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Violenza. Stile di vita, vendetta, astio, edonismo: troppa tolleranza

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Un fenomeno sempre più diffuso in tutte le forme, molte volte anche parte integrante di uno stile di vita

Bullismo e Baby Gang

• Eboli: 13enne picchiata in classe da una bulla. Pugni, schiaffi e graffi sul volto, Corriere della Sera.

• Castel Volturno: 14enne aggredisce un bambino di 12 anni con tirapugni all’uscita di scuola, RAI 2, ore 14:00,

• Gioventù criminale. Torino, Milano e Genova le città più calde per la presenza di baby gang multietniche, La Stampa.

Sesso

• Modena: Alice Neri uccisa dopo un tentativo di stupro, poi dato alle fiamme il cadavere, Il Giornale

• Bologna: due minori arrestati con l’accusa di violenza sessuale, Corriere della Sera

• Milano: Nell’attico con vista Duomo, ragazza drogata e abusata sessualmente durante una festa a base di sesso e droga, Milano Today

• Umbria: Violentata a tredici anni, condannata anche la mamma: l’ha fatta dormire nel letto con un amico e «accettato il rischio di possibili approcci sessuali», Il Messaggero

• Lanciano (Umbria): Ragazzina di 14 anni violentata durante la festa tra amici, racconta tutto alla mamma. Indagato un 27enne

Delitto in famiglia

• Arcore: Accoltella ex compagna e ferisce la figlia dopo una lite, RAI 2, ore 14:00

• Castelfiorentino: Uccisa con tre spari con tre spari, forse freddata dall’ex marito che non accetta la separazione, La Nazione

• Battipaglia: Uccide la moglie a coltellate, ANSA

• Alessandria: Uccide moglie, figlio e suocera e poi si suicida, AGI

Assurdità

• Frosinone: a 15 mesi ingerisce hashis, ricoverato in terapia intensiva. La madre: ‘Ha trovato l’hashis nel parco’, RAI 2, ore 14:00

• Bari, studente spara al prof con una pistola a pallini: docente e classe sotto shock, La Repubblica

Questi sono solo alcune delle centinaia di casi annunciati dai notiziari. In molti ci chiediamo cosa stia accadendo, perché assistiamo ad una vera e propria ondata di delitti di ogni genere e assurdità. Forse molte di tali forme di violenza sono sempre accadute, ma oggi più che mai la notorietà accentua il fenomeno.

Non ha alcuna importanza se siano la reiterazione del passato. Ciò che conta è che vengano rese note e lo diventino sempre più, poiché ad ogni violenza segua una denuncia e in futuro un intervento di ordine maggiore possa mitigare ciò che sta accadendo.

Anni addietro il bullismo era esclusivamente subito. Il più forte della classe dominava sul gruppo e individuava un soggetto debole, incapace di difendersi, al quale riservava ogni genere di disprezzo, imponendogli persino il divieto di esprimere liberamente le proprie opinioni in classe.

Quando il malcapitato reagiva esponendole ugualmente, quella era una buona occasione per ricevere il solito avvertimento: ‘Ti aspetto fuori!’… e accadeva davvero, e per dirla come Lucio Dalla: ‘Eran botte, Dio che botte!’

Sputi in faccia, spintoni per buttare a terra e fare rotolare nella polvere, insulti alla famiglia, in particolare alla madre alla quale il bullo si riferiva asserendo il mestiere, non proprio in pole position tra quelli auspicati, esercitato al momento del concepimento.

Gli altri compagni di classe erano quasi tutti sostenitori del violento, che assistevano indifferenti alle offese e ai pestaggi. Eh già… perché quando era giunto il momento della violenza fisica, tutti osservavano senza dire nulla, molti aggiungevano una buona dose di scherno.

La violenza sessuale era la vergogna di chi la subiva. Nessuno doveva sapere e rimaneva confinata nel segreto di famiglia, altrimenti chi avrebbe voluto per fidanzata o per moglie una donna stuprata?

Un tempo, ma non molti anni or sono, nelle tradizioni dell’Italia che fu, sposarsi da non illibata era impossibile. Figuriamoci per una non vergine perché violentata e ormai pubblicamente deflorata dell’onore.

Ma anche quando per chissà quale compromesso l’impura andava in sposa, era già in una posizione di conclamata bassezza tale da farle sentire più che nomale essere abusata dal marito al rifiuto di soddisfarlo sessualmente… immagine davvero decadente, ma quanto mai vera perché il desiderio sessuale e relativo appagamento ‘orgasmatico’ erano esclusività dell’uomo.

Il maschio al quale era dato diritto di nulla dovuto all’erotico piacere della moglie, che l’avrebbe più che altro interpretato come riconoscimento d’amore.

