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“Cantami, o Diva…” in scena al Teatro Bolivar

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Cantami, o Diva...

Da una storia tragica un grido di speranza nella lotta alla camorra

Ieri, 26 novembre, ore 21:00, presso il Teatro Bolivar, via Bartolomeo Caracciolo, Napoli, nell’ambito della rassegna “Notti Rosa”, abbiamo assistito con immenso piacere all’intenso spettacolo Cantami, o Diva… …di famiglia, onore e tracotanza, Nuova sceneggiata tragica-familiare, uno spettacolo scritto e diretto da Carmine Borrino con Rossella Amato, Carmine Borrino, Giorgio Pinto e Giusy Freccia.

Aiuto regia Rossella Amato, Disegno audio Fiorentino Carpentieri, Disegno luci Giuseppe Notaro, Foto di scena Tiziana Mastropasqua. Organizzazione e distribuzione Gianluca Corcione, Amministrazione e consulenza Beatrice Baino.

La rassegna “Notti Rosa”, ricordiamo, promossa dall’Associazione FdV, Fratelli di Versi, sosterrà il Telefono Rosa di Napoli con gli introiti degli spettacoli realizzati in vari teatri della Campania: Teatro Italia, di Acerra, Teatro Alfieri di Marano di Napoli, Teatro Roma di Portici e appunto Teatro Bolivar di Napoli.

Cantami, o Diva… …di famiglia, onore e tracotanza è una nuova sceneggiata, tragica-familiare appunto, che traendo ispirazione da un triste fatto di cronaca giudiziaria, è un’interessante riscrittura, in chiave moderna, dell’Orestea di Eschilo.
Pièce profonda, commovente e densa di significati che affronta tematiche scottanti con un registro linguistico assolutamente perfetto. Quasi tutta l’opera è in napoletano, molti i termini triviali, adeguati e funzionali alla narrazione stessa; senza inutili giri di parole va dritta al punto e proprio per questo è convincente.

Pathos e dramma accompagnano la rappresentazione dall’inizio alla fine senza però risultare angoscianti. Anzi. Nessuna rassegnazione, nessun determinismo, nessuna resa, ma un grido di speranza, nonostante il finale ineluttabile. E una serie di riflessioni importanti supportate da canzoni pregne di significato interpretate, in maniera perfetta, dalla bravissima Rossella Amato.

Ottimo tutto il cast, credibile, empatico ed emozionante.

A rendere il tutto ancor più coinvolgente, le elaborazioni musicali del bravissimo Mariano Bellopede e i costumi e le scene scarne ed essenziali di Annalisa Ciaramella, in cui campeggiano le gigantografie di tre locandine cinematografiche, “Gomorra La serie”, “Il Camorrista” e “Cafè Express”, su strutture mobili, messe in evidenza dagli stessi attori a scandire i vari momenti dell’azione.

Vengono narrate, da svariati punti di vista incisivi, una molteplicità di tragedie.
Veniamo così a conoscenza della storia della protagonista. Adolescente, di famiglia modestissima, viene conquistata dal ricco capo clan che la copre di gioielli, abiti e regali di tutti i tipi e le prospetta il miraggio di una vita felice ed agiata. Sinceramente pazza d’amore per lui, lo sposa e si comporta, per vent’anni, da moglie devota.
Alleva i due figli, Elettra e Oreste, pressoché da sola, dato che lui è nascosto, braccato dalla polizia per le sue azioni abiette, finché, esausta e mortificata dalle sue nefandezze e dai suoi continui adulteri anche con donne di malaffare, riacquista la sua dignità. Compie “l’errore imperdonabile” di innamorarsi di un altro uomo e, totalmente presa dalla passione, incurante delle inevitabili e dolorose conseguenze, non si preoccupa di tenere nascosta la relazione neanche ai figli, abbandonandosi, davanti a loro, alle carezze del suo amante e anteponendo lui a tutto e a tutti.

La “regina” del clan, per dare un taglio netto con il passato, trova la forza di denunciare il marito e inizia a vivere nella paura della vendetta da parte della comunità cui apparteneva fino a quel momento.
La “famiglia” l’addita come colpevole di essersi ribellata alle norme della camorra, di aver infranto “le regole dell’onore” e dell’omertà, di vuotare il sacco davanti al magistrato tradendo i “veri valori”.

I figli, incapaci di concepire l’idea che la madre sia una pentita irrispettosa verso quel boss ancora venerato ed osannato, non le perdonano la mancanza di quello spirito di sopportazione e abnegazione, che nell’immaginario collettivo, ogni moglie deve sempre e comunque al suo uomo e la disprezzano profondamente.

Elettra, la figlia, si reca puntualmente ogni mese alle visite in carcere al padre che, pur dietro le sbarre, continua a tenere le fila del suo “esercito”, e vede nella madre, con cui ha un rapporto conflittuale, la responsabile dello sfaldamento della famiglia. È lei, infatti, che prova a tener unito ciò che resta del nucleo affettivo, è lei a dare forza al padre, è lei a fare il suo “dovere” di figlia di un boss.

Oreste, che è cresciuto senza aver avuto accanto il padre, latitante per tutta la gravidanza della moglie, considera il genitore come un mito, come IL modello da seguire e spera di esserne designato erede.

“Babbuccio”, il re deposto e prigioniero, il morto in vita che non vedrà mai più il sole da uomo libero, continua sì a circondarsi di sudditi fedeli, ma ai loro occhi ha comunque perso potere dato il disonore del nuovo legame sentimentale della consorte.
Se da parte sua, infatti, il collezionare amori è stato segno di mascolinità e fierezza, che lei abbia un altro è invece indicativo della sua leggerezza di costumi.

In questo contesto, anche il dramma di Egidio, reo di amare, corrisposto, la donna di un altro. La non facile scelta di seguirla nel programma di protezione che lo Stato ha concesso loro, lo porta a cambiar vita, nome, aspetto, sempre nel terrore di essere scovato e trucidato dagli scagnozzi del boss, mentre, protetto costantemente dalla scorta non ha più alcun margine di libertà ed indipendenza. Cosciente del fatto che saranno sempre in pericolo perché i figli di lei reclameranno vendetta a vita, le propone di eliminarli.
Al suo categorico rifiuto, perché tradire il proprio marito è un conto, mentre “la propria carne” è inconcepibile, capisce che non avrà scampo. Stremato, anche lui cede perché vuole una vita vera e, pur lasciando la donna e trovando stabilità con un’altra, continua a temere di essere un giorno stanato dagli uomini del camorrista che vogliono ucciderlo per lavare l’onta del tradimento.

Nonostante il finale tragico, che non sveliamo per non lasciarvi il piacere di scoprirlo da soli, il messaggio di speranza che permea tutta la narrazione si afferma prepotentemente.
Anche se è una battaglia difficile che porta tante perdite in termini di vite umane e di sconvolgimenti esistenziali, il tentativo di combattere la camorra non è impossibile ma sempre doveroso.

Una pièce, Cantami, o Diva… …di famiglia, onore e tracotanza, che merita decisamente di essere vista e che sarà ancora in scena stasera, 27 novembre, ore 18:00, al Teatro Bolivar di Napoli.

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