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Il libraio di Kabul, di Asne Seierstad

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Il libraio di Kabul


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Titolo: Il libraio di Kabul
Autore: Asne Seierstad
Editore: Bur Biblioteca Univ. Rizzoli
Collana: Narrativa
Prezzo: € 8,50

Asne Seierstad (Oslo, 10 febbraio 1970) è una giornalista e scrittrice norvegese.
Ha studiato all’Università di Oslo, completando con successo i suoi studi di russo, spagnolo e storia della filosofia. Ha lavorato come corrispondente per Arbeiderbladet dalla Russia (1993-1996) e dalla Cina (1997).

Asne Seierstad

Dal 1998 al 2000 ha lavorato per la televisione pubblica norvegese NRK come corrispondente dalla Serbia, raccontando la guerra in Kosovo. I suoi reportage vennero poi pubblicati nel libro With Their Backs To The World: Portraits from Serbia (poi ampliato e ripubblicato come Portraits of Serbia nel 2004).

Nel 2001 fu inviata negli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 ed ha seguito sul campo la conquista di Kabul da parte dell’Alleanza del Nord dopo la caduta del Governo talebano. Successivamente, ha pubblicato il suo secondo libro, The Bookseller of Kabul, il racconto della sua esperienza presso una famiglia di Kabul nell’Afghanistan post-talebano.

È stata anche inviata dall’Iraq e dalla Cecenia, argomento di altri due libri: “One Hundred and One Days: A Baghdad Journal, un resoconto dei tre mesi di corrispondenza durante la ricostruzione dell’Iraq; Angel of Grozny: Inside Chechnya, un resoconto dell’esperienza in Cecenia, ai margini della Seconda guerra cecena.
Attualmente, vive e lavora ad Oslo.

L’autrice del romanzo “Il libraio di Kabul”, Asne Seierstad, è una giornalista norvegese, che trovatasi a Kabul come seguito delle missioni di pace, si reca spesso nella libreria di Sultan Khan e, tra un libro e l’altro, chiede all’uomo di poter documentare in un libro la vita di una famiglia afgana.

Il libraio l’accoglie nella sua casa superaffollata permettendo alla scrittrice di raccontarci uno spaccato di vita afgana nel periodo che segue la caduta dei talebani.

Conosciamo così la difficile vita di uomini e donne in balia delle tradizioni. In questa società la libertà personale è completamente bandita, assoggettata ai voleri del capoclan, in questo caso, Sultan.

Alle donne sono negati l’amore, l’autonomia, la dignità. Queste appartengono alla famiglia che decide della loro vita senza tenere nessun conto la volontà individuale. Donne fatte sposare solo perché il denaro che il futuro marito verserà ai parenti permetterà, magari, di pagare gli studi del figlio maschio più grande. Donne sacrificate, rese quasi serve, soprattutto se non mogli del capofamiglia. Donne come Leila, che ho amato molto, sguattera della casa, con soli doveri, ma con la segreta speranza di poter insegnare e quindi fare qualcosa anche per se stessa. La ragazza sgobba tutto il giorno ed è maltrattata da chiunque. Deve servire l’anziana madre più le due moglie del fratello, oltre, ovviamente, tutti gli uomini di casa.

Leila pesta i piedi. Nel fango della società e nella polvere delle tradizioni. Pesta i piedi in un sistema che si è consolidato attraverso i secoli e paralizza metà della popolazione.
Il Ministero dell’Istruzione è a mezz’ora di autobus di distanza. Una mezz’ora insuperabile.
Leila non è abituata a lottare per qualcosa, al contrario, è abituata a rinunciare. Ma un modo dev’esserci. Deve solo trovarlo.

Ho letto, quasi con dolore, la condizione straziante in cui vive tutta la popolazione femminile, su cui la famiglia ha diritto di vita e di morte; felicità e serenità non sono proprio contemplate per le donne.

Le giovani sono prima di tutto merce di scambio e di compravendita. Il matrimonio è un contratto che si stipula tra diverse famiglie e all’interno delle famiglie: tutto di decide in base al profitto che apporta al clan, raramente i sentimenti vengono presi in considerazione.
Per secoli e secoli le donne afgane hanno dovuto accettare le ingiustizie che si commettono contro di loro. Sono le donne stesse a darne testimonianza attraverso il canto e la poesia.
Ci sono canti che non sono pensati per essere ascoltati da qualcuno e la cui eco risuona sui monti e nel deserto.

