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L’assassino che c’è in me!

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Un viaggio in quel che non sappiamo di noi stessi

Si avventò sulla notizia come un predatore sulla sua preda.
Un’altra madre, l’ennesima, colpevole di infanticidio.
Si affrettò a commentare, da mamma navigata, come fa la maggioranza nei social, insultando, accusando, condannando senza mezze misure.
Un torrente in piena di aggettivi senza ritegno.

Poi, poco dopo, in Facebook, le cadde l’occhio su una risposta di una persona che appariva come una mosca bianca:

In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c’è un grossolano, e direi volgare rigurgito di auto-assoluzione, di innocenza per noi stessi, unito al macabro piacere di mandare altri al patibolo!

Si fermò a riflettere, ma solo dopo aver preso fiato, perché il primo impulso fu quello di rispondere istintivamente con un’altra serie di insulti ed offese.

Provò a guardarsi dentro. Pensò che, molto probabilmente, condannare gli altri fosse anche un modo per evitare di osservare il fondo di se stessi. Aveva avuto amore per i figli, ma in talune occasioni anche fastidio.

Certamente mai la sfiorò il pensiero di ucciderli ma si ricordò di tutte quelle volte che imprecò perché non poteva dormire di notte, perché aveva rinunciato alla carriera, perché spesso si era sentita costretta in spazi ridotti e, per loro, aveva anche rinunciato ad un amante, ad un divorzio, nonostante il marito avesse fatto di lei una serva.

Cominciò a pensare che nulla sapeva della storia di quell’ennesima madre che era fin troppo facile e scontato condannare.

Chi, tra tutti i commentatori, conosceva realmente il caso in questione? Un delitto deciso a causa di un rapporto “illegale”? Oppure provocato dalla miseria, dalla paura, dalla sprovvedutezza? In quale misura, quel figlio, era così tanto dissimile dai desideri e dai sogni della vita di quella donna?

Si disse che accettare la realtà, quando quest’ultima è molto lontana dai propri sogni, è faticoso per chiunque e per qualunque situazione e pensò che sia possibile, per una mente alquanto fragile, sotto chissà quale tremenda pressione, arrivare ad un atto sconsiderato in un momento di pura follia.

Rilesse con attenzione tutte le condanne delle altre madri.

Certamente anche loro si sentivano assolte e pervase solo e unicamente dall’amore.
Realizzò che, invece, perfino il rapporto tra madre e figlio può diventare un rapporto di amore – odio. Pensò che, tutto sommato, non ci sarebbero tanti figli drogati, alcolizzati, delinquenti, fannulloni, egoisti, privi di moralità ed educazione se questi ultimi fossero stati sempre e solo amati durante tutto il periodo della loro crescita.

Un raptus?
Ma no, dai, ma quale raptus?! Pensò che qui, in questo caso, non si aveva a che fare con qualcosa che accade in un istante. Quella donna doveva avere sofferto le pene dell’inferno per un lungo periodo di tempo prima di arrivare a quel gesto, a quella decisione presa con tutta se stessa, perché completamente avvolta dalla convinzione che non avrebbe potuto esserci altra soluzione.

Si rese conto che, in latenza, in potenza, siamo tutti assassini, anche se con gradi differenti, e che sono solo le diverse condizioni di vita, psicologiche e materiali, a fare di noi persone con capacità di controllo maggiori o minori.

Gettò lo sguardo su altre vicende. Cambiavano i misfatti ma mai le condanne del popolo dei social.
Prima di spegnere il computer prese carta e penna, mettendo da parte la tastiera.
Fin da ragazzina, se voleva che qualcosa le rimanesse impressa, sapeva che le sarebbe bastato trascriverla per poi parlarne con qualcuno.

Copiò lentamente il commento di quel signore un po’ anomalo, controcorrente:

In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c’è un grossolano, e direi volgare rigurgito di auto-assoluzione, di innocenza per noi stessi, unito al macabro piacere di mandare altri al patibolo!

E fece una nota più sotto, come a volere imprimere più forte il concetto:

In ogni condanna… non in una, due o tre… in ogni condanna… in ogni condanna… di qualunque cosa si tratti!

Tratto dal Corso Naturopatia dell’Anima PNF – Counseling Filosofico

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natyan

Autore natyan

natyan, presidente dell’Università Popolare Olistica di Monza denominata Studio Gayatri, un’associazione culturale no-profit operativa dal 1995. Appassionato di Filosofie Orientali, fin dal 1984, ha acquisito alla fonte, in India, in Thailandia e in Myanmar, con più di trenta viaggi, le sue conoscenze relative ai percorsi interiori teorici e pratici. Consulente Filosofico e Insegnante delle più svariate discipline meditative d’oriente, con adattamento alla cultura comunicativa occidentale.