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Food porn – Giornali e TV

Food porn

Immaginavate che gli antipasti che abbiamo assaporato ci avrebbero portato al momento in cui il cibo smette di essere esperienza e diventa immagine?

Benvenuti nel food porn.

Questa parola negli ultimi anni si è imposta sui nostri schermi con la stessa voracità con cui un tempo certe immagini colonizzavano le buie sale cinematografiche. Il termine suona come una provocazione, un ossimoro che accosta nutrimento e trasgressione.

Eppure, se si scava nella sua etimologia, ci si accorge che non è nato ieri, né è figlio soltanto dell’era digitale.

La prima occorrenza nota del concetto risale al dicembre del 1977, quando sulla rivista New York Review of Books, il giornalista Alexander Cockburn pubblicò l’articolo “Gastro-Porn”, recensendo vari libri di cucina francesi.

La vera gastro-pornografia acuisce l’eccitazione e anche il senso dell’irraggiungibile, offrendo fotografie a colori di varie ricette complete.

Cockburn coniò l’espressione ‘gastro-porn’ per criticare il modo in cui questi libri di cucina presentavano ricette estremamente elaborate, costose e visivamente sontuose – piatti impossibili da replicare per il lettore comune – trasformando la cucina in una forma di pornografia per gli occhi.

Ma perché proprio nel 1977?

Perché in quegli anni la nouvelle cuisine francese – leggera, estetizzante, firmata da chef come Bocuse e Troisgros – stava rivoluzionando l’immagine del cibo.

Per la prima volta, il piatto non era più solo nutrimento, ma dichiarazione artistica. Le riviste di cucina diventavano patinate, i fotografi di cibo inventavano il food styling e l’atto del cucinare veniva rimosso dall’inquadratura. Restava solo il risultato: un’allucinazione perfetta, luccicante, impossibile.

Già qui emergeva una delle caratteristiche fondamentali del genere: immagini sfavillanti di un cibo compiuto, luminoso, inattuabile da replicare nella propria cucina, che stimolano il desiderio, ma lasciano una sensazione di frustrazione proprio perché irraggiungibili.

Poi nel 1984 il concetto acquisì la sua dimensione più complessa tramite un’altra figura chiave per la nascita del tema: nel suo libro ‘Female Desire: Women’s Sexuality Today’, la scrittrice e critica femminista Rosalind Coward usò l’espressione ‘food pornography’ in modo critico, analizzandola dal punto di vista di genere, descrivendo l’attenzione estrema, quasi morbosa, riservata alla presentazione dei cibi nei media dell’epoca.

Cucinare e presentare il cibo in modo accattivante è un atto di servitù. […] Il fatto che aspiriamo a realizzare piatti dalla finitura e dalla presentazione perfette è simbolo di una partecipazione volontaria e piacevole al servizio degli altri.

La “food pornography” sostiene proprio questi significati legati alla preparazione del cibo.

Le immagini utilizzate nascondono sempre il processo di produzione di un pasto. Sono sempre illuminate in modo splendido, spesso ritoccate.

Interpretazione delle immagini luccicanti e perfette di cibo dunque, specialmente nelle riviste femminili, come una forma di pornografia perché stimolano un desiderio voyeuristico verso il cibo, nascondono la fatica reale della preparazione – lavare, tagliare, pulire, sporcarsi – come lavoro domestico, naturalizzano il ruolo tradizionale della donna come colei che nutre e serve gli altri con piacere senza sforzo apparente.

Quello che non dice esplicitamente, ma che oggi possiamo aggiungere, è che il food porn non cancella solo il lavoro domestico, cancella anche il tempo, la ripetizione, la fatica. Chi esegue in rivista non suda mai. Il suo grembiule è sempre immacolato. La sua cucina è un set fotografico, non un luogo di vita vera.

Mentre Cockburn usava ‘gastro-porn’ in senso ironico-estetico, enfatizzando l’irraggiungibile e il piacere visivo, Coward lo inseriva in un discorso femminista, legandolo alla sessualità femminile, al desiderio represso e alle dinamiche di potere domestiche.

La sua analisi, pur fortemente critica verso i ruoli di genere che quell’estetica sottende, riconosceva comunque la potenza erotica e affettiva che il cibo può veicolare.

