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Il Ristorante del desiderio e l’inganno accettato

Il Ristorante del desiderio

Provate a immaginare un ristorante dove il cibo non viene servito. Dove i piatti restano vuoti, e voi siete invitati a mangiare il desiderio dell’altro.

Non la sua carne, ma solo il suo desiderio. Lo annusate nell’aria, lo sentite sulla lingua come un gusto fantasma, vi lascia affamati più di prima.

Questo ristorante esiste. Si chiama vita, quotidianamente con qualcuno ogni volta che aprite bocca non solo per mangiare, ma per dire ti voglio…

Ogni volta che guardate chi cucina per voi, ogni volta che assaggiate un piatto preparato, state mangiando il suo desiderio. E l’altro sta mangiando il vostro.

Si tratta di restituire la gastronomia un po’ alla sua dimensione sacra. Perché il cibo, come l’amore, è sempre stato un rito, il primo in assoluto. E ogni rito, per essere autentico e riprodurre l’ordine cosmico, ha bisogno di qualcuno che lo conduca secondo tradizione, che sia in grado di generarlo, e ha bisogno di isolamento, di attesa, di mistero, di sorpresa. Il sacro ha bisogno di essere vissuto, non consumato.

Il ristorante del desiderio, allora, non è un luogo dove si va per mangiare, è un non luogo dove si va per ricordarsi che il cibo e l’amore sono due modi di dire una stessa cosa: la fame di non essere soli, la sete di un contatto che ci attraversi e ci trasformi e ci riporti all’integrazione con l’unità primaria.

E allora, la prossima volta che vi siederete a tavola, chiedetevi: sto solo mangiando o sto facendo l’amore con l’universo?

Sto solo saziando lo stomaco o sto nutrendo anche l’anima?

Perché il vero appetito non è mai stato fame di calorie. È fame di essere la pietanza che qualcuno sceglie, la ricetta che qualcuno impara a memoria per te, l’ingrediente che manca e che nessun supermercato vende.

Durante questo viaggio, analizzando il foodporn pezzo per pezzo, abbiamo visto la prima immagine luccicare su una rivista francese nel ’77.

Abbiamo guardato Kim Basinger chiudere gli occhi seduta davanti al frigo mentre il miele le colava giù dal ginocchio.

Abbiamo sentito il rumore delle budella di Ugo Tognazzi che si riempivano fino a scoppiare.

Abbiamo incrociato geishe immobili sotto sushi e sashimi e chef in tanga che non tengono più che pochi minuti, montando panna davanti a telecamere con gli occhi da cerbiatti in calore.

E, a un certo punto, qualcosa è cambiato, in noi, ma la mappa non serve. La geografia del desiderio non può essere imparata a memoria. Il viaggio può essere comune, ma il passo rimane individuale. Si cammina e camminando ci si perde. E perdersi, alla fine, è l’unico modo per ritrovare qualcosa che non sapevi di avere.

Concediti il permesso di essere imperfetto, disordinato, lento, emozionato.

Il cibo e il sesso non sono due cose diverse che si somigliano, l’abbiamo declinato in ogni modo, da diverse angolazioni. Entrambi sono modi di dire ho bisogno di te dentro di me, ma non perché tu sparisca.

Entrambi insegnano che il piacere più grande è quello che si condivide, e che la sazietà è una bugia alla fine. La fame torna sempre, e meno male!

Il cibo non è mai solo cibo e l’amore e il desiderio verso il partner, come ho già detto, potrebbe essere identificato come il medium più potente che abbiamo per digerire l’altro senza ucciderlo, per tenerlo dentro di noi senza ingoiarlo e distruggerlo, inglobarlo senza possederlo.

Il foodporn non dovrebbe essere considerato negativamente, è comunque uno specchio che mostra quanto siamo disposti a scambiare l’esperienza con l’immagine, la carne con il like, il corpo con il filtro.

Ma lo specchio, se lo guardi bene, interroga: e tu sai cosa stai cercando mentre scorri? E la risposta, spesso, è semplice: qualcuno con cui partecipare, guardare, immedesimarsi mentre si mangia, mentre si ama, mentre si fallisce, mentre si gioisce, mentre si vive.

Esplorando l’inganno della dopamina, della natura che in qualche modo ci usa, abbiamo investigato antropologicamente e gastrosoficamente, perché il mangiare e fare sesso, degustare e fare l’amore – e non è un caso – in molte culture, e nella stessa lingua, usa medesimi verbi come “consumare” per descrivere sia il pasto che il rapporto matrimoniale.

L’inganno però non credo sia una trappola a cui sfuggire; è una condizione. Schopenhauer aveva ragione: la natura ci illude per riprodursi, e l’illuminismo in certi luoghi non esiste.

Nessuno fa l’amore pensando alla specie. Nessuno mangia pensando ai nutrienti. L’inganno è ciò che ci fa alzare la mattina. L’illusione che il prossimo boccone o il prossimo abbraccio saranno quelli giusti – e forse non lo saranno mai – proprio per questo continuiamo a cercare.

La verità che colgo è che l’inganno più grande è credere che l’inganno sia un problema.
Senza l’inganno di un piatto che promette felicità, mangereste freddamente e meccanicamente.

Senza l’inganno di un corpo che promette eternità, vi spogliereste mai davanti a qualcuno?

L’inganno o l’illusione probabilmente non è il nemico. Ed è bellissimo proprio perché è illusorio?

Lasciando perdere il presupposto pilotato in ‘Matrix’, nella celebre scena, mentre cena con l’Agente Smith in un ristorante di lusso, Cypher accetta di tradire la resistenza in cambio di una vita ricca e agiata all’interno della simulazione.

Mentre taglia e mangia la sua appetitosa carne, pronuncia la famosa battuta:

io so che questa bistecca non esiste. So che quando la infilerò in bocca, Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni, sa cosa mi rendo conto? Che l’ignoranza è un bene.

Qui, nell’ultima frase, la penso al contrario: pur svegliato e cosciente accetto invece di fare l’esperienza e trarne significati più profondi e utili al mio spirito per aspirare alla reintegrazione finale.

Quindi, la vera pornografia gastronomica non è l’immagine del cibo perfetto, ma l’idea che il cibo perfetto possa esistere. Come l’amore perfetto, l’erotismo perfetto, la ricetta perfetta; sono fantasmi, bellissimi, necessari, ma fantasmi.

E la maturità – se vogliamo chiamarla così – è smettere di inseguire il fantasma e iniziare a ballare felici con la sua ombra.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

A sto punto pure… affamati.