Home Territorio ‘Il cane di fuoco’: intervista a Massimo Andrei

‘Il cane di fuoco’: intervista a Massimo Andrei

790
Massimo Andrei - ph Marcello Merenda


Download PDF

L’artista partenopeo ci svela la sua raccolta di ‘cunti’, tra poesia e suggestioni esistenziali

In un periodo buio come quello che l’Umanità tutta sta vivendo, ormai da troppi mesi, un raggio di sole pronto a scaldare i cuori, rasserenare, divertire ed aprire universi di interrogativi è dato da Il cane di fuoco – ventuno fiabe bio, edito da Colonnese, ultimo lavoro letterario di Massimo Andrei, Artista di indiscussa bravura, rara cultura e grande spessore umano, drammaturgo, attore, regista, autore.

Un testo prezioso, di cui tutte le anime belle dovrebbero far tesoro, che, partendo dal cunto della tradizione, in cui è possibile rintracciare echi di Omero, Boccaccio, Basile, Calvino, Serao, fino ad arrivare al più contemporaneo De Simone, spaziando da letteratura a vita vera, confluisce nella dolce musicalità del teatro.

Sì, perché, chi come me ha avuto il privilegio di assistere a qualche sua pièce, o magari, aspettando la metro di Napoli, ha gustato chicche di Snack, uno spuntino di riflessione, disponibile su YouTube, o più semplicemente lo ha ascoltato mentre cuntava, nell’intimità di una saletta, sono pronta a scommetterci, sarà travolto dalle mie stesse emozioni.

Simboli ancestrali, magie sottili, storie fantastiche, viaggi interiori alla ricerca di Sé, luoghi dell’anima popolati da personaggi stravaganti che si destreggiano tra fiaba e apologia, tributi all’antropologia culturale, alla storia delle religioni, alla sociologia e psicologia della comunicazione, mentre a chiudere il cerchio è una Napoli chiassosa, frenetica e inciucessa, con le sue ossimoriche armonie e suoi esoterismi fascinosi.

Un mostro di bravura Massimo, che fa della suggestione della tradizione partenopea il suo punto di forza e che è capace di utilizzare un linguaggio che arriva a tutti, bambini ed adulti, con la stessa dolce incisività.

Non per niente, qualche anno fa, ha scritto proprio per i più piccoli, ‘Fiabe e diritti – 7 storie per raccontare 7 diritti dell’infanzia’, prodotto dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, con l’intento di promuovere la conoscenza dei diritti dell’infanzia tra i minorenni.

Ma torniamo a ‘Il cane di fuoco’ e ai suoi racconti di “cuntìsti” e “parlettère”. Lo leggi e riesci ad evocare la sua voce, profonda, accattivante, ironica. Se tendi l’orecchio e ti concentri, puoi persino sentire una seducente partitura musicale che accompagna deliziosamente la narrazione del cantastorie. Chiudi gli occhi e lo vedi sul palco, mentre ti regala una delle sue sublimi performance, di cui avverto terribilmente la mancanza. E ti trovi a ridere, compiaciuta, di battute sagaci sapientemente calibrate ad attimi di pura poesia.

Ed ecco che, spinta dall’insistente richiamo della bellezza, lo contatto.
Più che un’intervista, è un vero e proprio momento catartico, rigenerante, avvolgente, rassicurante. Una boccata d’ossigeno in quest’atmosfera straniante. Tanto intenso, affabulatore ed ammaliante da lasciarmi, a tratti, senza parole.

Quando mi hai chiamato stavo lavorando al nuovo volume di cunti. Sto usando questo periodo di isolamento forzato per dedicarmi alla riflessione e alla scrittura.

Se ne ‘Il cane di fuoco’ ho raccolto 21 fiabe bio, racconti originali, alcuni dei quali recito anche in spettacoli teatrali, per il prossimo sto usando quelli della tradizione rielaborati in maniera personale, inserendo elementi di modernità.

