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Foodporn – La parola che si fa carne

Foodporn - La parola che si fa carne

Secondo la legge della vibrazione nulla è immobile e tutto si muove nell’universo in costante oscillazione.

Pensieri, emozioni e materia fisica sono semplicemente energia che vibra a frequenze differenti.

Se il cibo è materia che entra nel corpo, la parola è anch’essa una vibrazione che entra nella mente, allora leggere una descrizione gastronomica è come accordare degli strumenti sulla stessa specifica frequenza di risonanza.

L’immagine colpisce, trafigge, ti lascia lì, immobile davanti a un piatto che non puoi toccare. La parola, invece, attraversa, penetra, si insinua trovando le fessure della tua memoria e vi deposita semi che germoglieranno in un tempo che non si può controllare.

La scrittura, a differenza dello schermo, chiede di percepire qualcosa che si muove di più. Qualche cosa che era sopito si risveglia. Una fame che non sapevi di avere si fa strada dal profondo.

C’è una differenza cruciale tra il foodporn visivo e quello letterario. L’immagine, come abbiamo visto, promette un piacere che non può dare, mostra un piatto che difficilmente potremo mai assaggiare.

Allora, mentre lo schermo focalizza e tiene fermo, inchiodato al suo luccichio ipnotico, la pagina ti libera, consegna le chiavi di un mondo che puoi costruire e ricostruire ogni volta che si vuole, rimane lì, sospeso, in attesa del tuo prossimo eventuale ritorno.

La parola costringe quindi a costruire quel piatto nella mente, a immaginare un colore, un sapore, una consistenza, un profumo. È un’esperienza più lenta, più intima, più vera? O è semplicemente un inganno diverso?

Forse la letteratura del cibo ci ricorda qualcosa che le immagini hanno dimenticato e cioè che il desiderio non si consuma con lo sguardo, ma con l’immaginazione.

E che la pagina scritta, a differenza dello schermo, non ci tiene incollati con la promessa del prossimo like, ma ci invita a fermarci, a chiudere gli occhi, a lasciare che le parole facciano il loro lavoro nascosto e silenzioso.

Nigel Slater, in Ripe, scrive descrizioni sensuali, reverenti dei piaceri del vedere, annusare e assaporare e le sue parole sono “soft gastro-porn”, una pornografia morbida che invita a sentire semplicemente, senza guardare per forza.

Il foodporn letterario si è moltiplicato in mille forme, dai memoir culinari ai romanzi che usano il cibo come cifra dell’intimità, dai saggi critici che smontano il fenomeno, alle raccolte di ricette che sono anche forme di poesie d’amore.

Francesca Barra, nel suo ‘Foodporn’, si ispira alla narrativa magica di Isabel Allende e di Montalbán, alla loro capacità di abbinare ricette e letteratura e analizza tra l’altro la correlazione tra cibo e sessualità.

E, forse, la lezione più importante è che il foodporn non è un fenomeno social, né televisivo, né patinato, ma una costante antropologica che la letteratura ha raccontato molto prima che qualcuno inventasse la parola “gastro-porn” o simili. Le immagini lo mostrano, ma sono le parole a dare corpo.

Inseguiamo il cibo nelle immagini, nei video, nei primi piani ma il foodporn probabilmente non è lì, in quell’iper-realtà luccicante che promette il paradiso, lascia lo stomaco vuoto e le dita immobili.

Perché l’immagine esposta in realtà è tirannica, perché impone specificità e precisioni imposte da altri, un’idea immaginata da qualcuno con cui non si può negoziare un colore.

Il cibo è lì, davanti, ma resta dell’altro. È come un cadavere imbalsamato che puoi solo guardare. Una sorta di frustrazione dell’irraggiungibile resa eterna.

La parola, a mio vedere, è una democrazia dei sensi giacché il narratore, un po’ come me, non dà cibo, ma solo le coordinate per ritrovarlo dentro di te.

Quando Montalbán scrive di un pomodoro che “scoppia come un segreto sulla lingua”, il tuo cervello, anarchico e ribelle, deve inventarsi quel sapore. Scava nei suoi archivi, mescola la memoria di un pomodoro mangiato un’estate con un odore di infanzia.

La parola non è un semplice ricevere, ma fa partorire il piacere. E in quel parto, il lettore diventa cuoco, amante, alchimista. Non è più solo spettatore, passivo con l’acquolina in bocca in attesa, ma è co-creatore.

Il foodporn visivo ci illude che il piatto esista davvero. La letteratura, invece, è più onesta: sa di essere solo inchiostro, eppure, proprio per questa sua nudità, possiede una potenza che l’immagine confezionata non avrà mai, perché quando guardi una foto di un piatto, il cibo è finito, bloccato in quel secondo immortale, ma è un’istantanea morta.

Quando invece leggi la descrizione di un pasto, quel cibo non è ancora nato, lo fa nella tua mente, nel tuo stomaco, nella tua saliva.

E a seconda del tuo umore del momento, e da milioni di variabili che cambiano istantaneamente, è sempre vivo, sempre in divenire, sempre e solo tuo.

Qui si compie il miracolo, la vertigine finale. La parola ti include. Ti ingoia. Ti trasforma.

Il libro allora pur non essendo un piatto servito, ne diventa grembo e leggendo, lo si concepisce. Il cibo che nasce dalla lettura rimane sempre possibile, sempre aperto, sempre plasmabile dal tuo desiderio. La parola è un embrione che nasce e cresce ogni volta che torni su quella pagina.

E allora, anche il foodporn, quando lo leggi, rinasce. Ogni volta che chiudi il libro e lo riapri, il piatto è diverso, perché sei tu diverso. Il desiderio letterario non tradisce mai la sua promessa, perché non promette un oggetto, ma un’esperienza, e l’esperienza si accumula, si stratifica, diventa tessuto e memoria dell’anima.

E allora lì, nelle pieghe di un libro scritto di miele e di inchiostro, i protagonisti possono fondersi, il cibo diventa sesso, il sesso diventa cibo, nutrimento ed eros nello stesso rito.

Così, leggendo, immaginando, impari che il vero pasto non è quello che finisce nel piatto e poi nello stomaco, ma quello che comincia nella mente, entra nel cuore e amando non finirà mai di ricollegarsi al tuo spirito e all’origine creatrice di tutto, fino all’ultima sillaba.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

A sto punto pure… affamati.