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Attenzione e concentrazione

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Robin Williams ne 'L’attimo fuggente’

Sta’ più attenta Maria! Concentrati!
Giuseppe non è mai concentrato in classe, deve fare più attenzione.

Ben ritrovati! Quest’oggi ho voluto cominciare con un dialogo che rimandi al titolo della seconda lezione del corso Digito, ergo sum.

Osserviamo meglio cosa c’è scritto. Maria e Giuseppe difettano in… attenzione? Concentrazione? O in ambedue le cose? E soprattutto, quelle due parole non sono sinonimi, dopo tutto?

Prima di risponderti, devo dirti una cosa di cui sono convinto al cento per cento: parafrasando Fantozzi, l’italiano è una lingua maledetta! Ciascuno parla a modo suo, dimenticando l’originale significato delle parole e le regole della grammatica. Allora, proviamo a farci spiegare la faccenda da qualcuno più in gamba di me.

Sul dizionario Garzanti, l’attenzione viene definita come l’intensa applicazione dei sensi e della mente su un dato oggetto. La stessa fonte descrive, invece, la concentrazione in questi termini: affluenza o convergenza di notevole entità in un determinato punto.

Già queste a me sembrano definizioni differenti, ma cerchiamo di capire meglio. Analizzando l’etimologia dei due vocaboli, scopriamo che “attenzione” deriva dal verbo attendere e che quest’ultimo è la contrazione dell’espressione latina “ad tendere”, cioè “tendere verso”. Pertanto, il significato originario di questa parola indica l’essere protesi verso qualcosa, puntare qualcosa che si trova all’esterno.

Invece “concentrazione” deriva da “cum”, “con”, “insieme”, e “centratio”, centrare, porre qualcosa al centro, quindi potremmo dire che la concentrazione è l’atto di mettere qualcosa al centro.

Ma allora, se attenzione è tendere verso qualcosa, significa che siamo noi a muoverci, verso questo qualcosa. Viceversa, la concentrazione è mettere qualcosa al centro, ossia portare questa cosa esterna dentro di noi, al centro di noi stessi. È la cosa, che si muove verso di noi, e non il contrario.

Che cosa significano queste quisquilie etimologiche, William? In pratica che a Maria e Giuseppe è stato chiesto di fare due cose del tutto opposte!

Purtroppo come ti dicevo l’italiano, in quanto lingua ricca e dinamica, ossia soggetta a cambiamenti, si è nel corso dei secoli imbastardito. Questo può essere visto come un bene, perché se ottocento anni fa poteva permettersi di scrivere solo Dante e oggi oso farlo anche io, qualche progresso in ottica democratica è stato fatto.

Accade tuttavia che l’utilizzo comune della lingua faccia scherzi impensabili, e così due termini nati per indicare azioni contrarie hanno nel corso del tempo snaturato il proprio significato, diventando quasi sinonimi. Ne è riprova il fatto che alcuni dizionari, anche prestigiosi, spesso confondono questi due concetti tanto diversi.

Bene, William, perché mi stai dicendo queste cose?

Proviamo a definire attenzione e concentrazione utilizzando un linguaggio da persona normale:

attenzione ⇒ orientare i propri sensi verso un oggetto esterno;
concentrazione ⇒ ripiegarci su noi stessi, focalizzarci sul nostro interno.

È questa la differenza più importante e, forse, l’unica che ci interessi davvero.

• L’attenzione è volgere il nostro sguardo fuori da noi.
• La concentrazione viceversa è rivolgerlo dentro di noi.

L’attenzione è apertura, la concentrazione chiusura.

Come un riccio che si richiude in se stesso, chi si concentra isola ogni stimolo esterno per focalizzarsi su di sé. Pensa ai cerchi concentrici: si chiamano così perché procedono da quello più esterno verso quello più interno. Da fuori a dentro.

L’attenzione è il suo esatto contrario, da dentro a fuori. Ed entrambi sono esercizi psichici indispensabili al processo creativo.

La scorsa volta, nella lezione Prima di tutto, vivi, ho sottolineato l’importanza di uscire, quindi comprenderai che in questa fase sfrutteremo e miglioreremo la tua capacità di prestare attenzione. D’altronde la prima parte del corso s’intitola Dal mondo per me. Va da sé che nella seconda, Da me per il mondo, alimenteremo la tua capacità di concentrarti.

Detto questo, vediamo come imparare a essere più attenti. Torniamo al Garzanti: la definizione di quel vocabolario ci suggerisce un indizio fondamentale allorché parla dei sensi. Se ricordi, nella lezione precedente ti ho chiesto di compilare un breve elenco di elementi che avevano colpito la tua attenzione. Riprendi in mano quella lista. Che cosa hai elencato? Il viso di una persona? La voce di un bambino? Un certo rumore, un profumo, il gusto di un gelato? Qualsiasi cosa tu abbia trascritto, è finita in quell’elenco grazie ai tuoi cinque sensi.

Quindi possiamo dire che esercitare l’attenzione è rivolgere il proprio sguardo al mondo, catturando gli stimoli esterni con i nostri sensi.

E ora viene il bello. Poiché possiedi i cinque sensi, già racchiudi in te la capacità di porre attenzione. Sei così dalla nascita: dal primo giorno puoi vedere, ascoltare, assaporare.

