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Sbandati: la parola a Gigi e Ross

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Sbandati: Gigi e Ross


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Sul set Rai con i conduttori della trasmissione più dissacrante degli ultimi anni

Dopo esserci occupati di Sbandati in un nostro articolo, come già avevamo anticipato, siamo stati ospiti del Centro Produzione RAI di Napoli per intervistare i protagonisti, ma anche per vivere l’atmosfera che si respira sul set della trasmissione che va in onda ogni martedì alle 23:30 su Rai 2 che ha il merito di intrattenere e di far divertire pur raccogliendo, a distanza di decenni, l’eredità non semplice della metatelevisione di Renzo Arbore.

La prima impressione che ci colpisce è il clima di “famiglia” che abbiamo già notato su altri set sempre della tv di stato. Nonostante i ritmi frenetici per la diretta che sarebbe partita di lì a poco, non c’era tensione, o almeno, se c’era, non siamo riusciti a coglierla.
Rapporti distesi, i meccanismi oliati di un team di cui tutti sono parte integrante ed integrata, dai presentatori ai panelist, dai tecnici alla regia. Battute, uno spirito goliardico, l’incredibile alchimia di chi confeziona un prodotto televisivo di qualità e lo fa divertendosi.

Il fatto che si sarebbe andati in onda a brevissimo ci ha consentito di avvicinare un po’ tutti, ma nel nostro raccontare Sbandati non possiamo fare a meno di partire dai due conduttori, Gigi e Ross.

Cordialissimi, divertentissimi, brillanti, talmente affiatati da finire uno i concetti dell’altro, da rinforzare a vicenda le proprie affermazioni, tanto che, nel riportare l’intervista, ci risulta assolutamente impossibile riuscire ad attribuire ad uno solo le affermazioni, in quella che, come toni, ci ha ricordato più che altro una chiacchierata tra vecchi amici, tale è stata la loro disponibilità e capacità di metterci a nostro agio.

Iniziamo con le novità di Sbandati rispetto alla scorsa stagione. Cosa è cambiato?

Le novità sono tante, buone e semplici. Si parte dai panelist nuovi, una porzione di studio nuova, intesa come un backstage, che, mentre nella scorsa edizione era usato pochissimo, quest’anno è parte integrante dello studio, e una confezione nuova relativa al logo e alla grafica. Insomma tutto diverso, anche coadiuvati dalla nuova regia di Barbara Napolitano, che ha un movimento molto diverso e più fluido.

Non da ultimo, la prima rubrica lanciata, ‘Pozzuoli Express’, la risposta di Sbandati a Pechino Express, condotta da Alessandro di Sarno in giro per Napoli a “fare danni”.

Mi parlavate appunto della regia, quali indicazioni rispetto allo scorso anno, soprattutto considerando l’utilizzo della camera a spalla e di alcune inquadrature surreali?

La camera a spalla ci lascia molta più libertà di movimento, dato che Sbandati è un programma in cui non bisogna avere molti paletti e tutto nasce dall’improvvisazione, anche fisica. Può capitare che ad un certo punto ti venga voglia di muoverti, andare davanti al bancone o dietro ai panelist e, grazie alla camera a spalla, l’operatore è in grado di seguire agevolmente il comico, il conduttore o il panelist, assecondandolo nelle sue ‘follie’.

Le camere fisse, invece, sono posizionate in maniera diversa e, rispetto all’anno scorso, ne abbiamo altre due in più, una posizionata a terra, centrale, di fronte a noi, una sorta di confessionale, l’altra sul nostro angolo destro, sulle gratinate, che prende a 180 gradi lo studio.

E in più, c’è una novità, sempre strutturale, conduttori, panelist e pubblico sono tutti più vicini fisicamente.

Questa vicinanza come influisce sul vostro modo di condurre?

Prima di tutto, non si urla più, perché, proprio per una questione di spazi essendo a stretto contatto non si ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire dal proprio interlocutore. L’ambiente più raccolto crea un legame più intimo e cameratesco, facilita la comunicazione e il gioco immediato, sia tra i protagonisti che con gli spettatori in studio.
Sembra quasi che la distanza fisica ne crei automaticamente una linguistica e comunicativa: invece l’essere così vicini aggiunge complicità e pepe.

Poi c’è la possibilità di guardarsi negli occhi, percepire dallo sguardo che un panelist sta per dire qualcosa e rivolgere a lui la propria attenzione. Ma soprattutto, la vicinanza contribuisce alla sensazione di essere parte di un gruppo attivo e innesca più facilmente il dibattito.

Se chiamiamo in causa un panelist un altro interviene più facilmente perché ha seguito meglio il discorso e non deve alzare la mano come a scuola per farsi notare. Insomma, si abbassano un po’ le barriere di uno studio televisivo per diventare un dibattito, un talk show.