Siamo poi così certi che l’elevata numerosità di figli fosse dovuta alla mancanza della TV, anziché al marito che, tornando a casa completamente ubriaco dall’osteria, avesse qualche velleitaria erezione da domare in pochi secondi sufficienti a fecondare la moglie contro la di lei volontà?

A farla da padrone era la gelosia. Mai alzare lo sguardo indirizzandolo ad un altro uomo, seppur inavvertitamente, perché il sospetto partiva immediatamente, come lo scatto alla risposta alzando la cornetta del telefono.

Da quel momento in poi la moglie era vittima di un marchio indelebile, che non sarebbe più riuscita a cancellare. Peggio ancora di un moderno tatuaggio che il laser, miracolo del progresso, può eliminare senza lasciare cicatrici.

Invece, il segno inciso dal sospetto poteva trasformarsi presto in cicatrici dovute alle percosse ricevute per avere mancato alla morale coniugale.

Persino uccidere la moglie per gelosia attenuava la condanna. È solo dal 1981 cha la legge 442 cancella dal codice penale italiano le questioni d’onore quali il delitto, il matrimonio riparatore e l’abbandono del neonato non riconosciuto. Fino ad allora, gli uomini che ammazzavano mogli, figlie o sorelle che avessero loro arrecato disonore, beneficiavano di un rilevante sconto di pena.

Il matrimonio riparatore rimaneva l’unica ancora di salvezza per quelle coppie che vivevano la loro relazione d’amore in forte contrasto di famiglia.
I fidanzatini scappavano e, giunti in una destinazione sconosciuta a tutti, consumavano in santa pace il primo rapporto sessuale, o forse il primo se lei non era già incinta, come dimostrato dalla prime mancate mestruazioni, per tornare al paese e annunciare le nozze che assolvevano il peccato compiuto.

In sociobiologia si rileva che nel mondo animale le uccisioni di un soggetto appartenente alla stessa specie sono dovute alla legge della sopravvivenza per l’affermazione del più adatto a garantirne la continuità.

Rarissime quelle che avvengono in scontri di lotta per il presidio del territorio o per la conquista della femmina, poiché fanno parte di un rituale che si arresta nel momento in cui l’animale vinto dà un segnale convenzionale per comunicare la propria resa.

La specie umana, invece, sin dalle origini pare caratterizzata da un’aggressività innata, una sorta di tensione competitiva, che spinge l’uomo a procurarsi ciò che non ha giungendo ad uccidere.

Le forme di violenza non sono solo fisiche, ma anche psicologiche, silenti, applicate molto più di quanto appare. Ambedue sono azioni volontarie.

Le prime mediante l’abuso della forza da parte di una o più persone che possono giungere anche all’omicidio o alla strage.

Le seconde per indurre persone a tenere determinati comportamenti attraverso varie tipologie di condizionamento, quali pressioni sulla sfera emozionale, minacce, ricatti, intimidazioni.

Ma il fine dell’aggressività è sempre quello di piegare un soggetto alla propria volontà, frequentemente riscontrata all’interno della famiglia, nella scuola, nelle istituzioni sociali e religiose, nei luoghi di lavoro, e la violenza è un abuso di alcuni nei confronti di altri al fine di provocare dolore.

L’evoluzione e i processi educativi hanno plasmato l’uso della violenza dando forma al rigetto e alla condanna della violenza, così che per molti, e auguriamoci che siano sempre in prevalenza di molti altri che la applicano quasi con rigore, uccidere è un delitto aberrante e la forzatura psicologica un male deleterio.

Tuttavia, cosa accadrebbe in situazioni di estremo bisogno?

Senza sollevare grandi speculazioni filosofiche sulla violenza del genere umano, basta osservare cosa accade nei supermercati quando il solo dubbio di una possibile crisi potrebbe ridurre o azzerare le scorte alimentari.

Abbiamo visto cosa accadeva agli inizi del Covid, quando tutti temevamo di cadere in carestia per mancanza di scorte alimentari, inducendo il Governo a rassicurare ripetutamente che ciò non sarebbe accaduto, ma che ha richiesto tempo per essere accettato e solo l’effetto delle continue forniture ha mitigato il timore delle folle che, inizialmente, non hanno esitato a scontri fisici, fortunatamente circoscritti a pochi casi.

Persino l’alcol, utile alla disinfettazione delle mani, era scomparso e quando ne compariva qualche bottiglia c’era l’assalto allo scaffale, quasi strappandosi di mano le poche disponibili.

Figuriamoci cosa potrebbe accadere in presenza di una prolungata carenza di derrate alimentari o beni primari. Una carestia potrebbe oscurare il limite del normale, sollevando ondate di violenza senza esclusione di uccisioni.

