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Della cecità

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Disinganno - Cappella San Severo - Napoli


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Ciechi consapevoli ed inconsapevoli

La cappella Sansevero a Napoli è famosissima per la scultura del Cristo velato, di Giuseppe Sanmartino. Poco conosciute, invece, sono altre due mirabili opere, la Pudicizia, di Antonio Corradini, e il Disinganno, di Francesco Queirolo.

È soprattutto quest’ultima che ci interessa, non solo per un discorso puramente estetico o artistico.

Secondo diversi esperti sarebbe addirittura tecnicamente più rilevante dello stesso Cristo velato.

A rendere affascinante questo gruppo scultoreo è anche la simbologia.

Il sito ufficiale della Cappella lo descrive in questi termini:

Il gruppo scultoreo descrive un uomo che si libera dal peccato, rappresentato dalla rete nella quale l’artista genovese trasfuse tutta la sua straordinaria abilità.
Un genietto alato, che reca in fronte una piccola fiamma, simbolo dell’umano intelletto, aiuta l’uomo a divincolarsi dalle maglie intricate, mentre indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane; al globo è appoggiato un libro aperto, la Bibbia, testo sacro ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria.
Il bassorilievo sul basamento, con l’episodio di Gesù che dona la vista al cieco, accompagna e rafforza il significato dell’allegoria.

Considerando che sia Raimondo de Sangro che lo scultore erano Massoni, ci sembra poco probabile che la simbologia della rete sia quella del peccato, concetto poco presente nella visione libero muratoria.

Molto più coerente ed attendibile ci sembra la definizione del prestigioso ed autorevole esoterista e saggista Sigfrido Höbel.

Essa [l’allegoria del Disinganno] mostra, con grande precisione, proprio questa misteriosa Operazione nel corso della quale lo Zolfo viene liberato dalla prigione corporea in cui è rinchiuso.
Sigfrido Höbel – La cappella filosofica del Principe di Sansevero

Quindi qualcosa di diverso dal peccato. Un momento che oltre che essere interpretato dal punto di vista alchemico potrebbe far riferimento all’iniziazione, proprio quella Massonica, in particolare al momento in cui, su invito del Maestro Venerabile, il Primo Sorvegliante chiede la Luce per il bussante, a cui viene successivamente tolta la benda.

Simbologia che sarebbe confermata anche dal bassorilievo di Gesù che dona la vista al cieco.

Non ci soffermiamo ulteriormente sull’aspetto iniziatico ed esoterico, per eventuali approfondimenti rimandiamo senza dubbio al saggio di Höbel.

Quella che ci interessa è la metafora di un’umanità sostanzialmente cieca, che brancola nel buio, alla ricerca della Verità, della Luce.

A volte la ricerca della verità può assomigliare all’impresa di afferrare qualcosa di evanescente, di cangiante.

Mi taglio la testa se non è andata così, mormorò il vasaio, e allora si sentì stanchissimo, non per aver sforzato troppo la mente, ma perché vedeva che il mondo è fatto così, che le menzogne sono tante e le verità nessuna, o qualcuna, sì, ce ne sarà pure qualcuna, ma in continuo mutare, non solo non dà il tempo di pensarla come una verità possibile, ma dovremo anche, per prima cosa, appurare che non si tratti di una menzogna possibile.
José Saramago – La caverna

O può essere simile ad un brancolare nel buio, dalla nascita.

Era nata nelle tenebre.
Mai nella sua vita aveva visto un seppur tenue bagliore di luce.
Ma della luce aveva sentito parlare.
Sapeva di altre farfalle che erano partite alla ricerca della luce.
Leggende parlavano di farfalle che l’avevano raggiunta.
La nuda esperienza le insegnava però che la maggior parte delle farfalle viveva addirittura nell’ignoranza della luce, che queste preferivano condurre la loro esistenza beandosi dell’oscurità.
Forse non avendo abbastanza coraggio, forse non avendo la forza necessaria ad ammettere di cosa erano prive.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Una sorta di cecità, simile a quella narrata da Saramago, anche se si tratta di una cecità bianca.

… essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti.
José Saramago – Cecità

Una cecità vista come collasso della ragione, dell’etica, della morale, che porta l’uomo, ormai non più tale, a perpetrare le peggiori bassezze.
Non sempre chi è cieco e consapevole di esserlo.
L’arroganza di chi non sa di non sapere.

Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.
José Saramago – Cecità

Meglio essere ciechi che sanno di esserlo.

Guarda! Cammina. Ed interrompe a tratti
la città che non è contro i suoi passi
se non tenebra e nulla. Ora, la fende;
e, quasi chiara coppa, essa s’incrina.
Stan riflessi su lui come su fredda
pagina, intorno, i volti delle cose.
Ei non lì accoglie. Ma i sensi profondi
hanno un palpito lieve; e par che bevano,
sorseggiandolo a stille, l’universo.
Un silenzio… Un intoppo. Ecco: nel buio
sembra che il cieco trascelga qualcuno…
Quasi beato, solleva la mano,
e l’abbandona ad un fidanzamento.
Rainer Maria Rilke – Il cieco (Parigi)

Sviluppare sensi profondi, che pur nella cecità permettono di sorseggiare a stille l’universo.

Sensi come la sana curiosità di conoscere il mondo, la sete di conoscenza, la capacità di rimettersi in gioco.

Sapeva che rischiava di vagare tutta la vita nella speranza di trovare quello che, per quanto ne sapeva, poteva anche non esistere.
Ma sicuramente non avrebbe trovato la luce per caso, senza nemmeno cercarla.
L’alternativa alla ricerca era la condanna alle tenebre, ad una vita di tenebre.
Una vita di recriminazioni, di scrupoli.
Il dubbio di un possibile per quanto improbabile successo l’avrebbe tormentata fino alla fine dei suoi giorni.
Non giocando non vi è possibilità di vincere, in ogni caso.
Talvolta non giocare significa automaticamente la sconfitta nell’impossibilità di aggiudicarsi la posta in palio.
Perdere giocando, dando tutto se stessi, è molto più onorevole che perdere senza giocare, rifiutando di mettersi in lizza.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Ivan Morris, in un testo del 1975, ‘La nobiltà della sconfitta’, racconta la vita di nove eroi tragici, il principe Yamato Takeru, un guerriero di nome Yorozu, il giovane principe Arima no Miko, lo studioso Sugawara no Michizane, il Samurai Minamoto no Yoshitsune, il guerriero Kusunoki Masashige, il cristiano Amakusa Shiro, l’ispettore di polizia Oshio Heihachiro, lo statista Saigo Takamori, oltre a parlare dei kamikaze che alla fine della seconda guerra mondiali si sacrificarono in attacchi suicidi.

Figure di eroi molto diverse da quelli occidentali, la cui cultura tende a mitizzare i vincenti, dove la storia la scrivono i vincitori e i vinti finiscono nell’oblio, per quanto onorevole possa essere stata la causa difesa, la battaglia condotta.

Morris, invece, da britannico, ci racconta come la cultura orientale, quella giapponese in particolare, ammiri coloro che, fedeli ai propri ideali, abbracciano le loro cause fino alla fine, anche se questo comporta l’estremo sacrificio, non abbandonando le armi anche quando sono certi della sconfitta.

Una nobile ed onorata sconfitta.

Pochi, gli eroi tragici occidentali, anche nella letteratura, rare le eccezioni, come Cyrano de Bergerac.

Che dite?… È vana… so… la resistenza adesso, ma non si pugna nella speranza del successo! No, no: più bello è battersi quando è in vano. Qual fosco drappello è lì? Son mille…. Ah, sì! vi riconosco, vecchi nemici miei, siete tutti colà! La menzogna? Ecco, prendi!… Ecco, ecco le Viltà ed ecco i Compromessi, i Pregiudizi!
Che io venga a patti? Mai! Ed eccoti anche te, Stoltezza! Io so che alfine sarò da voi disfatto; ma non monta: io mi batto, io mi batto, io mi batto!
Edmond Rostand – Cyrano de Bergerac

Battersi, anche se si è sicuri della sconfitta. Rimettersi in gioco, anche se non si è sicuri della Luce.

Molto meglio che vincere senza nobiltà ed onore.

Molto meglio che rassegnarsi ad una vita di tenebre.

C’è chi va fino in fondo, anche solo per riuscire. Almeno una volta nella vita, ad alzare la mano, festlich fast, wie um sich zu vermählen.

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Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.