Palese è il divertimento e il coinvolgimento degli stessi panelist a dimostrazione del fatto che si è presi dallo stesso argomento.

Assolutamente! Nessuno di loro prepara le risposte, non sapendo quando sarà chiamato ad intervenire e quali tematiche sviscererà il collega: tutto avviene al momento.
Noi stessi non proviamo insieme a loro proprio perché se sapessimo le battute non potremmo stupirci di ciò che dicono e ciò toglierebbe freschezza e brio al programma.
Allo stesso modo, non sanno di essere “vittime” designate dei giochi che escogitiamo man mano.

Se avete bisogno di qualcosa, una videata come un cambio luci, chiamate direttamente in causa la regista senza riferirvi a lei con generico distacco e questo sottolinea proprio un contatto umano diretto…

Il lato tecnico fa parte del programma, è il programma.
Quando ad esempio viene inquadrato un cameraman non è certo un caso o un errore, ma è sempre il risultato di una scelta voluta.

Se mi serve la camera perché voglio un certo tipo di visuale attiro l’attenzione della regista dicendo appunto “Barbara seguimi”, anche per non creare un inutile distacco tra studio e regia.

Se anche dovesse avvenire un errore, cosa che può capitare e non può essere tagliato e corretto perché siamo in diretta, può diventare motivo di dibattito, stimolo per una gag.

Con molti, squadre tecniche, regista, cameraman, direttore di studio, lavoriamo da anni, ci hanno visti crescere e questo alimenta un clima più sereno e di totale fiducia.
Il rapporto umano viene prima di quello professionale e anche sapere che in regia c’è un’amica, una complice con cui ti capisci al volo, che il cameraman e il direttore di studio ti assecondano se è possibile, il poterli tirare in ballo anche quando sono un po’ refrattari, fa sì che si affidino a te perché sanno che non li stai mettendo in difficoltà e la complicità tra di noi diviene parte integrante del gioco e contribuisce al divertimento.

Per quanto riguarda, invece, il gioco di metatelevisione, ho notato un omaggio, un prestito, un guardare con occhio nostalgico, ma non solo, a trasmissioni del passato, adattando certe riflessioni alla situazione odierna, rispetto a precedenti scenari del sistema delle comunicazioni. Mi riferisco, naturalmente, a Renzo Arbore…

Siamo cresciuti e ci siamo formati seguendo Renzo Arbore, ammirando il suo modo di fare TV. Magari riuscissimo ad averlo ospite in studio!

Lo guardavamo con altri occhi, ipnotizzati, solo poi, con il tempo, abbiamo capito che quella era la metatelevisione, che lui aveva anticipato i tempi. Lo ha fatto sia con ‘Quelli della notte’, con i talk show che erano privi di una vera e propria identità, che con ‘Indietro tutta’ in cui, addirittura, prendeva in giro le donne usate come sciocche bambole, il modo di condurre i quiz, la televisione in senso lato.

Noi, forse, prendiamo in giro la televisione in modo molto più esplicito, ironizzando soprattutto su noi stessi per divertirci con i colleghi e coinvolgere i panelist in quello che prima di tutto è un gioco. Nessuno dei panelist, anche quando può sembrare che possa sparare a zero, dire cose cattive o scatenarsi con rivelazioni assurde, in realtà si prende sul serio.

Una volta la Balivo ci raccontò che alla mensa della RAI una collega rubava i succhi di frutta.

Inutile dire che la curiosità del pubblico esplose e fummo bombardati di messaggi su Twitter, con tutti gli utenti a chiedersi chi potesse essere il personaggio in questione.

È come se si venisse a dissacrare, a non prendersi più sul serio per un’oretta e mezza sulla televisione.

È lo stesso meccanismo che si verifica quando vai a scuola durante l’autogestione o sono gli ultimi giorni di lezione: sai che non puoi essere interrogato, ti piace il contesto, sei rilassato e ti diverti non restando ingessato.

Che ruolo ha l’interazione dei social? A me è sembrata funzionale alla vostra trasmissione, nel senso che traspare un contatto diverso con il pubblico, anche un riscontro immediato nel momento in cui, appunto, c’è un feedback.

Certo! È la fortuna di avere forse il massimo esponente dei social che è Il Pancio, forse la Facebook star italiana più famosa e quotata.
Grazie a lui ci siamo addentrati nel mondo dei social e, di conseguenza, ne siamo influenzati, tant’è che noi abbiamo il Twitter in diretta, gli aggiornamenti di Facebook in diretta, così come, novità di quest’anno, la nostra donna social che, in tempo reale, porterà il punto di vista degli utenti della rete.

I social, ormai, sono un mezzo di comunicazione imprescindibile, a maggior ragione se fai tendenza, più ancora che ascolti, diventi un trending topic. Ovviamente oggi i social influenzano il modo stesso di fare televisione.