Cockburn non lo dice esplicitamente, ma la gastro-pornografia nasce anche grazie a un’industria che la sostiene, quella della pubblicità alimentare. Negli stessi anni, le grandi aziende – Nestlé, Kraft, Barilla e altre – scoprono infatti che il cibo in televisione non si vende più con lo slogan, ma con il primo piano: la pasta che fuma, il cioccolato che fonde, il formaggio che fila.

È il trionfo del ‘desiderio gestibile’, un piacere visivo che non richiede impegno, non sporca, non ingrassa, non sazia mai. L’occhio consuma senza stomaco.

La televisione, sosteneva Foucault, è la prima macchina che permette di essere guardati senza vedere chi guarda. Ma qui è peggio: permette di desiderare senza mai possedere.

Negli anni Novanta, in Gran Bretagna, il termine divenne popolare grazie ad un programma televisivo in cui si descrisse la’gioia pornografica’ che due cuoche provavano nell’usare quantità smodate di burro e panna.

Il programma era Two Fat Ladies (1996 – 1999), con Jennifer Patterson e Clarissa Dickson: due signore corpulente, irriverenti, in sella a una moto sidecar, che cucinavano frattaglie, strutto e dolci ipercalorici con una gioia deliberatamente peccaminosa.

Era una sorta di ribellione viscerale e gioiosa contro la cucina light e salutista dell’epoca: loro si godevano il peccato davanti alla telecamera e il pubblico guardava con lo stesso misto di eccitazione e senso di colpa.

Prima che il web trasformasse ogni cucina in un set, la televisione aveva già inventato lo chef-spettacolo. Negli Stati Uniti, Julia Child (The French Chef, dal 1963) non era una donna patinata: sbagliava, rovesciava le preparazioni, rideva dei propri errori. Il suo food porn era imbrattato, autentico, quasi clownesco.

In Italia, “Telemenù” di Wilma De Angelis su Telemontecarlo e soprattutto Beppe Bigazzi – La TV delle ragazze – negli anni 80, insegnava la cucina povera con fare burbero, ma i primi piani sulle sue mani che impastavano o sulla pasta che saltava in padella avevano già quella qualità ipnotica, quasi tattile, che oggi chiameremmo ASMR culinario.

Eppure, né Julia né Bigazzi a quei tempi venivano sospettati di food porn: erano educatori. Infatti la differenza è che il loro cibo era replicabile. Non c’era inganno, le uova si rompevano, il sugo schizzava, la farina volava.

Il food porn autentico, quello che nasce con Cockburn, è l’immagine che cancella ogni gesto pregresso. La televisione ha oscillato tra questi due poli, dal realismo imperfetto della Child alla patinatura assoluta dei programmi odierni dove ogni granello di pepe è posizionato con una micro pinzetta di precisione.

Da qui il food porn cambia registro: non è più solo immagine patinata, ma esibizione della trasgressione. Non si nasconde più il grasso, lo si mostra, lo si ama, lo si divora, solo con gli occhi.

C’è un paradosso profondo in tutto questo: più le immagini del cibo diventano perfette e luminose e più il rapporto reale delle persone con il cibo peggiora. I sociologi dell’alimentazione la potrebbero chiamare ‘gastro-ansia’ e cioè la sensazione di non essere mai all’altezza di ciò che si vede sullo schermo.

Il piatto che prepariamo è sempre e comunque meno fotogenico di quello del programma. La nostra tavola è meno imbandita, meno ricercata.

La nostra voglia di cucinare si trasforma in frustrazione e incapacità. E allora cosa facciamo? O ordiniamo delivery, delegando il piacere, o guardiamo un altro video, rimandando l’atto.

Il food porn televisivo e cartaceo non ci rende più affamati, ci rende più impotenti. Ci mostra un Eden culinario da cui siamo esclusi perché mancano tempo, soldi, abilità o semplicemente fiducia in noi stessi.

È l’anticamera perfetta dei social, dove l’impotenza si trasformerà in dipendenza: ciò che accadrà su YouTube e Instagram, ma di questo parleremo nella prossima puntata, forse.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

A sto punto pure… affamati.

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.