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Intervista allo scrittore Vincenzo Russo

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Vincenzo Russo


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L’impegno sociale, tra poesia, teatro, narrativa e associazionismo

Vincenzo Russo, scrittore, poeta napoletano, risiede nel paese che fu di Massimo Troisi, San Giorgio a Cremano (NA).

Presidente dell’Associazione Artistico Culturale “Talenti Vesuviani”, responsabile del “Premio Nazionale di Poesia città di San Giorgio a Cremano”; vincitore di numerosi e prestigiosi premi letterari e di poesia, è impegnato nel campo sociale, improntando la sua vita artistica su tematiche importanti che ruotano attorno alla solidarietà nei confronti delle persone che vivono condizioni di vita disagiate.

Come nasce questo artista?

Diciamo che le prime avvisaglie mi sono arrivate ai tempi della scuola, dove ho sempre prediletto le materie umanistiche; un giorno partecipai a un concorso presso la Regione Campania con un tema di italiano, che riguardava la questione del Mezzogiorno e tra i tanti studenti che si presentarono, mi classificai al primo posto.

Ho sempre avuto tanto da dire; ma è sicuramente importante come si dicono le cose. Ognuno di noi, nel proprio cassetto, conserva degli appunti, delle pagine scritte, a cui nessuno accederà mai, così anch’io sono sempre stato ispirato dalla poesia.

Ci vuole un atto di coraggio a rendere pubblici i propri elaborati, perché il valore aggiunto a tutto ciò che facciamo è dato dalla condivisione dei propri sentimenti, mentre molti scrivono le proprie cose, nascondendole gelosamente, anche con un senso di vergogna a condividerle; mentre tutto ciò che è bello e che può far bene alla collettività, si deve mostrare. Così pubblicai, nel 2003, il mio primo libro ‘Il magico scenario’ con una casa editrice siciliana. Diventai una scoperta come autore, per gli amici e le persone che mi circondavano, e fu un grande successo.

Di cosa trattava il libro?

Erano poesie in vernacolo napoletano e in italiano. L’editore rimase piacevolmente colpito dal fatto che un giovane autore, sconosciuto al pubblico, vendesse 2000 copie in breve tempo. Questo mi ha spronato a continuare. Pubblicai un’altra raccolta di poesie, ‘Intorno a te’, ed ebbi la gradita partecipazione dei comici Paolo Caiazzo e Peppe Iodice, nella recitazione delle mie poesie e nella produzione di un CD, il cui ricavato, di circa tremilacinquecento euro, venne devoluto ad un orfanotrofio della Romania. Infatti, tengo a precisare che i proventi di tutte le mie pubblicazioni, tranne la prima, sono sempre state destinate alla beneficenza. Con il tempo cominciai a cimentarmi nella scrittura, quindi racconti e romanzi, e pubblicai, nel 2006, ‘Il treno dei sogni’, edito dalla Casa Editrice Spring di Caserta, dove racconto della mia esperienza di barelliere nel treno bianco che porta gli ammalati verso il Santuario di Lourdes in Francia.

Poi decisi di provare con una rappresentazione teatrale, e scrissi ‘Che fine ha fatto la cicogna?’ che è un omaggio alla donna e alla maniera naturale di far nascere i bambini.

Questa idea da dove nasce?

Leggendo da un giornale di una madre – nonna che portava in grembo il figlio della figlia, con il seme del genero defunto, il cosiddetto utero in affitto; alla fine mi sono chiesto, ma quando questo figlio nascerà, a chi chiamerà “papà”? Allora mi sono inventato una clinica in cui, quando nascono i bambini, c’è una figura benefica che, di notte, ripone degli oggetti accanto alla culla e che indicano il destino del neonato.

Una commedia umoristica che ho messo in scena con alcuni dei ragazzi a rischio del quartiere Ponticelli di Napoli, che ho raccolto dalla strada e invitato a recitare. È stata una grande soddisfazione, specialmente quando, dopo la rappresentazione teatrale, una ragazza che aveva partecipato mi scrisse: “Grazie a te ora so di valere!”

Hai avuto delle difficoltà iniziali nel mettere in piedi una pièce teatrale?

Sì, inizialmente ho avuto difficoltà nel far comprendere cosa volessi realmente comunicare, infatti ho trovato tante porte chiuse; poi, tre persone importanti nella mia vita mi hanno consigliato la strada da intraprendere: Giampaolo e Luigi Necco, giornalisti, che adesso non ci sono più, e il caro Franco Landolfo, ex Direttore del Giornale Il Roma e Segretario dell’Ordine dei Giornalisti, anche lui morto circa 12 anni fa.

Sei anche il Presidente di Talenti Vesuviani di San Giorgio a Cremano, come nasce questa Associazione?