[…] Crudeli, voi che vedete un vecchio
avvicinarsi al mio letto
e mi chiedete perché piango e mi strappo i capelli.
Oh, mio Dio! Hai fatto scendere ancora su di me
La notte oscura
E di nuovo tremo da capo e piedi
Perché devo infilarmi in quel letto che odio […]

La società afgana, oltre ad essere maschilista, è vittima non solo dei governi che, in un clima di guerre perenni, rendono la vita difficile, ma soprattutto delle proprie superstizioni e tradizioni. Donne che continuano a portare il burqa solo perché il marito o un fratello lo decide. Donne che per tradizioni vanno verso il matrimonio rassegnate e, per decoro e consuetudini, non possono in nessun modo esprimere la propria opinione sull’uomo a cui la famiglia le ha vendute, poco importa l’età. Sono i padri a decidere per loro; così capita che ragazze di 15 anni siano date in spose, come seconde mogli, ad uomini di 60 anni.
La cosa più aberrante, per me, è constatare che le madri fanno subire alle figlie le stesse angherie che hanno dovuto sopportare loro. Nascere donna, in questa società, è davvero una tragedia.

La scrittura utilizzata dall’autrice è di tipo giornalistico, un tantino fredda, un narrare semplicemente i fatti. Raccontare, capitolo dopo capitolo, i vari componenti della famiglia.

Il libro è un documento per capire la vita del popolo afgano tra tradizioni, immani soprusi e grandi miserie. Il capoclan ha poteri di vita e di morte su tutti i componenti della famiglia.
Ed è proprio qui la grande differenza con il mondo occidentale.
Non c’è individualismo: un ragazzo si sposa e porta la moglie a vivere nel suo nucleo familiare d’origine ed entrambi sono assoggettati al volere del capofamiglia. A meno che non si è abbastanza benestanti da potersi permettere una casa propria, ma in Afghanistan è quasi impossibile perché la povertà si tocca con mano.

Sultan, il capo indiscusso della famiglia, è pessimo, prevaricatore, ingiusto ed egoista.
Impedisce anche ai figli maschi di andare a scuola perché sgobbino nelle sue librerie, dove egli stesso è ovviamente signore indiscusso ed incontrastato, come la maggior parte degli uomini del suo tempo.
Ma purtroppo a Kabul è la regola e parliamo di una famiglia agiata per i canoni della città.

Un libro da leggere per riuscire a cogliere e capire le differenze culturali e di educazione.
La scolarizzazione è molto bassa, pari a zero per le donne, per cui la mentalità è chiusa e stretta dalle tradizioni che nessuno pensa mai nemmeno lontanamente di cambiare.
È un circolo vizioso: quando si è figlie si subiscono terribili ingiustizie, che si fanno poi subire alle proprie figlie.

Per me è stato difficilissimo leggere questo libro senza indignarmi nel riscontrare quando poco conti, per una famiglia, il benessere e la felicità della prole che non ha diritto ad avere aspirazioni personali.
È il padre a decidere che lavoro dovranno fare i figli maschi e a lui devono essere consegnati tutti i guadagni. È sempre il capoclan a combinare i matrimoni, cosa impensabile nella nostra società occidentale.

La cosa che mi ha fatto soffrire di più è stata rendermi conto che la metà della popolazione, quella femminile, vive segregata tutta la vita, magari nascosta dentro un burqa quando raramente esce di casa e, nel corso della sua esistenza, cambia solo padrone.

In questo periodo così difficile per tutti, in seguito agli attacchi terroristici che purtroppo fanno tristemente notizia, è importante leggere e conoscere tradizioni e costumi diversi dai nostri per aiutarci ad avere meno pregiudizi e capire che islamico non è affatto sinonimo di terrorista.

La trama
Novembre 2001. Asne Seierstad entra a Kabul e nella vita di Sultan Khan, il libraio che ha pagato con il carcere lo scontro per la dignità della sua nazione. La giovane reporter norvegese diventa per quasi un anno “la figlia bionda” di Sultan, ospite nella sua casa e testimone di amori proibiti, crimini, punizioni, ribellioni giovanili e ingiustizie che segnano la vita quotidiana della famiglia Khan, divisa tra l’onore e le umiliazioni subite, soprattutto dalle donne, sotto il regime talebano.
“Il libraio di Kabul” è il resoconto di quell’esperienza straordinaria, la voce di un popolo che cerca di risollevarsi dopo la guerra, i sogni di riscatto che squarciano il buio di una società in lotta per la sopravvivenza.

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Elisa Santucci

Autore Elisa Santucci

Divoratrice di libri e sperimentatrice culinaria.