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Il curioso caso di Benjamin Button, di David Fincher

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Mark Twain disse che

il meglio della vita è all’inizio e tutto il peggio alla fine; quanto preferibile sarebbe godere della giovinezza con l’esperienza di chi ha già vissuto, di chi sa apprezzarla…

prendendo spunto da questa frase Francis Scott Fitzgerald nel 1921 scrisse un racconto breve con al centro la figura di un uomo che nasce anziano per ringiovanire man mano; da questa incredibile storia David Fincher ha avuto l’idea di trarne un film, ‘Il curioso caso di Benjamin Button’.

La narrazione comincia in un ospedale di New Orleans, nei giorni dell’uragano Katrina. Una donna molto anziana è immobilizzata in un letto e, a detta delle infermiere, ha le ore contate; al suo capezzale c’è la figlia a vegliarla e a parlarle.

Con quel poco di forza che ancora le resta la madre le chiede di leggerle un diario, ma prima le racconta una storia, risalente al 1918, tramandatale da suo padre: un orologiaio cieco perde in guerra il suo unico figlio e, incaricato di costruire un grande orologio per l’inaugurazione della stazione centrale, mette a punto un meccanismo che va a ritroso, nella speranza che anche il tempo si riavvolga e riporti alle loro famiglie i giovani caduti sui campi di battaglia.

Come una sorta di prologo questo racconto lascia spazio alla lettura del diario: vi è scritta, in prima persona, la vita di un uomo che, come dice lui, è nato in circostanze insolite.

Venuto alla luce all’indomani della fine della Grande Guerra, si capisce immediatamente che non è come tutti gli altri neonati: pelle raggrinzita e corpo deformato, il piccolo è nato già vecchio.

La madre, nel partorirlo, muore, ma, prima di andarsene, chiede al marito di occuparsi di quella creatura; per rabbia o forse per paura, l’uomo decide di non seguire le ultime volontà della moglie e, senza pensarci due volte, abbandona il figlioletto sulle scale di una palazzina: l’edificio altro non è che una casa di cura per anziani portata avanti da inservienti di colore.

Proprio una di loro ritrova quel fagottino e gli dà nome Benjamin; per i medici quello strano essere umano avrà vita breve, ma alla donna poco importa ed inizia ad accudirlo come fosse suo figlio.

Comincia così l’incredibile storia della vita di Benjamin Button; con il passare del tempo si fanno più chiare le sembianze da ultra ottantenne che però si comporta esattamente come un bimbo di pochi anni; non sa parlare, non riesce a camminare, tanto che fino a sette anni resta su una sedia a rotelle.

Gli anni passano, la fine che era stata annunciata dai medici non arriva e Benjamin cresce accanto agli anziani della casa di cura ringiovanendo sempre più.

Le varie fasi della vita paiono plasmare la sua personalità e le emozioni che prova al cospetto di ognuna delle persone che incontra gli permettono di vivere la sua condizione normalmente, nonostante ogni cosa che faccia risulti fuori dall’ordinario per uno come lui.

Questo vale anche per l’incontro che gli segnerà l’esistenza: ogni tanto, in casa arriva una ragazzina che viene a trovare la nonna e, dalla prima volta che la vede, Benjamin ne rimane folgorato; anche lei capisce immediatamente di trovarsi al cospetto di un essere straordinario.

Il rapporto tra i due è speciale e non sembrano per nulla dare importanza a quella “piccola differenza” che vede l’uno nel corpo di un anziano e l’altra in quello di una adolescente.

Ringiovanendo Benjamin sente il bisogno di vivere, lui che non è mai uscito di casa per il divieto impostogli dalla madre acquisita; con la conoscenza del mondo esterno arrivano le esperienze, arriva la consapevolezza di ciò che fin lì ha ignorato, arriva il primo lavoro, arriva la scoperta del sesso.

