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Essere umani

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Naufragio di Cutro


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Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.
Martin Luther King

L’odio è un sentimento antico, direi primitivo, che condusse, per l’appunto, Freud a credere che fosse antecedente all’amore: una risoluta ostilità provata e “usata”, che scaturisce dal ripudio primordiale di ciò che metterebbe a repentaglio la vita. E non solo.

Se guardiamo alla nostra epoca, non possiamo illuderci che basti semplicemente sentirsi in pericolo perché scatti la scintilla di uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno.

Per Adler, l’odio ha invece un carattere prettamente sociale: è un aspetto della «volontà di potenza», termine che lo studioso riprende da Nietzsche, e che si afferma nella conflittualità della vita sociale.

Jung lo riteneva primigenio come l’amore e compresente nella divinità: un concetto che non viene mai propriamente distinto dalle caratteristiche della psiche umana.

Per qualcuno, al contrario, la nostra è una società fondata sull’odio, sulla lotta contro il diverso, che invece di anatomizzare e cercare di capire le idee differenti dalle proprie preferisce attaccarle, magari senza nemmeno conoscerle.

Ci si basa sul convincimento che ciò che è diverso dal nostro pensiero debba obbligatoriamente essere sbagliato. In questi anni ci sono stati vari eventi che hanno modificato e stanno mutando il modo di vivere e di relazionarsi tra le persone.

Sembra sempre più profonda la crepa che suddivide individui con opinioni dissimili, come se la pluralità di pensiero facesse paura a chi ci sta vicino. È banale avvertire che questa ondata di animosità non porterà niente di buono, di costruttivo, al di là dei pareri personali.

Si tratta di un sentimento rovesciato, nasce da situazioni considerate brutte e soprattutto ingiuste, è un modo per compensare se stessi, per giustificare che il proprio stato fallimentare, di impotenza sociale o intellettuale, di sconfitta personale è solo causato da condizioni esterne.

Può essere freddo, programmato nella sua attuazione, come avviene ad esempio nella modalità persecutoria degli stalker, negli atti di terrorismo, meticolosamente pianificati, nelle vendette consumate lentamente a distanza di anni; oppure può essere espresso in maniera emotiva, immediata, specie se unito all’ira, con cui presenta rassomiglianze e discrepanze, pur sapendo che, trattandosi di sentimenti, non è possibile operare una separazione netta.

È la malattia sociale del nostro tempo, stravolge coscienze e rapporti umani, si impadronisce delle nostre espressioni, è il grande incubatore della violenza.

Dovremmo impedire il ritorno di vecchi fantasmi per approdare a un difficile presente segnato da una decrescita tutt’altro che felice, dalla mancanza di prospettive per i giovani in un Paese di vecchi, dalla paura di un futuro in cui a lavorare saranno le macchine e ad accumulare profitti i giganti tecnologico-finanziari.

È questo il terreno di coltura di un odio alimentato e amplificato dai social, in cui le asserzioni diventano pietre per colpire, non solo metaforicamente, chi è diverso per etnia, per religione, per inclinazioni sessuali, per opinioni politiche, chi è debole, chi appare come una minaccia o come un capro espiatorio.

Sembra una valvola di sfogo, ma in verità ci rende schiavi, ci impedisce di comprendere la realtà, ci fa sentire più soli e infelici. E fa vacillare la democrazia.

A chi semina odio e paura bisognerebbe rispondere con il linguaggio della ragione e della speranza.

In questo Paese, ora ammalato di odio, si discute da giorni della assurda, intollerabile morte di 72 persone tra cui 18 minori: cosa c’è da parlare, cosa c’è da aggiungere a questo eterno dolore che, come la marea, va e viene e proprio nelle acque trova la sua più forte e acuta esasperazione?!

Il finale già visto di un dramma eterno: il vivere senza vita di uomini, donne e bambini ridotti a pezzi di scambio, a mortificanti confronti ideologici e a ipocriti rituali socio-politici che domani saranno oblio puro.