Nella mia mente si affollano immagini di cunti di altri autori ai quali ho aggiunto del mio, quindi hanno forti caratteristiche soggettive, ed ho ritenuto giusto fermarli su carta.

Il nuovo libro avrà elementi di continuità con il precedente, soprattutto per quanto riguarda il numero 7 e il suo multiplo 21, se non arrivare, addirittura a 28 cunti.

Tre parti diverse, ognuna delle quali composta, appunto, da 7, numero simbolico che accomuna molte religioni e spiritualità, di ricerca mistica, di scoperta e conoscenza, di filosofia ed analisi, di solitudine e completezza.

Il protagonista de ‘Il cane di fuoco’, Nello, si avvicina molto a me, anche se possiede dei tratti che non mi appartengono; forse è colui che in fondo vorrei essere, perché ogni scrittura non è mai totalmente confessionale, come ogni autobiografia non riguarda solo se stessi, dato che l’ispirazione è pronta ad arrivare quando meno te lo aspetti, specialmente se sei attento a “rubare”, osservando quello che ti circonda.

Di certo è un pittore e, anche se io non lo sono, in un certo senso, attraverso le mie storie e i miei personaggi, dipingo comunque la realtà così com’è e come la immagino. E poi, avere un alter ego da cui prendere le distanze, quando occorre, è un’ottima via di fuga! Insomma è “colpa” di Nello, mica mia!

Le fiabe sono un universo meraviglioso in cui dovremmo perennemente essere immersi; non sono mai solo per bambini, hanno doppi sensi, intenzioni ed umorismo che vengono colti soprattutto dagli adulti, ma insegnano a qualunque età, sempre se si è disposti ad imparare.

La prima parte del libro, ‘Nello nel paese delle meraviglie’, riporta le storie che il protagonista sente da piccolo, la seconda, ‘I dolori del giovane Nello’, quelle del suo percorso di formazione, la terza, ‘Torna a casa Nello!’ è il naturale approdo della maturità, che implica una continua predisposizione alla conoscenza.

Senti qua e dimmi e se ti piace…

E, da unica privilegiata uditrice, lo sento recitarmi una delle sue fiabe inedite…

Massimo, quanto è difficile oggi essere bio? Che spazio resta per questo tipo di narrazione, in un contesto in cui i rapporti sono virtuali e ci si preferisce affidare alle narrazioni digitali del mainstream?

Tutto è e dovrebbe essere bio, ma nel senso autentico del termine. Si parte dalla Natura e ad essa si ritorna. I suoi ritmi, la sua genuinità, la sua essenza è quello a cui si dovrebbe tendere sempre. Madre Natura è perfetta esattamente come è. Indica scadenze precise a cui ognuno di noi dovrebbe attenersi, con attenzione e scrupolosità, invece di scadere nell’eccesso ed accelerare sempre, ad ogni costo.

Quello che oggi, invece, ci propinano come bio, consiste in prodotti ipercostosi, spacciati per assolute primizie, che scimmiottano quelle che i nostri nonni producevano senza usare agenti chimici dannosi per l’ambiente…

Se penso ai nostri saggi contadini di una volta, che, scrutando il cielo, erano capaci di individuare esattamente ciò che, ora, solo i più innovativi strumenti sono in grado di determinare, coloro che, con attenzione quasi sacrilega rispettavano i cicli della terra per avere i buoni frutti, quelli che, con saggezza, sapevano spiegare i segreti del Cosmo, mi rendo conto che avevano il dono dell’attesa, che ora ha perso di significato.

Noi, al contrario, sempre di corsa, bersagliati da continue informazioni sui social, costretti a stare sempre al passo con le nuove tecnologie che, di giorno in giorno, vengono superate, quasi asettici nei nostri gesti meccanici, abbiamo dimenticato il potere della condivisione, il segreto della purezza dei sentimenti, dell’importanza dei rapporti, il radunarci, davanti al fuoco, per scambiarci emozioni ed annullare le distanze. In questo senso il 2000 ha segnato una cesura, un passaggio, da un vecchio mondo, bio, ad un mondo artificiale.

