L’abbiamo visto il foodporn trasformarsi in performance, in voyeurismo digital.
Ma c’è una via che abbiamo finora solo sfiorato, una dimensione in cui il foodporn non si guarda, non si ascolta, non si scrolla, ma si legge e si immagina.
Benvenuti nella letteratura del corpo che scrive e del cibo che racconta.
Quando certe immagini non erano offerte da uno schermo, la parola scritta costruiva il suo foodporn nella mente, più potente di qualsiasi inquadratura perché lasciava allo spettatore il compito di fantasticare.
Se la gastro-pornografia nasce ufficialmente nel 1977, come ho raccontato, la letteratura aveva già da secoli esplorato quel territorio e l’aveva fatto con una libertà che le immagini faticano a eguagliare.
Lo scritto oltre ad avere la possibilità di essere rivisitato in altri momenti dallo stesso redattore, ha l’intento di consegnare una forma al pensiero e dare un’indicazione per condurre sé stesso e il lettore in un mondo e in una situazione.
Però un testo, al contrario di ciò che si può pensare, non è destinato ugualmente a tutti, ma consegnato solo a chi sia intimamente disposto a racchiuderlo in sé.
Le labbra della saggezza sono aperte solo alle orecchie della comprensione.
Il Kybalion
Di conseguenza i significati della parola scritta spesso si svelano solo alle menti sensibili.
Infatti il contenuto è sempre finalizzato a trasportare l’esperienza interattiva e per rimanere nel cuore.
Le parole scritte sono ancora di più, vere e proprie entità fisiche, hanno un peso e la scrittura incide, perfino a livello neurologico, modificando la chimica e le connessioni.
Ciò che vorrei ancor più sottolineare è il movimento che si crea tra lo scritto, come materialità della parola, e il significato ideale che custodisce e genera in modo differente e personale secondo la coscienza e l’esperienza vissuta di ciascuno.
L’essere umano ha necessità di concetti trasportati dalle informazioni, ma anche di simboli che aprono porte immateriali e che provocano inconsciamente delle modificazioni dell’essere, a chi riesce a spingersi nel senso profondo.
Il percorso sta proprio nell’afferrare il legame che congiunge il testo visibile a tutto ciò che crea l’essenza e la trascendenza che non si manifesta immediatamente.
L’uomo post moderno perciò, con il bombardamento di contenuti semplificati, troppo veloci e superficiali, rischia di rimanere separato dal significato più nascosto e fondamentale.
Una forma di incapacità, l’appiattimento e lo sbiadimento di una ricchezza che, come ho detto spesso in altri ambiti, viene celebrato teatralmente per mimo e ripetizione fisica senza realmente essere compreso nel più profondo senso.
La conoscenza in definitiva non è né esclusivamente interiore né solamente esteriore, è un intreccio di movimento a sensi reciproci e vicendevoli, punto di incrocio tra coscienza e mondo, tra osservante ed osservato, tra individuo e cosmo di cui si fa parte.
L’accordatura dell’essere, sensibilizzando i propri canali ricettivi, avviene soltanto attraverso questa reciprocità tra dentro e fuori, tra apprendimento ricevuto ed esperienza praticata direttamente. Così soltanto ci si può conoscere ed essere riconosciuti.
L’impoverimento dell’essere umano è la prolungata ignoranza della propria natura, non riconoscendosi e non riconoscendo ciò che lo circonda.
Chi non conosce sé stesso, attraversa il mondo da straniero, come un alieno su un altro pianeta.
Per fare un primo esempio, c’è chi ha sostenuto che la prima vera scrittrice di foodporn sia stata M. F. K. Fisher, la quale già negli anni Quaranta e Cinquanta scriveva di cibo con una sensualità che oggi definiremmo inequivocabilmente erotica.
Nei suoi libri, il cibo è desiderio, è memoria, è corpo che parla e intuisce prima di chiunque altro, e la descrizione di un pasto può essere più intima di una dichiarazione d’amore.
Il rapporto tra cibo e scrittura si è fatto poi sempre più esplicito come un Kamasutra gastronomico. Manuel Vázquez Montalbán in ‘Ricette immorali’ trasforma il cibo in letteratura del corpo e del gusto, in un breviario di piaceri dove l’eros e il cibo si fondono, come amanti che si riconoscono al tatto.
Il pomodoro che macchia la pelle, l’impronta delle dita sul pane, la crema che si scioglie come un ricordo, tutto parla di noi, del modo in cui desideriamo, cuciniamo e amiamo.
“Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”.
Nessuna inquadratura, né luce studiata, la parola evoca da sola, che fa vibrare l’anima, prima ancora dello stomaco.
E poi c’è Isabel Allende, che in ‘Afrodita’ esplora la connessione tra eros e gastronomia con la sua prosa visionaria.
A mano a mano che arrivano gli amici, mandali in cucina a contribuire ai preparativi: è lì che comincia la festa.
Con la scusa di evitare di macchiarvi, mentre pulite i frutti di mare, pelate le cipolle e condite i polli, potete già iniziare ad alleggerirvi dei vestiti; musica allegra e vino sono obbligatori, altri afrodisiaci sono facoltativi.
O Laura Esquivel, che in ‘Come l’acqua per il cioccolato’ – già citata nell’articolo precedente per la sua versione cinematografica – costruisce un intero romanzo sull’idea che il cibo possa trasmettere emozioni così potenti da incendiare di passione il corpo di chi lo mangia.
La parola scritta può essere più del cinema, a mio parere, perché è la ricetta stessa a diventare racconto, a rivelare che cucinare è un atto magico, alchemico, profondamente erotico, viatico di sentimenti, emozioni e passioni.
Il foodporn ha trovato nella narrativa contemporanea una sorprendente declinazione, come ad esempio ‘Il romanzo Food Porn’ di Sienna Liu, che racconta di una narratrice alle prese con la sua tesi sul foodporn, su “la sessualizzazione delle immagini del cibo sui social media”, mentre mette in discussione tutto ciò che consuma… cibo, relazioni, identità.
È un romanzo universitario alternativo che esplora la possibilità dell’amore in un mondo in cui tutto è sempre eccessivo, eppure insoddisfatto.
Il cibo diventa metafora del desiderio contemporaneo: ossessivo, infinito, destinato a restare incompiuto.
E poi c’è un filone ancora più radicale, quello che potremmo chiamare “foodporn critico”.
Libri come ‘Aggiungi un selfie a tavola’ di Luisa Stagi e Sebastiano Benasso analizzano il fenomeno non dall’interno ma dall’esterno, mostrando come il foodporn, cioè la proliferazione dei discorsi intorno al cibo e la circolazione di immagini di alimenti proibiti, sia una forma carnevalesca, uno spazio di sospensione simbolica delle norme.
È una lettura che ricorda ciò che il nostro viaggio ha già insegnato: il foodporn non è mai solo cibo, è sempre anche politica, identità, controllo, prigionia.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.