Un singolo può certamente avere contatti con le istituzioni, ma se quando si confronta con dei politici ha alle spalle un’associazione alle spalle allora il discorso chiaramente cambia. Da qui nacque Talenti Vesuviani, un nome che vuole ricordare le mie origini napoletane, dei Quartieri Spagnoli.

Come ritieni che sia la tua scrittura?

Diceva Giampaolo Necco: “Dategli un foglio di carta e una penna e sarete sicuri che non resterà mai bianco!”
È vero. Io uso una scrittura abbastanza semplice per dire le cose.

È il modo migliore per arrivare agli altri e farsi comprendere…

Il mio intento è far arrivare agli altri in maniera chiara messaggi di Pace, Amore e Solidarietà.

A un certo punto della mia vita ho deciso di dare voce a chi voce non ha e, grazie alla Homo Scrivens, casa editrice di Napoli, sono nate le mie ultime opere: ‘Una vita fa’, che racconta di una storia vera, che mi è stata narrata da un signore ottantenne, abbandonato alla nascita nella Ruota degli Esposti, e, attraverso il suo impegno, è riuscito a cambiare il suo destino e ‘Distrazioni di Massa’, il cui titolo deriva dal fatto che oggi c’è una progressiva perdita dei valori e di rispetto tra gli uomini, siamo sempre più distratti, soprattutto dall’errato utilizzo di cellulari e internet che ci allontanano sempre di più dagli altri.

C’è una poesia delle tue a cui sei più affezionato?

Sì, ‘Il Generale’, è ispirata a Carlo Alberto Dalla Chiesa e mi valse l’Attestato di Benemerenza dell’Arma dei Carabinieri per meriti culturali; poi ancora una poesia ispirata a Giovanni Paolo II ‘A vuluntà d’è Dio, Karol ‘na penna e ‘a mana mia’ con la quale vinsi una Medaglia d’oro dello Stato Vaticano di Roma nel 2000.

So che sei una persona di grande fede. Qual è il tuo rapporto con il Trascendente?

Ho un rapporto molto personale con la figura del Cristo, che reputo il mio migliore amico, per me fonte benefica di vita. Ricondurre il mio pensiero a Lui, significa rivolgermi verso il Bene.

Quindi il tuo essere impegnato nel sociale, il tuo essere uomo di Fede ed artista è un filo conduttore, un trait d’union. Posso dire che hai un dono che ti porta verso le persone sofferenti, creando delle opere artistiche stupende, dove traspare questa tua sensibilità così genuina. Sei sempre stato così?

Sì, intanto ti ringrazio degli apprezzamenti! Qualsiasi cosa si faccia, bisognerebbe usare il cuore; quando ti muovi con passione, il cerchio si chiude. Mi dispiace vedere le sofferenze degli altri, sono felice se gli altri vivono con felicità.

Per i temi sociali, ho pubblicato, nel 2012, il libro ‘Che bello lavorare’ sempre con la stessa casa editrice, che ormai mi ha adottato, dove ho raccontato una storia vera di mobbing, una violenza sulla donna nel mondo del lavoro; anche questo è stato un omaggio alla donna, la protagonista è stata un’eroina che ha combattuto per far condannare i suoi persecutori; il messaggio che ho voluto dare è che bisogna avere il coraggio di denunciare chi è causa di tali violenze.

Hai una grande capacità di empatia anche con la parte femminile, riesci ad immedesimarti nel ruolo della donna con grande sensibilità.

Spesso mi è stato detto che ho una sensibilità “femminile” molto evidente e questo mi fa davvero piacere! Pensa che questo libro è stato pubblicato dieci anni fa, quando di mobbing se ne parlava ancora poco, mi sento un po’ precursore.

Nasce poi, nel 2017, il tuo ultimo romanzo ‘Il Capocella’, un’opera letteraria molto importante per la tematica che affronta: il carcere. Mi ha colpito una frase molto bella, di Filippo Turati, a tergo della copertina del libro: “Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta”. La prigione per te cosa è e cosa dovrebbe essere?

Dovrebbe essere rieducazione di un soggetto che sbaglia, l’errore non sta a noi giudicarlo, purtroppo si sente ancora parlare di morti in carcere per suicidio, di ragazzi lasciati lì, senza cura alcuna.

In questo libro parli dell’amicizia tra il giovane Claudio e il Capocella, un legame molto importante. Cosa ti ha spinto a creare questi personaggi? E cosa hai voluto esprimere?

Ho voluto esprimere me stesso, perché nei protagonisti c’è sempre qualcosa dell’Autore.

