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Gilmour a Pompei, countdown per lo storico ritorno

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Nel sito archeologico, tutto pronto per i due mega-concerti del leggendario chitarrista dei Pink Floyd del 7 e 8 luglio

A voler parlare del celeberrimo ‘Pink Floyd Live at Pompeii’, si rischia di somigliare al grande Troisi nella famosa gag: sollecitato da Gianni Minà ad esprimere un pensiero sulla vittoria del primo scudetto del Napoli, l’attore, con la sua innata e sublime avversione nei confronti dei luoghi comuni e degli stereotipi, cercava disperatamente di sorprendere cronista e spettatori dicendo qualcosa di arguto che non fosse già stato detto dai numerosi intervistati che lo avevano preceduto.

L’esilarante scenetta terminava con la trovata del protagonista che, prossimo alla resa, si appellava al pubblico con un monito che gli garantiva, senza tema di smentita, il primato dell’assoluta originalità: “Festeggiamo pure, ma non dimentichiamo l’acqua e il gas aperti”.

Se a ciò aggiungiamo che chi scrive è cresciuto a pane e Pink Floyd alternando, nell’adolescenza, i periodi ‘gilmouriani’ a quelli ‘watersiani’, l’impresa diventa ancor più impervia.

Alla vigilia del ritorno, nello stesso ineguagliabile scenario, dopo quarantacinque anni, di David Gilmour, meticoloso artigiano del suono, creatore di atmosfere tra le più suggestive e psichedeliche che, non solo i Pink Floyd, ma il Rock in tutta la sua storia ricordi, per due concerti che sono già, prima di svolgersi, tra gli eventi più suggestivi ed importanti nel mondo della musica degli ultimi anni, c’è da chiedersi: da dove cominciare?

Citando una canzone tratta dal suo terzo album da solista, “On an island”, del 2006, potremmo rispondere proprio con Gimour: “where we start is where we end” , l’inizio coincide con la fine.

In questo caso però, per fortuna, non c’è alcuna fine da raccontare.

Tutt’al più, forse, di un cerchio che si chiude, di una parabola, anzi, che parte da quella ‘swinging London’ degli anni Sessanta in cui quattro giovani studenti di architettura muovevano i primi passi nell’ambiente del rock alternativo, quello della psichedelia e della sperimentazione multisensoriale di cui ben presto sarebbero diventati alfieri in tutto il mondo, creando attorno a loro un’aura di leggendarietà e un marchio sonoro inconfondibile, tra i più duraturi della musica leggera, tanto che le mode non ne scalfiscono il fascino e il potere evocativo nemmeno a distanza di quasi cinque decadi.

E nemmeno di fronte alle dichiarazioni delle due anime vitali dei Pink Floyd, cioè lo stesso Gilmour e Roger Waters, separati da anni di litigi ed incomprensioni e sempre più presi dai rispettivi percorsi da solisti, che danno per conclusa, definitivamente, la storia dell’onorato marchio ‘Pink Floyd’.

“Goodbye to the machine”, si potrebbe parafrasare.

Potremmo cominciare da quella lettera, firmata dal ministro della Cultura Dario Franceschini e spedita due anni fa, in cui si invitavano i membri dei Pink Floyd, oltre al regista del film, Adrian Maben, e a Roger Waters, a partecipare ad una serata di celebrazione nell’anniversario del famoso concerto, da tenersi proprio negli scavi di Pompei, allo scopo di raccogliere fondi per i restauri e la manutenzione di cui sempre necessita il sito.

Solo Gilmour, sebbene con un po’ di ritardo, risponde all’appello: accetta l’invito e rilancia, proponendo un vero e proprio concerto, che trasformerà l’evento ideato da Franceschini da semplice fund-raising party a evento di interesse mondiale.

O, più spartanamente, potremmo cominciare dall’esordio del percorso artistico che, nel 1971, portò alla realizzazione di uno dei più celebrati e conosciuti concerti rock di tutti i tempi, il film musicale “Pink Floyd live at Pompeii”, per l’appunto.

Nel 1971, il regista Adrian Maben è in cerca di ispirazione per realizzare un film che veda come protagonisti i Pink Floyd e le particolarissime atmosfere della loro musica. C’era già stato un incontro tra Maben, il manager della band Steve O’Rourke e David Gilmour, in cui il regista aveva abbozzato l’idea di accostare famose opere d’Arte Contemporanea alla musica dei Pink Floyd. Ma la cosa era finita in un nulla di fatto.

Maben non si arrende e continua a spremersi le meningi. In cerca di un’intuizione che dia la spinta al progetto, nell’estate dello stesso anno si reca in Italia per una vacanza e visita Roma, Napoli e infine Pompei.

L’illuminazione arriva durante la visita all’anfiteatro. Il buio della sera comincia ad avvolgere le antiche vestigia, ogni piccolo suono rimbomba sinistramente in un’atmosfera surreale, sospesa nel tempo e nello spazio. Maben si convince che quello è un luogo perfetto per la musica dei Floyd: il film deve svolgersi lì.

Dopo un breve scambio di comunicazioni con le autorità, il management del gruppo ottiene il permesso per la realizzazione delle riprese all’interno del sito archeologico, che si svolgeranno nell’ottobre dello stesso anno a porte chiuse e senza spettatori.

Il risultato resterà scolpito negli annali della musica rock. E nell’immaginario collettivo delle generazioni seguenti.

La danza spontanea ed isterica dei quattro giovani artisti immersi nelle esecuzioni, alternandosi con l’arcano splendore delle rovine, degli affreschi e dei mosaici delle domus romane, si fonde perfettamente con la musica, producendo una sinestesia inaspettata e potente.

La sensazione più stupefacente che questo stranissimo concerto restituisce è di sospensione.

Sospensione del tempo, che si avvolge su se stesso in una specie di mash-up audiovisivo che sovrappone passato remoto, presente e futuro.
Sospensione dello spazio, che diventa universo risucchiato nell’ellissi dell’anfiteatro, dove tutti gli eventi del cosmo sembrano essere racchiusi e coabitare simultaneamente, evocati e ipnotizzati dalla suggestione escatologica delle canzoni floydiane.
Sospensione del senso della realtà, con quelle atmosfere così piene di pathos, miracolosamente fluttuanti tra mito e illusione.

Con queste premesse e per queste ragioni, che chi vi scrive ha provato rozzamente a descrivere, assieme a tante altre inenarrabili che appartengono all’intimo vissuto dei milioni di individui che in quarantacinque anni si sono perduti nelle sinuose curve sensoriali del “live at Pompeii” e che hanno ricevuto l’imprinting dalla visione iconica della silhouette in controluce di Roger Waters che percuote il suo immenso gong con inaudita ferocia, l’appuntamento di domani e venerdì con Gilmour rappresenta un momento di grande suggestione, un’oasi di ‘misticismo laico’, che solo gli iniziati alla professione del ‘floydianesimo’ possono apprezzare appieno.

E coloro che avranno la fortuna e le facoltà economiche di assistervi, visto il costo del biglietto, 300 euro, i.v.a. e prevendita escluse, avranno perpetua licenza, dopo il concerto, di declinare il consueto ‘io c’ero’ con un più atemporale e floydianamente surreale ‘io ci sono’.

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Autore Michele Ferigo

Michele Ferigo, napoletano, classe 1976, si occupa d’arte da sempre. È musicista, compositore, disegnatore e film-maker.