Le fiabe bio sono appunto quelle che, denudandosi dagli orpelli, si tramandano alle persone a cui si vuole bene, a quelle che sanno coglierne i messaggi simbolici. Con questo, ovviamente, non nego l’utilità delle scoperte scientifiche, semplicemente dico che l’essere umano esiste dalla sua venuta sulla terra e si estinguerà, forse, con essa, indipendentemente dai passi in avanti che si faranno, temo solo che finiremo con il disumanizzarci.

Io stesso sono cambiato. Dopo anni a vivere al centro di Roma e di Napoli, per esigenze lavorative, da poco mi sono trasferito in una casa in provincia, in una campagna un po’ fatata della Campania: coltivo della terra, riassaporo il gusto dei valori, tengo fissi gli ideali. In un certo senso anche io sono bio.

Il contatto diretto con la Natura, con gli affetti sinceri, che spero di poter riabbracciare prestissimo, a cui poter guardare dritto negli occhi, i legami “carnali”, a cui poter affidare la parte più preziosa di sé, il proprio vissuto: questo è il vero bio per me!

Il napoletano come forma espressiva bio, anche se alcune delle fiabe sono in italiano o con il testo a fronte, o solo in napoletano. Perché questa scelta?

In realtà, e non intendo fare accostamenti “blasfemi”, la mia operazione ricorda molto quella di Camilleri. La creazione di una lingua “mia”, italiana con espressioni partenopee, a corollario del concetto più importante, perché sai che ogni trasposizione in un idioma diverso non produce lo stesso effetto sonoro, non rimanda allo stesso trascorso emotivo, non regala la stessa sfumatura semantica, fosse anche solo per l’utilizzo del ritmo e della musicalità, con “indicazioni registiche” precise, che motivano le scelte, un napoletano che, affondando le radici nella tradizione, vi aggiunge espressioni più contemporanee, che i ragazzi possono capire subito, quell’evoluzione perenne che ogni lingua affronta, ma secondo la mia visione soggettiva.

Ovviamente il ricorso alla lingua ufficiale del nostro Paese, che, come sottolineo in uno dei racconti, è quella che i genitori propugnano ai figli nei primissimi anni di vita, come se, invece, fosse una vergogna tramandare le origini rivolgendosi a loro in dialetto, quasi la nostra umanità non fosse fatta anche delle nostre radici, è nata anche per esigenze editoriali.

La mia casa editrice, la Colonnese, a cui mi preme fare un ringraziamento sentito per aver creduto in me, dandomi piena e totale fiducia, avendo sede nel centro storico partenopeo, ma distributori a Milano, mi ha chiesto una versione italiana e, naturalmente, li ho accontentati ben volentieri.

Ci tengo a sottolineare poi, che il libro è stampato su carta certificata FSC, che unisce fibre riciclate post-consumo a fibre vergini provenienti da buona gestione forestale e da fonti controllate.

Altra caratteristica, è che si tratta di un testo multimediale; alcune fiabe, sotto il titolo, hanno un QR code che, se inquadrato con uno smartphone, permette, attraverso un link, di sentirle direttamente dalla voce narrante. Nel caso in cui non si possegga sul telefonino il lettore QR code, sono indicate le modalità per scaricare l’applicazione gratuitamente da Internet.

Insomma, si può leggerlo ed ascoltarlo. Anzi, ho suggerito all’editore che potevo mettere una buona parola con un certo attore, un tal Massimo Andrei, affinché si occupasse del reading, senza chiedere alcun compenso. Il risultato, tutto sommato, non è malaccio…

Opera frutto di un percorso, riferimenti a tanti lavori precedenti, un punto di arrivo maturo in un percorso autoriale?

Ogni tappa che si raggiunge rappresenta un nuovo inizio a cui approcciarsi con genuino candore. Siamo il risultato delle nostre esperienze, che ci permettono di crescere, mostrandoci la via da seguire per miglioraci e, per quel che è possibile, contribuire ad arricchire noi stessi e gli altri.

