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Intervista a Fabio Strinati

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Fabio Strinati


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L’artista si racconta ad ExPartibus

Fabio Strinati è un poeta, scrittore, aforista, pianista e compositore marchigiano. Le sue opere sono soprattutto poetiche, infatti ha pubblicato ben 5 raccolte di poesie. Si è raccontato in esclusiva per ExPartibus.

Nasci come musicista ed interprete della musica contemporanea, molto importante per te è stato l’incontro con il maestro Fabrizio Ottaviucci vuoi raccontarci il tuo percorso musicale?

Praticamente sono nato immerso nella musica.
Ho iniziato ad ascoltarla che ancora non sapevo camminare.

Ricordo che i dischi in casa suonavano tutto il giorno e lo stesso disco poteva anche suonare dieci volte di seguito.

Poi, all’improvviso, un giorno, mi sono ritrovato a giochicchiare con una tastiera tra le mani ed è sbocciato l’amore per il pianoforte.

Mentre l’amore per la musica nasce in me in maniera del tutto spontanea e naturale, l’amore per lo strumento prende vita dall’incontro con Fabrizio Ottaviucci.
Lui mi ha trasmesso le reali capacità espressive dello strumento e non un virtuosismo fine a se stesso.

Dalla musica passi alla scrittura; come è avvenuto questo passaggio e da cosa hai tratto ispirazione?

Sono sempre stato un avido lettore e ho sempre amato scrivere i miei pensieri su foglietti di carta o su bigliettini che si aggiravano per casa così, senza nessun motivo.

Scrivevo perché ne sentivo il bisogno ma in realtà era più uno sfogo, una sorta di terapia che avevo montato io in quattro e quattr’otto.

Nulla di serio. Poi, ad un certo punto, ti accorgi che hai molto da dire e così ti lasci andare scevro da ogni pudore.

Sono un fiume in piena, un vulcano sempre pronto ad esplodere da un momento all’altro. Mi piaccio molto, lo ammetto.

Le tue poesie sono malinconiche, la morte è un tema ricorrente, così come un senso di malessere esistenziale. Da cosa nasce questo “male di vivere”? Più conseguenza di una visione filosofica o più riflesso esperienziale?

Quando hai molto paura di una cosa, finisci per giocarci a carte in qualche angolo di questo mondo sperduto.

Ho sempre avuto timore della morte è vero, ma anche del tempo che passa, della vecchiaia ma ora, sono tutti temi che mi rendono felice.

È la felicità a spaventarmi in questo momento, ma non saprei dire bene il perché, forse, perché quando si rincorre una cosa per molto tempo quella cosa rischia poi di deluderti.

Ora ad esempio, ho un buonissimo rapporto con la morte: lei ha altro da fare e io pure. Per il momento va bene così.

Anche il richiamo al ritmo è costante, nonostante le tue poesie siano in versi sciolti. Che espediente creativo usi per infondere musicalità alle tue composizioni?

Devo proprio svelare il trucco? Non uso espedienti particolari.

Ad esempio, per il ritmo uso il cuore, che io considero essere il nostro metronomo.

Sono spontaneo e cerco di versare la mia anima sul foglio.

Uso tantissima energia proprio perché desidero vedere la mia anima densa e non sbiadita.

Nel foglio rimane tutto, anche quello che hai pensato ma che non hai scritto.

La tua prima raccolta di poesie ha un titolo suggestivo: ‘Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo’. Perché quest’immagine? Cosa cela?

Dietro il titolo si nasconde questo mescolarsi tra la musica e la poesia.
I suoni e le parole giocano un po’ a rincorrersi.

Un po’ quello che fa l’uomo con la donna e viceversa.

A parte tutto quello che abbiamo già detto, e considerando che la poesia sfugge comunque alle etichette, ma se volessimo trovare una cifra comune alle tue opere, quale potrebbe essere?

Volendo tutto si può etichettare, ma io sono allergico alle etichette, persino a quelle che stanno sui vestiti.

Voglio che la mia poesia sia libera di salire e di scendere a suo piacimento. Che possa volare alta nel cielo oppure immergersi negli oceani più profondi. La cifra comune è la libertà.

Il grano, l’allodola, il nido. Metafore che svelano un profondo legame con la natura. Che ruolo ha nella tua opera?

Io ho la fortuna di vivere in posto dove la natura è presente in maniera preponderante.

Annuso odori e mi inebrio. Ascolto suoni, vedo colori e per me tutto questo rappresenta la felicità dell’animo umano.

Sono molto ricettivo; sono una spugna che immagazzina ogni cosa.

Mi reputo una persona schiva e taciturna ma ho bisogno del contatto con le persone anche se col tempo sono diventato molto selettivo.

Nelle mie opere la natura è musa ispiratrice a 360°.

Nel novembre 2016 hai pubblicato un poemetto liberamente ispirato al romanzo di Gordiano Lupi, ‘Miracolo a Piombino’, come mai un’opera poetica ispirata da un romanzo?

Perché sostengo che nel romanzo di Gordiano Lupi, ‘Miracolo a Piombino’, ci sia moltissima ed altissima poesia.

Quando vengo catturato da qualcosa non me ne resto lì a guardare perché non sono quel tipo di persona che se ne sta ai margini.

In che modo si è evoluta la tua poetica nel corso degli anni? Ci sembra di notare una maggiore introspezione, quasi un rivolgersi in se stessi.
Ci sbagliamo?

L’introspezione mi affascina moltissimo come pure dialogare tra me e me ad alta voce, e quando si fanno certi esperimenti e con una certa consapevolezza poi, anche la poesia tende in qualche modo a trasformarsi.

Prima ero più chiuso e descrittivo. Guardavo ogni cosa ma riuscivo a controllarne poche. Ora, mi sento più maturo e anche un pochettino più folle di prima e questo non so se sia una buona cosa.

Detto ciò, in ogni libro tendo ad essere diverso ma questo perché anche io cambio in maniera molto rapida. Dalla prima domanda di questa intervista all’ultima, credimi, sono già cambiato parecchio.

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Autore Elisa Santucci

Divoratrice di libri e sperimentatrice culinaria.