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‘Ricordate che eravate violini’ al Teatro Belli

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'Ricordate che eravate violini' - Lorenzo Sabene e Giorgio Sales - ph Cecilia Chiaramonte
'Ricordate che eravate violini' - Lorenzo Sabene e Giorgio Sales - ph Cecilia Chiaramonte


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In scena dal 5 al 6 aprile a Roma

Riceviamo e pubblichiamo.

Debutta al Teatro Belli di Roma, il 5 e 6 aprile, ore 21:00, ‘Ricordate che eravate violini. Meditazione notturna per una voce sola’, spettacolo scritto e diretto da Francesco d’Alfonso, con Giorgio Sales e Lorenzo Sabene alla chitarra, liuto e tiorba.
Nelle parole dello scrittore Éric-Emmanuel Schmitt, un dubbio terribile coglie Gesù la sera del suo arresto: è davvero colui che gli ebrei attendono e che i profeti hanno annunciato?

La solitudine di Cristo, in una notte senza stelle, è paradigma dell’umanità intera, che di fronte a eventi terribili si sente abbandonata dal Padre: l’uomo è solo come Cristo nell’orto degli ulivi.

Il Figlio dell’Uomo sa che dovrà morire e, come in uno specchio, vede se stesso attraverso ciò che gli scrittori, i poeti e i musicisti diranno di lui.
Pagine su pagine, note su note, una storia che attraversa la storia.

Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l’aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte

Una notte che disperde gli uomini, una notte che sfocia in un giorno di morte.

Il Figlio dell’uomo

l’È, il Fu e il Sarà

di cui parla Borges, muore

sospeso a una croce.

Poi una grande pietra sigilla il sepolcro, e tutto sembra perduto. Ma una luce irrompe nelle tenebre, una speranza che diviene certezza.

Addio crocifissione, in me non c’è mai stato niente: sono soltanto un uomo risorto.
Alda Merini

Gli uomini sono salvi, «oppressi ed esaltati dal male» prima, sono ora liberi, redenti, testimoni di quell’amore gratuito che ha vinto la morte.
Come violini, «pronti a suonare le ragioni del mondo».

Note di regia

Una scena spoglia, come fosse un mondo di cui si sono persi i contorni, in cui lo spazio e il tempo sono sospesi. Solo uno specchio sul fondo, e tutt’intorno, pagine, libri e spartiti.

Mentre si ode il canto funebre degli ebrei, il Kaddish, nella penombra si intravede una figura, accasciata a terra, coperta di fogli, segni di quella storia che da più di duemila anni viene raccontata in tutti gli angoli del pianeta, in tutte le culture, in tutte le religioni: la storia di Gesù di Nazareth.

Sollevandosi, l’uomo si guarda allo specchio, vedendo in se stesso un crocifisso dalla tragica umanità, dal volto duro e inquieto. Ché il volto di Cristo è da cercare negli specchi ove si riflettono i visi umani.

Da lì, è tutto un susseguirsi di testi, tra prosa e poesia, in cui si snodano gli ultimi momenti della vita di Gesù – un uomo carne e sangue, umano fino al midollo – dalla solitudine del Getsemani, fino alla crocifissione e infine alla resurrezione: un caleidoscopico intreccio tra divino e umano, tra assoluto e contingente, tra eternità e temporalità.

Una sorta di “autobiografia” del Verbo – che è passato, presente e futuro – scandita dalla musica, che, come ha scritto Borges, è «misteriosa forma del tempo»
Francesco d’Alfonso

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