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‘Vita mea. Morte mea’ a Officina delle Idee

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'Vita mea. Morte mea', Camillo Acanfora


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In scena l’11 marzo ad Angri

Riceviamo e pubblichiamo.

Sabato 11 marzo, ore 21:15, presso Officina delle Idee, Corso Italia, 18, Angri, Salerno,
Camillo Acanfora presenta il nuovo lavoro teatrale, ‘Vita mea. Morte mea’. L’autore di ‘Pompei’, residente a Bologna, ritorna ad Angri per la terza volta con un nuovo lavoro, dopo ‘Paro Noie’ e ‘Mascara e menta, E sciò! Ma ‘sta gonn?!’ 
Si tratta di una Primavera della rassegna teatrale offScena organizzata da Officina delle Idee e Subeventi Pompei con la direzione artistica di Adelaide Oliano ormai giunta alla sua quinta edizione, in attesa della rassegna estiva che ogni anno anima sala interna o terrazza della sede di Angri.

‘Vita mea. Morte mea’ 
(Nuovo lavoro teatrale)
di e con Camillo Acanfora

La vita è finita. Non c’è più spazio per noi. La libertà di movimento mentale e fisica in questi confini sempre più sottili è svanita. Viviamo una condizione di assenti.
Una condizione inattiva.
Non possiamo parlare.
Non possiamo replicare.
Non possiamo dire la nostra.
Non possiamo fare nulla.
Quella facoltà di esserci, di porci come agenti ci è negata. Dobbiamo solo assistere.
Assistere e assistere.
La nostra esistenza è stata ricondotta ad un oggettivazione ineffabile. Siamo oggetti di una lettura tirannica.
Da questa prevaricazione nasce un’identificazione con quanto ci viene detto.
Siamo inutili. Incapaci. Il nostro corpo è smembrato. Depresso. Solcato dalla magrezza della fantasia. Spiragli di ottimismo sono otturati da massi appassiti. Senza di loro non potremo mai sopravvivere.
La resistenza depone le armi. Ogni tentativo di reagire muore sul nascere.
Solo la rassegnazione ci salverà. Una rassegnazione apatica. Il futuro è già passato.
Un passo è già un fallimento. E allora tutto è grigio. Tutto è indistintamente nero.
Meno male, però, che un grande altro in noi vive.
È quella voce che non ha mai smesso di parlare. Non è il demiurgo che comanda i fili.
Non è il grillo parlante. Non è la coscienza.
È quell’alterità in noi, altra da noi e dal mondo in cui siamo segnati, che non ha mai smesso di urlare il suo rifiuto.
Che non hai smesso di lottare. Che non hai smesso di proiettarsi in utopia non ancora scoperta.
È la fuga.
Ci ripetono che dobbiamo riuscire. Riuscire in tutto. Nella vita. Nel lavoro. Negli affetti.
Che dobbiamo essere famosi. Essere imprenditori.
In effetti si riesce.
Una riuscita che è uscita da questi schemi.
Una vita che smette di vivere. Che si rintana nella morte per resuscitare.
Per finalmente segnarsi in questo mondo che pare che non ha più bisogno di noi.
L’uomo quindi da homo cessus, colui che cessa di vivere, accettando di ingoiare gli escrementi sociali che gli piovono dall’alto, diventa homo bàren, colui che fa della propria bara la nuova dimora dei propri desideri.

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