Erano esseri umani che stavano su una barca, cosa c’era da fare se non salvarli?

E siamo arrivati persino a sostenere, cosa estranea non solo al diritto del mare o alla nostra tradizione giuridica ma alla nozione stessa di umanità, che se una persona sta per annegare noi possiamo negarle il soccorso.

Nella nostra storia, se qualcuno è in difficoltà, se sta rischiando la vita, si allunga la mano e lo si trae in salvo. Ce lo chiede il nostro essere umani. Intanto che proseguono le indagini della magistratura, possiamo solo affidarci ad esse, appellandoci alla giustizia terrena.

Dopo la strage molti presunti scafisti sono stati fermati: sono diversi gli indagati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, naufragio colposo e lesioni. Nei giorni successivi, la Procura di Crotone ha aperto un secondo filone di indagine sul naufragio per capire se ci siano state falle nei soccorsi al barcone.

Al momento, il fascicolo è contro ignoti e senza ipotesi di reato. Contro ignoti: sarebbe stato più onesto scrivere contro l’uomo. Quello qualunque, quello che sono io la mattina davanti allo specchio irriconoscibile nei miei isterismi, quello che sei tu dentro le oscene certezze che ti fanno discernere la verità dalla bugia, quello che sposta un incontro di banale governance politica in una città che sarà sempre collegata a questa tragedia ma per fare poi cosa, per dare poi quale segnale?

Non così si onorano i morti, non così si celebra la vita. È vero che in questo delirio siamo stati lasciati soli da quella Unione europea che sa sempre più di azienda con profit e sempre meno di comunità di salvaguardia di valori e di istituzioni.

L’Europa che è motivo di aspirazione, di amore e di speranza, specialmente per chi tenta di approdare sulle nostre coste per un avvenire migliore, è anche motivo di rabbia, pure perché non riesce a vivere e concretizzare con onore i suoi ideali umanistici millenari, se ancora ci sono.

Siamo soli nella nostra già ferita, consumata e feroce solitudine. L’odio è in agguato e non è nemmeno silente. Esso esprime le sue maggiori potenzialità distruttive non a livello pulsionale, piuttosto breve, anche se intenso, ma soprattutto a livello culturale, quando viene sistematicamente coltivato, instillato, fino a rimanere impresso nell’immaginario collettivo.

In tale contesto, la distruzione viene presentata come un valore da raggiungere, attraverso una lotta, difficile ma necessaria, per il bene comune. È quella che viene chiamata la «dimensione idealistica dell’odio».

Le rappresentazioni legate all’odio tendono a essere unilaterali, dividono la narrazione in valutazioni nette e opposte, in termini di buono/cattivo, giusto/sbagliato. L’incapacità, in sede di giudizio, di cogliere le possibili sfumature, che caratterizzano ogni persona e accadimento, e di entrare nella complessità si traduce in un approccio alla realtà in termini di splitting, di separazione netta tra il bene e il male, considerando l’offensore come totalmente cattivo, all bad, senza riconoscere possibili attenuanti o la presenza di altri elementi.

Anche questo è odio, la nostra insensibilità a comprendere lo sbaglio come gesto infimo, ma unico perché dettato da una contingenza e, di nuovo magari, non più ripetibile.

Tornando a Cutro, ricorderemo e per quanto tempo l’immagine di quelle bare in fila dentro una palestra fredda e quell’uomo solo ed in silenzio a rappresentare civilmente una intera umanità, il nostro Presidente Mattarella nella sua normale compostezza mi ha ricordato il Papa solingo a Piazza San Pietro mentre il Covid falcidiava la vita di migliaia di persone.

Quello stare davanti a tanto orrore patendo il senso alto della responsabilità, ci dovrebbe aiutare a commiserare il nostro vuoto e quel senso di impotenza che ci trasciniamo quando vogliamo guardare altrove.

Basterebbe ricordarsi che siamo umani. Specie in via di estinzione.

Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come fine, e mai come semplice mezzo.
Immanuel Kant 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.