Se Claudio e il Capocella instaurano un rapporto è perché io sono portato ad instaurare quel tipo di rapporto basato sull’amicizia e sulla solidarietà.  Sono entrato nel carcere di Poggioreale e i detenuti che avevano letto il libro mi hanno rivelato che le loro prime impressioni erano un po’ sul risentito, perché nel testo, inizialmente, parlo di cose che non ci sono più, come il vetro divisore tra familiari e detenuti, che esisteva anni fa quando si andava a colloquio in carcere. Quando hanno terminato la lettura del libro, non volevano più che andassi via, mi hanno proposto di mettere una brandina lì e trascorrere del tempo con loro.

Quando sei stato lì, cosa hai visto negli occhi dei detenuti?

La speranza! Una carica eccezionale! Il non essere più costretti a ripetere gli stessi errori; c’erano dei ragazzi che mi hanno intenerito, che alla mia domanda del perché erano lì, rispondevano che avevano sbagliato.

Al di là del fatto che nel 2013 l’Italia sia stata anche multata dalla Comunità Europea in materia dei diritti dei detenuti, mi chiedo come sia possibile che in una cella piccola si trovino dodici persone. Qualche mese fa è iniziato il processo per la “Cella Zero” di Poggioreale, ovvero una cella dove i prigionieri venivano condotti incappucciati e sottoposti a torture. È stato pubblicato un libro denuncia da parte di un detenuto che ha subito maltrattamenti in questa cella, e il libro è stato portato anche in teatro con il titolo ‘La Cella Zero’.
Il carcere non deve essere tortura!

Voltaire diceva che “Il grado di Civiltà di un popolo si vede dalle sue carceri”, perché laddove ci fosse una civiltà senza carceri, vorrebbe dire che la Società è così perfetta e a misura d’uomo che nessuno è portato all’errore. Condividi?

Sì, è così, e poi bisogna pensare che il penitenziario è parte integrante della città, anche se ne vediamo solo le mura, lì dentro ci sono delle persone che hanno diritto alla dignità.

‘Il Capocella’ è stato anche messo in scena con la regia di Costantino Punzo, interpretato da Peppe Carosella, Flavio D’Alma, Emanuele Iovino, Carlo Paoletti, Melania Pellino, Francesco Rivieccio…

In pratica ho portato il carcere fuori, tra la gente. È stato uno spettacolo davvero importante e ben interpretato. La prima rappresentazione l’abbiamo fatta nella Biblioteca Annalisa Durante di Forcella; è uno spazio teatrale nel cuore di Napoli, ed è stato coraggioso presentarla proprio lì, in quella realtà che ben conosciamo.

Siamo stati omaggiati dalla partecipazione del Deputato Paolo Siani, del Consigliere Regionale Gianluca Daniele, dell’Assessore alla cultura del Comune di Napoli, Gaetano Daniele, del Sindaco di San Giorgio a Cremano Giorgio Zinno, del presidente dell’Associazione “Annalisa Durante” Giuseppe Perna, del responsabile dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere penali Italiane Riccardo Polidoro.

L’intento della pièce è stato quello di far comunicare le due parti: l’offeso e chi ha offeso.

So che ti sei impegnato anche su un altro tema molto importante, il bullismo.

Ho scritto un racconto e l’ho distribuito nei vari Istituti scolastici di San Giorgio a Cremano, dove ne ho omesso il finale.
Gli alunni hanno terminato il racconto, ed è nata un’antologia; realizzeremo un cortometraggio e il 16 maggio, nelle Fonderie Righetti di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano, ci sarà un evento importante, dove saranno presente il Generale Carmine De Pascale, Consigliere Regionale e fautore della legge sul Bullismo e Cyberbullismo, il Sindaco di San Giorgio a Cremano Giorgio Zinno, ed altri relatori.

Prima di salutarci, vuoi lasciare un messaggio importante?

Il messaggio finale che vorrei lasciare è che la bontà della vita di un uomo si misura con il tempo dedicato alla vita degli altri!

Con queste bellissime parole, che sono un invito all’attenzione verso il prossimo, ho ringraziato e salutato l’autore augurandogli il meritato successo! ExPartibus seguirà con interesse i suoi prossimi eventi.

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Maria Filomena Cirillo
Maria Filomena Cirillo, nata a San Paolo del Brasile, vive in provincia di Napoli, dopo aver abitato per anni sul lago di Como. Il suo cammino spirituale è caratterizzato dalla ricerca continua dell'essenza di ciò che si è, attraverso lo studio della filosofia vedantica, le discipline orientali di meditazione e l'incontro con i Maestri che hanno "iniziato" il suo percorso. Tra Materia e Spirito. Master Reiki, Consulente PNF, tecniche meditative e studi di discipline orientali. Conduttrice di training autogeno e studi di autostima e ricerca interiore. Aromaterapista ed esperta di massaggio aromaterapico.