Rinchiuso nel corpo di un sessantenne, il suo animo da ventenne decide di imbarcarsi da marinaio per riuscire finalmente a viaggiare e allo stesso tempo lavorare, approfittando della splendida amicizia nata con uno scorbutico lupo di mare.

Nel gelo della Russia Benjamin trova per la prima volta l’amore: questo sentimento, nato quasi per caso, gli rivelerà i turbamenti e le passioni ad esso conseguenti facendolo crescere interiormente ancora di più.

Destino vuole che, subito dopo l’amore, gli si presentino la crudeltà e l’odio rappresentati dalla guerra;le morti e le atrocità di cui sarà spettatore lo segneranno quasi allo stesso modo delle belle emozioni provate in Russia.

Il ritorno a casa porta Benjamin a confrontarsi con i cambiamenti, quelli personali e quelli del mondo in cui era cresciuto: uno di questi è avvenuto sicuramente in Daisy, la bambina che da piccolo lo aveva folgorato e a cui lui ha continuato a scrivere da ogni porto in cui sbarcava.

È ormai diventata una donna bellissima, si è trasferita per realizzare il suo sogno di ballerina e ci sta riuscendo; tra i due le emozioni sono le stesse, ma la vita li ha portati a concezioni diverse che paiono non poter confluire in quello che una volta immaginavano.

Il tempo passa e Benjamin diventa sempre più giovane ed aitante; le esperienze e gli incontri lo portano a vivere appieno una vita che gli ha regalato una saggezza e una tranquillità non adatte alle sue sembianze.

Proprio quando la sua crescita a ritroso sta per incrociare l’età di Daisy, tanto da renderli coetanei non solo anagraficamente, ma anche fisicamente, i due si ritrovano per colpa o per merito del chissà quanto infame destino. Da quel momento inizia il periodo più bello della loro vita, ma, per quel “curioso caso” che ha sempre condizionato l’esistenza di Benjamin Button, quella felicità è destinata a durare ben poco; del resto, tutte le cose belle prima o poi sono destinate a finire.

‘Il curioso caso di Benjamin Button’ è una favola; fantascientifica, melodrammatica, ma pur sempre favola. L’opera di David Fincher ha innumerevoli significati e sfaccettature, provoca una quantità impressionante di emozioni ed ha la capacità di coinvolgere lo spettatore per oltre due ore e mezza di visione.

Una storia così atipica e fantastica fa riflettere sulla vita e sulla morte, sulle varie fasi dell’esistenza e sulla possibilità di viverle con identica intensità.
È un film che parla della diversità e dell’emarginazione e racconta, con semplicità, un secolo di cambiamenti attraverso l’evoluzione di un corpo che, anziché invecchiare, ringiovanisce e, al contrario della società in cui cresce, impara dalle proprie esperienze facendone bagaglio per quella saggezza che lo lascerà solo parzialmente negli ultimi anni di vita, vittima della demenza senile paradossalmente arrivata ad infanzia raggiunta.

Le metafore e i simboli magistralmente disseminati dallo sceneggiatore Eric Roth e da Fincher per tutta la pellicola, evidenziano la volontà di disegnare un percorso esistenziale che vada al di là del singolo individuo di cui si raccontano le vicende.

Il film comincia e si conclude nei giorni dell’uragano Katrina e non può considerarsi ciò solo un espediente narrativo; intenzione chiara pare quella di mostrare una possibile rinascita di una società dalle sue macerie, dalle sue disgrazie, di unire e di rendere logica conseguenza l’una dell’altra, la morte e la vita.

Le scelte visive sono tecnicamente pregevoli e lo spazio temporale sotto forma di flashback non subisce svantaggi rischiando di risultare qualcosa di già visto, anzi, acquisisce meriti per una narrazione più fluida oltre che affascinante.

