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Il filosofo e lo psicoterapeuta

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Filosofo


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La differenza tra paziente e ricercatore spirituale

Prendiamo il caso in cui una persona desideri ottenere un equilibrio emotivo e creare relazioni positive con il suo prossimo per tutta la vita. Per un buddhista cercare una guida spirituale è un po’ come cercare uno psicoterapeuta.
Sia per l’occidentale, che per l’orientale, la necessità di appoggiarsi a qualcuno nasce dalla consapevolezza della propria disarmonia interiore e dal desiderio di alleviarne i dolori.

Sia la psicanalisi che la tradizione tibetana concordano sul fatto che per ottenere il benessere interiore sia indispensabile conoscersi, come chiave per la propria autotrasformazione in positivo.

Aggiungiamo anche che entrambe riconoscono che occorra una sana relazione tra maestro e discepolo, o paziente e psicanalista, affinché si possano ottenere risultati duraturi nel tempo.

Nonostante le analogie suddette esistono però tre sostanziali differenze fra diventare discepolo di un monaco buddhista o paziente di uno psicanalista occidentale.

La prima consiste nello stadio emotivo, dovuto ai differenti tipi di educazione.

I giovani asiatici, in generale, ricevono fin da bambini un indirizzo proteso al controllo e alla trasformazione degli stati d’animo, perciò si rivolgono ad un maestro – monaco o filosofo che sia – per completare una maturazione interiore che già avevano iniziato da piccoli. Di solito, in Occidente, ci si rivolge allo psicoterapeuta quando la situazione è precaria, debilitante, ai confini della nevrosi.

La seconda differenza riguarda il tipo di interazione. L’occidentale desidera essere ascoltato, si aspetta che i propri problemi personali vengano considerati con molta attenzione da parte dello psicanalista.

I discepoli buddhisti, normalmente, non esternano le loro problematiche con i maestri, non si attendono, e nemmeno le esigono, particolari attenzioni individuali.

Pur se talvolta si confidano, il loro scopo principale è rivolgersi ai Filosofi Orientali per ascoltarne gli insegnamenti e discuterli insieme, poiché sarà proprio ciò che impareranno la loro medicina per la mente.

Questo è il tipo di approccio che anch’io insegno a tutti coloro che desiderano diventare consulenti filosofici poiché ritengo che sia buona cosa “educare” le persone ad immergersi nella conoscenza, per poi attingerne ciò che le faccia star bene, mettendo in pratica quanto appreso.

La terza differenza, anch’essa da tenere in gran conto, rappresenta il grande cruccio di molti psicologi e psicanalisti. In molte occasioni il paziente occidentale paga per le proprie sedute ma, arrivato al nocciolo del problema, oppone resistenza alla propria autotrasformazione, rifiutandosi di passare all’azione.

Raramente si impegna a modificare i propri atteggiamenti, i propri comportamenti e, tutto ciò, fa sì che abbia bisogno di molto tempo, a volte perfino anni, per rendersi conto che finché non darà una svolta alla propria vita, al proprio modo di pensare e di agire, le cose stagneranno senza possibilità di soluzione.

I ricercatori spirituali asiatici, anche se ciò non è applicabile a tutti, in genere si impegnano molto per mettere in pratica quanto imparato, e per seguire una linea di condotta costruttiva. Trasformano nel tempo il proprio modo di vedere la vita, di pensare, di comunicare ed agire con se stessi, e con tutti coloro con i quali intrecciano relazioni interpersonali.

Come possiamo notare l’educazione che riceviamo fin da piccoli gioca un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei nostri stati d’animo.

L’insegnamento buddhista opera moltissimo in chiave “sentimentale” intesa come metodo per imparare a sentirsi, ad ascoltarsi fin dall’età infantile. La meditazione, che viene praticata anche dai più piccoli, e l’attenzione verso se stessi, sono metodi molto validi per imparare a conoscersi, quindi possiamo affermare che i giovani tibetani apprendono ben presto l’arte di diventare gli analisti di se stessi.

Tutto ciò li predispone ad arrivare emotivamente preparati di fronte ad un maestro, il quale sarà da loro ricercato, non tanto per essere assecondati nell’ascolto dei propri problemi personali, bensì per migliorare ancor di più la relazione che hanno con se stessi, interiormente, e con il mondo circostante.

Per le suddette ragioni insisto molto con i miei allievi Reiki e del Counseling Filosofico affinché si concentrino sulla creazione di circoli di studio in gruppo poiché, apprendendo le cause e le condizioni essenziali della sofferenza umana, è possibile aiutare un gran numero di persone.

Questo dovrebbe essere il nostro compito primario, anche se, naturalmente, ascoltiamo volentieri chiunque, anche individualmente, senza però dimenticarci che l’atteggiamento di un consulente filosofico non deve in nessun modo invadere la professione dello psicoterapeuta, lasciando a quest’ultimo il difficile compito di aiutare chi si trova in condizioni emotive molto precarie.

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Autore natyan

natyan, presidente dell’Università Popolare Olistica di Monza denominata Studio Gayatri, un’associazione culturale no-profit operativa dal 1995. Appassionato di Filosofie Orientali, fin dal 1984, ha acquisito alla fonte, in India, in Thailandia e in Myanmar, con più di trenta viaggi, le sue conoscenze relative ai percorsi interiori teorici e pratici. Consulente Filosofico e Insegnante delle più svariate discipline meditative d’oriente, con adattamento alla cultura comunicativa occidentale.