Dallo scenario attuale, in sintesi, emerge un quadro allarmante.

La gelosia continua a farla da padrone, fortemente alimentata dal possesso dell’uomo sulla donna, che ritiene sé stesso prevalente sulla moglie, sulla compagna, al quale è permesso il tradimento quando ne ha voglia, ma uccide se tradito oppure nel timore di essere abbandonato.

Per sconfiggere il possesso prevaricante sono indispensabili adeguati processi educativi.

Da un lato l’educazione scolastica, che pone sullo stesso piano maschi e femmine, affermando il reciproco rispetto e la solidità dei fondamenti etici e morali.

Dall’altro, e soprattutto, l’azione della famiglia. Determinante il superamento del modello comportamentale del padre che forgia quello dei figli, quasi sempre plasmando i maschi a semidei al quale tutto è dovuto: fare il letto, servire il piatto sotto il naso, pulirgli la stanza e il resto della casa, generando un ‘signorino’ che riterrà per il resto della propria vita di essere il ‘reuccio’ di casa in nome di un cromosoma XY. Mentre indurrà le femmine a sottomettersi ad ogni genere di servizio, come se fosse ordinario dovere.

Complici le madri, che, a loro volta, hanno vissuto eguale esperienza e considerandola normale ‘sacrificio’, sottomettono sé stesse e le figlie al modello ‘donna di casa’.

Donne che naturalmente vorranno anche affermarsi professionalmente, nel mondo del lavoro, realizzando una vita sociale al pari dell’uomo, le quali, per guadagnarsi il tempo necessario ad una paritetica opportunità di esistenza, lavoreranno il doppio o forse più.

La violenza giovanile, al contrario, si è affermata in egual misura per maschi e femmine. Entrambi sfidano e colpiscono individui dello steso sesso con la medesima violenza, sentendosi in diritto di sottomissione di altri.

Le bande oggi in circolazione lanciano sfide tra gruppi in competizione o rivolte a singole persone, senza motivo oppure per soddisfare il piacere di possedere beni ritenuti indegnamente appartenenti a pochi privilegiati.

Così aggrediscono per rapina, sottraendo tali privilegi ai detentori che li indossano, potendo a loro volta distinguersi con oggetti griffati e danaro molto frequentemente consumato per acquisto di stupefacenti e alcolici.

Etica e morale sono ben affermate in condizioni di stabilità generale e minimo antagonismo. Ma l’incremento della competitività per il soddisfacimento di un bisogno, molte volte inutilmente edonistico come nel caso delle baby gang, crea instabilità, che, a sua volta, genera violenza.

Pertanto, se assistiamo al diffuso e sempre più allargato uso di brutale prepotenza, forse sarebbe il caso di domandarsi a quali cause ricondurne la genesi, anziché farne dibattiti politici fini a sé stessi o da talk show.

Ormai sono moltissimi i casi di aggressioni, furti, scippi, violenza fra gruppi o rivolti a vittime solitarie ai quali assistiamo quotidianamente.

Inoltre, vengono fortemente amplificati dalla diffusione sui social di messaggi e immagini molto violente, che inducono all’emulazione di atti aberranti che nulla hanno di normale.

Adulti psicologicamente deboli o psichicamente instabili e ragazzi anche minorenni, quasi sempre incontrastati per la perdita di responsabilità genitoriale, assistono a scene raccapriccianti come se fossero al cinematografo.

Madri e padri che troppo poco intervengono lasciandoli soli ad assistere allo scempio provocato dell’ingovernabile mondo cibernetico, purtroppo spesso malsano.

D’accordo che i processi educativi di scuola e famiglia siano assolutamente necessari e abbiano spazi di miglioramento.
Ma un atto criminale non può rimanere confinato alla sola azione educativa, indispensabile, ormai debole o insufficiente.

Un atto criminale, troppe volte lievemente condannato dalla Legge, se non del tutto ignorato, in quanto tale richiede un’azione coercitiva, la giusta punizione alla quale ogni individuo che commette un crimine a danno di altri deve rispondere di fronte alla Giustizia con una condanna adeguata e scontata, sperando che un giorno, forse e chissà quando, sia anche la propria coscienza a presentare il conto.

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Autore Adriano Cerardi

Adriano Cerardi, esperto di sistemi informatici, consultant manager e program manager. Esperto di analisi di processo e analisi delle performance per la misurazione e controllo del feedback per l’ottimizzazione del Customer Service e della qualità del servizio. Ha ricoperto incarichi presso primarie multinazionali in vari Paesi europei e del mondo, tra cui Algeria, Sud Africa, USA, Israele. Ha seguito un percorso di formazione al Giornalismo e ha curato la pubblicazione di inchieste sulla condizione sociale e tecnologia dell'informazione.