Recitazione di alto livello nell’insieme del cast.
Ottima Cate Blanchett nel ruolo di Daisy, sempre più affidabile nella sua bellezza eterea, ma comunque intensa emotivamente anche nelle espressioni di una donna in età avanzata. Brava Tilda Swinton, scelta da Brad Pitt che giustamente aveva visto l’attrice come perfetta figura di donna inglese distaccata e sensuale allo stesso tempo. Davvero sorprendente Taraji P. Henson nel ruolo della donna di colore che si prende cura di Benjamin fino a diventare a tutti gli effetti sua madre. Buona la prova di tutti gli interpreti di contorno, dai bambini agli anziani della casa di cura fino a Julia Ormond ed Elias Koteas.

E che dire di Brad Pitt: la sua prova è egregia ed è sicuramente più impressionante e da lodare la parte del film in cui è stato costretto a recitare esclusivamente con il suo viso, truccato da anziano, sovrapposto al corpo di controfigure.

È arrivato a girare quelle scene da solo, in una stanza ripreso da quattro telecamere dopo aver visto e studiato il recitato di tutti gli altri interpreti, dovendosi affidare alla sua abilità, alle intuizioni emotive e al coinvolgimento totale nei panni del personaggio.

Senz’altro il ruolo più difficile della sua carriera, ma anche il più avvincente come egli stesso ha affermato.

Dati i giusti meriti agli interpreti tutti e soprattutto a Brad Pitt, va dato atto a David Fincher di aver sconvolto non poco il pensiero che si aveva fin qui del suo modo di dirigere e la considerazione generale che addetti ai lavori e pubblico avevano di lui.

Il regista ha dato vita a un’opera colossale con ‘Il curioso caso di Benjamin Button’, non solo per l’ingente produzione, ma per aver sfidato la convenzione cinematografica volendo a tutti i costi fare un film di questa portata, complicato tecnicamente e moralmente.

Si è superato mettendosi alla prova, stravolgendo il suo cinema, fin qui fatto di colpi di genio legati alla tensione, all’esplorazione del lato oscuro degli esseri umani, ha raggiunto la consapevolezza di essere in grado di osare uscendo fuori da quegli schemi che lo avevano fatto conoscere ed apprezzare, arrivando addirittura a citare ed omaggiare una pellicola come ‘Il favoloso mondo di Amélie’ nelle scene girate a Parigi; tutto questo detto da un estimatore, quale io sono, di molte sue opere precedenti, ‘Seven’, ‘The game‘, ‘Fight club‘.

Quando ci si trova dinanzi ad opere di questa fattura e talmente emblematiche si capisce ancor di più la magnificenza del Cinema e forse, per evidenziarne la straordinarietà, basta citare la frase di Francis Scott Fitzgerald che accompagna il trailer della pellicola:

Anche se la vita si può vivere solo in avanti, la si può capire solo guardandosi indietro.

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Autore Paco De Renzis

Nato tra le braccia di Partenope e cresciuto alle falde del Vesuvio, inguaribile cinefilo dalla tenera età… per "colpa" delle visioni premature de 'Il Padrino' e della 'Trilogia del Dollaro' di Sergio Leone. Indole e animo partenopeo lo rendono fiero conterraneo di Totò e Troisi come di Francesco Rosi e Paolo Sorrentino. L’unico film che ancora detiene il record per averlo fatto addormentare al cinema è 'Il Signore degli Anelli', ma Tolkien comparendogli in sogno lo ha già perdonato dicendogli che per sua fortuna lui è morto molto tempo prima di vederlo. Da quando scrive della Settima Arte ha come missione la diffusione dei film del passato e "spingere" la gente ad andare al Cinema stimolandone la curiosità attraverso i suoi articoli… ma visto i dati sconfortanti degli incassi negli ultimi anni pare il suo impegno stia avendo esattamente l’effetto contrario. Incurante della povertà dei botteghini, vagamente preoccupato per le sue tasche vuote, imperterrito continua la missione da giornalista pubblicista.