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Strepitoso successo di ‘Non farmi ridere, sono una donna tragica’

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Repliche straordinarie per lo spettacolo messo in scena da Massimo Andrei e Gea Martire

Venerdì 26 febbraio, presso il Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, abbiamo avuto il piacere di assistere allo spettacolo ‘Non farmi ridere, sono una donna tragica’ scritto e diretto da Massimo Andrei, in scena con Gea Martire.

Una pièce che merita di essere vista per molteplici motivi. Una sceneggiatura profonda, delicata, empatica, a tratti poetica, che offre tanti spunti di riflessione e strappa sonore risate, riuscendo in un’impresa che potrebbe sembrare impossibile, quella di far ridere parlando di un argomento come l’amore. Più volte il pubblico, talmente preso dalla rappresentazione, fa ciò che non dovrebbe e, rischiando di distrarre gli attori, la interrompe con applausi scroscianti. Artisti di indubbia professionalità che ricorrono ad un uso sapiente di comunicazione verbale, non verbale e paraverbale, con il risultato di rapire totalmente gli spettatori. Una perfetta alchimia del duo che sta decretando il grosso successo dello spettacolo, tanto da stravolgere il cartellone con doppia rappresentazione nel weekend e repliche straordinarie previste per la prossima settimana.

Tre i personaggi in scena: due uomini riflessivi e profondi, interpretati da Massimo Andrei e una donna, Gea Martire, utilitarista ed egocentrica.

Carlo, lo studioso che tenta di definire e determinare in modo univoco l’Amore, la sua utilità o il suo essere disinteressato, che sceglie come oggetto di analisi comportamentale una donna, perché secondo lui più sensibile ed incline a valutazioni di tipo emotivo.

Silvana, l’oggetto di studio da parte del ricercatore, è resa simpaticamente comica dalla sua tragicità caricaturale e dal suo materialismo esasperato, visto che non c’è niente di più comico della tragedia, come sostiene lo stesso Andrei parafrasando Nietzsche. Rincorre affannosamente l’idea dell’amore e del matrimonio attraverso una serie di storie sbagliate che le procurano una sorta di compiacimento masochistico. La sua frustrazione è determinata dalla scelta di uomini inadatti e dal rifiuto sistematico di quelle relazioni che le porterebbero invece la stabilità emotiva che cerca così disperatamente. Contattata dall’avvocato dell’ex marito appena deceduto si cala perfettamente nel ruolo di vedova inconsolabile, non senza risparmiarsi battute che denotano l’ipocrisia di questa sua “recita”. Il risultato è che prende subito dopo possesso della sua eredità. Scopriremo che lo ha scelto come sposo solo per soddisfare la sua voglia di maternità, interrompendo subito dopo ogni tipo di rapporto con lui. Eppure Silvana non riesce ad amare veramente nemmeno il figlio, un ragazzo con la testa sulle spalle dalla condotta irreprensibile, proprio perché non le hai mai dato alcun motivo di preoccupazione.

Carmine, il giardiniere della villa in cui lei si è appena trasferita, le fa da contraltare. Con le sue letture su Platone risulta di una profondità inaspettata. L’amore autentico è per lui senza scopo, è un donare senza chiedere nulla in cambio, esattamente come fa il suo adorato cactus, pianta non propriamente bella che gli regala fiori stupendi.

“L’amore platonico non è una soppressione dell’amore fisico, è guardare insieme verso lo stesso posto…”  e notare assieme delle cose che da soli sarebbero sfuggite.

Ma Silvana non è convinta, “nun vo’ capi’ niente! Vo’ n’ommo!”

Carmine si domanda se un’emozione possa essere legalizzata o, ancora, se un contratto scritto come quello del matrimonio, possa eternizzare il sentimento, così come pretende di fare la chiesa, ad esempio. Non sono forse emozioni che vanno coltivate giorno dopo giorno, con dedizione, pazienza, attenzione, così come lui si prende cura del suo splendido giardino? Analisi intensa intervallata da gag spassosissime sul chiedersi se “l’amore sia quella cosa per la quale, o senza la quale, si rimane tale e quale…”

Attraverso le sue nobili considerazioni, Carmine prova a spiegarle che l’approccio usato nella scelta degli amanti non è quello opportuno. Le dà una serie di consigli utili che lei regolarmente non segue ed è trattato sempre in modo sprezzante ed indelicato.

Trascorre un anno, Silvana è finalmente serena e non più tragica, credendo di aver trovato il compagno giusto che l’ha chiesta in moglie, J. App, un guru che monopolizza la sua vita.

Il giardiniere continua la sua spiegazione dell’amore ricorrendo ad un bellissimo e metaforico racconto di un carciofo frustrato dal fatto di non essere stato ammesso ad un concorso di bellezza per fiori. L’ortaggio incontrerà alla fine un peperone che saprà apprezzare la sua avvenenza e le sue doti interiori, perché ciò che conta è l’essenza di cui siamo fatti, non l’aspetto fisico, non la diversità. Peccato solo che Silvana non ascolterà affatto la narrazione, presa ancora una volta da se stessa e dalla scoperta che il suo amato J. App è invece un normalissimo Antonio Cozzolino, sposato con tanto di prole. La trasformazione della donna è ormai in atto.

Dopo un’esilarante maledizione rivolta al farabutto, Silvana, consapevole che tra lei e Carmine non potrà mai esserci amore, gli chiede di lenire le loro solitudini e diventare il suo uomo.

Il rifiuto del giardiniere è categorico; “l’amore vero è inutile, l’amore vero non è utile neanche contro la solitudine. L’amore non serve a niente, perciò rende liberi. L’amore/grazia però. Non l’amore che cerca la sistemazione o il proprio benessere”.

Dopo queste vicissitudini, lo studioso Carlo, dopo che aveva già modificato la categorizzazione di Silvana da donna tragica a donna comica, capirà di aver scelto il soggetto sbagliato. Lo spettacolo si chiude con quest’ultimo che riceve una telefonata dalla moglie durante la quale dimostra di essere ricaduto nello stesso rapporto utilitaristico di cui accusava Silvana. La conversazione si incentra, infatti, su camicie da stirare, valigie da preparare, spazzatura da buttare.

Ma cos’è alla fine l’amore? Un mistero che permane, che forse nemmeno i saggi del passato possono svelare e spesso, come nel caso di Carlo, anche chi crede di esser un esperto dell’argomento al punto da svolgere una ricerca sul campo, finisce per commettere gli stessi errori osservati.

In definitiva, l’ostacolo grosso è liberarsi dal corpo, dalla fisicità che ci porta a cercare più che l’amore autentico la soddisfazione di bisogni futili e materiali, ma come afferma Carmine, pur essendo questa una strada rarissima, resa ancora più ardua dalle nostre imperfezioni, dai nostri limiti, non è impossibile.

Lo spettacolo ‘Non farmi ridere, sono una donna tragica’ è prodotto da Domenico Maria Corrado. Aiuto regia Mario Vezza. Musiche Mater Sonora. Costumi Annalisa Ciaramella. Scenografia Simona Guarino. Luci Franco Polichetti. Foto di Scena Lucia Giugliano. Produzione esecutiva Adelaide Oliano. Ufficio stampa Tappeto Volante: Emma Di Lorenzo.

Le prossime rappresentazioni al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, sabato 27 febbraio ore 18.00 e ore 21:00 e domenica 28 febbraio ore 18.00 e ore 21:00.

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Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.