Quanto prendete spunto dal riscontro sui social per la puntata successiva?

Creare dei dibattiti seguendo l’andamento delle pagine dei panelist è una cosa che fanno anche molto in Francia, con ‘Touche pas à mon poste’, il programma originale da cui Sbandati è tratto.
Dato che quasi tutti i nostri panelist sono molto attivi su Instagram e Facebook, a volte si creano dibattiti che da questo attingono.

Le stesse puntate vengono influenzate dall’andamento dei social, ma accade anche al momento, se arriva un twitter interessante che ci lancia un input, ad esempio, facendo virare l’argomento rispetto a ciò che era previsto in scaletta.

In diretta “sequestriamo” i telefonini dei panelist, collegandoli allo schermo, perché vogliamo monitorare l’andamento sui social, vedere se ci sono messaggi anche da WhatsApp. La cosa crea non poco terrore nei proprietari dei cellulari perché ovviamente può arrivare di tutto, soprattutto un messaggio personale che non dovrebbe essere divulgato.

Eppure siamo stati buoni e abbiamo controllato il telefono di Giulia Salemi perché abbastanza sicuri che le scrivesse la mamma, tra l’altro simpaticissima, che, sentendo la possibilità di essere letta, le scriveva ogni 5 secondi.

Sbandati è una trasmissione che è divertente e ha ritmo, ma fa anche riflettere, avendo più chiavi di lettura…

La redazione, settimanalmente, fa un eccellente lavoro di ricerca di programmi divertenti, inconsueti, non solo italiani, ma anche stranieri, per porre l’attenzione su aspetti particolari che diversamente non avremmo preso in considerazione.

Nella prima puntata abbiamo scoperto la slow tv dei paesi scandinavi, un programma che mostra immagini di un treno in corsa per ore in cui non si vede altro che l’ambiente circostante che muta come paesaggio e come luci durante la giornata.

Nel marasma della televisione frenetica, trovare un format rilassante in cui non ci sono colpi di scena è singolare. Questa controtendenza magari tra qualche anno diventerà tendenza, chissà.

Ci divertiamo, poi, a scandagliare dei programmi di successo in Italia o delle fiction molto seguite. Se decontestualizzi con un frame puoi ridicolizzare qualcosa che altrimenti sarebbe indissacrabile e mostrare come anche un programma serio possa nascondere un lato buffo.

Noi due siamo un po’ cialtroni e abbiamo il compito di demitizzare un po’ di più la televisione senza essere analitici e guardando la tv da una prospettiva diversa, ma tra i panelist c’è davvero chi si occupa seriamente di televisione e web, per cui può accadere che il dibattito assuma anche connotati più profondi, fermo restando l’ironia e il tono simpaticamente sbeffeggiatore e mai offensivo, altrimenti non saremmo Sbandati.

Qual è il target del programma rispetto alle trasmissioni che avete condotto in precedenza?

Con Sbandati siamo passati dal dover essere e fare i comici allo scrollarci di dosso un po’ questa imposizione, o meglio, autoimposizione. Il fatto di condurre un programma in cui si parla prevalentemente di televisione fa sì che lo spettatore non si aspetti comicità pura, piuttosto un punto di vista più profondo. È un target diverso, non so se più alto o più basso, composto di persone che si aspettano una conduzione non comica ma brillante.

L’apporto dei panelist è poi fondamentale per farci divertire ancora di più. In questo senso noi due siamo i direttori di orchestra che ogni tanto impazziscono, fanno l’assolo, mostrano i filmati scelti dagli autori che evidenziano la varietà infinita di televisione in Italia e nel mondo, ma sono i panelist a dare un apporto decisivo con le loro osservazioni sulle tipologie diverse, sul coraggio o incoscienza di alcuni prodotti televisivi sui quali personalmente magari non si scommetterebbe e che invece funzionano.

Sbandati è il risultato di un lavoro di squadra, giocato anche con il pubblico, in cui il divertimento è una componente essenziale.

La chiacchierata con Gigi e Ross finisce qui, la diretta incombe e abbiamo ancora diversi protagonisti, da entrambi i lati delle telecamere, da intervistare, di cui i nostri lettori avranno il resoconto nei prossimi giorni.

I due artisti, ancora una volta, si confermano vulcanici, di indubbio spessore professionale, e nella mezz’ora circa che abbiamo passato assieme ci hanno strappato spesso risate di gusto.

L’ottima impressione che avevamo avuto nel seguire la prima puntata è ampiamente confermata, come è stato interessantissimo confrontarci con loro sull’interpretazione che ne avevamo dato. Se poteva esserci qualche dubbio, e personalmente non ne avevamo, Sbandati si pone indiscutibilmente come un intrattenimento che unisce al puro divertimento una qualità rarissima in palinsesti sempre più desolanti.

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Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.