Ogni sogno concretizzato deve fare da catapulta per quello successivo, provare ad agguantarlo… chissà, magari ci si riesce, chi può dirlo?!

Ti soffermi molto sui colori: il grigio, il blu smarrito. Perché? Cosa bisogna fare per recuperarli?

Nello è un pittore e le diverse tinte hanno per lui un significato esistenziale. La vita è fatta di infiniti arcobaleni che racchiudono tutte i toni possibili, che sono poi anche umorali e caratteriali, e la loro assenza genera tristezza.

Abbiamo perso le sfumature perché tendiamo ad omologarci, così come la società si aspetta che facciamo, per collocarci nel grigiume dell’anonimato, invece di affermare la nostra vera identità, spesso multicolore, spesso fatta di colori audaci. Ora, finché quel grigio è una scelta ponderata e consapevole va benissimo, ma se serve come alibi per l’inazione, per mimetizzarci, o peggio, per “apparire” in un certo modo agli occhi degli altri, negando l'”essere”, allora è una punizione che dobbiamo smettere di autoinfliggerci.

Osiamo con i colori. Metaforici e non. I colori sono rivoluzionari. Pensateci.

Quanto è bello ricredersi, accorgersi di aver sbagliato! La soddisfazione maggiore è stata quando colui che consideravo distante da me per tutto, abbattuti i preconcetti, diventato ormai un caro amico, mi ha confessato che, da quando mi conosce, ha imparato ad osare.

La Natura ha in sé tutti i colori, ma non è mai volgare, semmai lo è l’uomo, quando cade nell’eccesso. Per recuperarli, bisogna mettersi in discussione, cambiare prospettiva, aprire la mente, crescere, rinascere, nel segno della tradizione.

Non tutto si può affatare; il tuo è un canto di dolore o di speranza?

Un canto di dolore.
La speranza la lascio a chi non ha altro, a chi non ha più la forza, la voglia o l’istinto di combattere, a chi si abbandona, a chi non ha più l’impulso di provare a cambiare le situazioni che gli procurano danno o dolore.

Non tutto si può affatare: è la vita. La sofferenza non può essere sempre superata, la vecchiaia non può essere guarita, lo scorrere del tempo non può essere arrestato. Siamo umani e, in quanto tali, mortali. Eppure, bisogna vivere, come dicevo prima, alla ricerca del colore perduto, della felicità.

Il racconto non scompare; è questo il motivo che ti spinge al titolo della tua opera?

In realtà mi piaceva l’idea che il titolo di un racconto desse il nome a tutta la raccolta.
Ho scelto ‘Il cane di fuoco’ per più di una ragione. Una bestia dell’inferno, o almeno creduta tale, accusata di ferocia e nefandezze, che si rivela, invece, un animale maltrattato, affamato e privato della libertà. Chi è la vera bestia? L’uomo, essere disumano, che, per biechi interessi, alimenta il racconto della sua crudeltà. Siamo sempre noi ad essere criminali, a generare il male; loro nascono docili, noi, privandoli di amore e cibo e maltrattandoli, li rendiamo pericolosi.

Il fuoco, poi, tra i quattro elementi, è quello a cui sono più legato, dato che scalda, disinfetta e protegge.
Mi piacciono la sua molteplice simbologia e i suoi innumerevoli risvolti esoterici: dalla terra ascende al cielo, distruggendo il corpo, la parte materiale, e innalzando l’anima, finalmente libera e purificata. Immagine stessa di vita, tanto che le Vestali avevano il compito di non farlo spegnere mai, indica energia, passione, carica sessuale.

Se noti, la copertina ha proprio i colori del fuoco: rosso, arancio e giallo, a cui abbiamo aggiunto anche bianco e nero, colori – non colori, per esigenze grafiche, ma il senso, appunto, è quello.
Il cane di fuoco, creduto malvagio, che, al contrario, diviene emblema di riscatto, scintillando nell’universo immortale dei cunti.

'Il cane di fuoco' di Massimo Andrei

Foto Marcello Merenda

Print Friendly, PDF & Email
Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.