Ma quanto e fino a che punto sei in grado di sfruttare i cinque sensi? Sì, sai giudicare belli Charlize Theron e Ian Somerhalder, ma perché ti appaiono belli? Perché davanti a un assolo di Slash dei Guns la gente si straccia i vestiti di dosso e invece, quando ascoltavamo la buonanima di Mino Reitano, ci veniva voglia di prenderci a bastonate sugli zebedei? L’odore delle patatine fritte e quello della pasta e cavolo stuzzicano il tuo appetito allo stesso modo?

Sai, per apprezzare un dipinto, una canzone, un sapore devi osservare, ascoltare, assaporare. Ma non puoi limitarti a dire: «La Venere di Botticelli è un bel quadro» perché questi sono giudizi, e i giudizi sono sempre soggettivi.

Invece, nella scrittura è importante prestare attenzione ai dati oggettivi. Cosa ti piace della Venere? Perché consideri un capolavoro quel dipinto?

Tutto quello che serve è un po’ di allenamento, dopodiché potrai sfruttare al massimo questi doni che hai per diritto di nascita, queste cinque armi con le quali catturare la bellezza, o la bruttezza, che c’è intorno a te. E ti prego, non darli mai per scontati i tuoi sensi. Senza scadere nella facile retorica, tu puoi ammirare un tramonto e provare a descriverlo, ma come fa un non vedente dalla nascita a capire l’arancione?

Prima accennavo all’attenzione come estendere se stessi su un qualcosa, ed è questo il segreto che devi far tuo per migliorare la capacità percettiva. Esempio:

… e così gli ho detto che non si deve più permettere di trattarmi in questo modo. Diamine, ti sembra possibile che dopo tutto quello che ho fatto per lui continui a comportarsi così? Che poi l’altra volta, quando era venuta mia suocera, gli avevo anche chiesto la gentilezza di… ma mi stai ascoltando?

Lo sfogo della protagonista di questo breve monologo non è stato ascoltato con attenzione dal suo interlocutore, altrimenti lei non gli avrebbe rivolto la domanda finale. Quante volte ci è capitato di sentirci porre una domanda simile?

Se pensiamo ad altro mentre una persona ci parla, non le stiamo dando attenzione. Non è questione di deconcentrazione, non stiamo andando verso di lei, non siamo protesi verso di lei, non le prestiamo attenzione. Ci distraiamo perché andiamo verso qualche altro pensiero, la nostra attenzione diverge verso qualcos’altro.

Quando invece ascolti qualcuno senza distrazioni, senza giudicare, senza cercare per forza qualcosa da rispondere, stai prestando attenzione totale a quella persona. Si diventa ricettivi al 100%. È quello che certi maestri spirituali definiscono qui e ora. Durante l’ascolto attento, ma più in generale quando presti davvero attenzione, ci si svuota di ogni emozione, e questa cosa vale per tutti e cinque i nostri sensi. Un esempio per chiarire le idee:

Che brutto naso ha quel vecchio!

L’autore della frase sta giudicando brutto il naso del vecchio, cioè ha dichiarato un suo giudizio personale. Non ha descritto quel naso, non ci ha detto per quale motivo lo considera brutto. E perché? Semplice, non è stato attento alla figura davanti a sé: si è fatto bastare la percezione istintiva sorta in lui nel vedere quel naso, che gliel’ha fatto considerare brutto. Ma questo va bene fino a quando non devi raccontare, quella tua percezione. Se la devi raccontare, devi far vedere quanto è brutto quel naso e perché:

Il naso del vecchio era rosso, con un grosso bubbone in prossimità della narice destra.

Qui l’autore non emette giudizi. Ha messo a tacere le sue emozioni, limitandosi a descrivere alcuni dettagli del naso della persona. E lo ha potuto fare perché è stato attento ai dettagli di quel naso, tanto da poterli mettere nero su bianco. L’autore, qui, non ti dice che il naso è brutto: fa vedere al lettore com’è fatto, quel naso. Poi starà al lettore giudicare se il naso sia brutto o no.

Insomma, ci siamo capiti: per (de)scrivere bene bisogna essere attenti a quel che ci circonda. Ma questo non vale solo per le descrizioni. L’attenzione è una qualità fondamentale anche per i dialoghi, o per catturare l’ispirazione o, addirittura, per avere l’idea innovativa per un nuovo racconto, una poesia o un romanzo.

Nelle prossime lezioni potenzieremo la tua scrittura con i cinque sensi. Per ora ho bisogno però di accertarmi che tu faccia tuo il concetto di attenzione e che ti eserciti ad applicarlo nella vita di tutti i giorni, quindi:

Esercizio #1
Da fare in casa o fuori, a tua discrezione. Scegli un oggetto a piacere e presta la massima attenzione visiva. Senza pensare ad altro, senza giudicarlo. Devi essere come uno scienziato asettico che esamina un microorganismo. Trascrivi su un file le peculiarità che ti colpiscono di questo oggetto.

Esercizio #2
Ripeti la stessa cosa, ma prestando massima attenzione a un suono o rumore. Elenca anche in questo caso gli aspetti che ti hanno colpito.

Esercizio #3
Scrivi un breve testo facendo interagire l’oggetto del primo esercizio con il suono del secondo. Dovrai includere nella tua composizione tutte le caratteristiche che hai evidenziato per entrambi.

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