il Carnevale sarnese ruota tutto intorno a questa maschera. Il carro allegorico che la rappresenta, annualmente in modo diverso, ma sempre nei colori canonici, apre ogni anno la sfilata di tutti gli altri carri.

La riscoperta della maschera fu dovuta in parte anche a me, che, all’epoca, la descrissi in diversi articoli su vari periodici locali e non.

Infine, nel 2010, per sollecitazione dell’Associazione Carnevale Sarnese, Presidente pro-tempore Carmine Buonaiuto, pubblicai un libro sull’argomento dal titolo ‘Alesio la maschera di Sarno e tiempe bell’ ‘e na vota’ che ebbe una larga diffusione.

Ultimamente una studentessa universitaria mi ha contattato in quanto intenderebbe fare la sua tesi di laurea proprio su questo argomento. Quindi, auguri ad Alesio per mille anni ancora.

Somiglia vagamente a Pulcinella, anche se ha la faccia gialla e blu. Questi colori hanno un significato?

Pulcinella e Alesio indossano ambedue un largo camicione bianco, ma già il copricapo si differenzia, non nel colore, che resta candido, ma nella forma: lungo coppolone per Pulcinella, corto “cuppulicchio” per Alesio. È nel viso che i due si distinguono.

Pulcinella ha una maschera nera, che si sovrappone a larga parte della faccia. In Alesio il volto stesso diventa maschera, in quanto simmetricamente diviso, dalla fronte al mento, in due tinte: da una parte il giallo dall’altra il blu.

A suo tempo scrissi che Alesio, in un certo qual modo, è il superamento di Pulcinella, per via di quella sua maschera surreale e metafisica, che rimanda all’alienazione tipica del mondo moderno. Lo rivelano quei due colori, che non riflettono altro che la doppia natura dell’essere umano: celeste ed infera. Sole, calore e vita ci dice il giallo; acqua, freddo e morte ci risponde l’azzurro cupo. Eterna ambivalenza di sempre, tra disperazione e speranza, tra vita e morte.

A cosa si riferisce il vaso con le polpette?

Alesio è anche maschera dissacratrice per il suo tempo, in quanto, con gesto sacrilego per la turba dei lazzari perennamene affamati, porta sempre in mano un vaso da notte ricolmo nientemeno che di… saporiti maccheroni. è l’estrema beffa che la parte metafisica di Alesio fa alla sua rimanente parte umana.

Parliamo un po’ del testamento, che Alesio redige in 12 punti un’ora prima di esser bruciato vivo l’ultimo di Carnevale, e del suo significato allegorico.

Alesio, che sa di dover morire proprio nel giorno più allegro dell’anno, quello del Carnevale – più contraddizione di così! -, nello stilare il suo testamento lo riempie di significati riposti, alludendo alla vita dolce – amara di ogni essere umano. Infatti, in premessa, scrive:

pecché chesta è ‘a vita nosta, na vota si rire e na vota se chiagne“, cioè “perché questa è la vita nostra, una volta si ride e una volta si piange”.

Poi rivela e prende in giro i difetti di tutti i componenti della comunità umana in cui è vissuto fino ad allora. Solo quando non si ha più niente da perdere allora può cadere la maschera dell’ipocrisia, che indossiamo quotidianamente, e si può dire finalmente quello che si ha nel cuore: la verità.

Ce n’è pure per i parenti e i santi.

Sentiamo:

Alli parente mieie ca song’ pegge ri cannibali nun lasse niente. Ma chi s’addà squaglià stu poc’ ‘e ‘nzogna? Chille po’ sordarielli ca m’aggio stipati, me servono pe’ pavà quarche santo. Senza sante nun se va ‘nparaviso e Sante Mangione nascette mill’anne primma ‘i Cristo”.

Che tradotto è: “Ai parenti miei che sono peggiori dei cannibali non lascio niente. Ma chi se lo deve squagliare questo poco di sugna? Quei pochi soldi che ho conservato, mi servono per pagare qualche santo: Senza santi non si va in paradiso e Santo Mangione nacque mille anni prima di Cristo”.

Oggi sembra che Carnevale abbia ceduto il passo ad Halloween, perché?

È vero solo in parte, d’altronde non dobbiamo avere timore delle contaminazioni, a patto, però, che non si recidano mai le nostre radici e, nel caso specifico, non si lascino morire le tradizioni delle nostre antiche, belle e fascinose maschere carnevalesche, che hanno ancora qualcosa da dire, anche alle nuove generazioni.

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Autore Mimmo Bafurno

Mimmo Bafurno, esperto di comunicazione e scrittore, ha collaborato con le maggiori case editrici. Ha pubblicato il volume "Datemi la Parola, Sono un Terrone". Attualmente collabora con terronitv.