Una delle intuizioni più belle della letteratura erotica di ogni tempo è quella che usa il paesaggio naturale come metafora del corpo umano, e viceversa.
Le colline, le vallate, i fiumi, le pianure… La geografia terrestre è stata da sempre il vocabolario con cui i poeti hanno descritto la mappa dei corpi. E il cibo, che dalla terra proviene, porta con sé questa stessa dimensione.
Vi è anche una geometria sacra nell’atto del nutrirsi e in quello dell’amare.
Il cibo, nelle sue forme, ricordano organi, componenti anatomiche e regioni corporee: l’ostrica, la cozza o il fico aperto, che è cosa terrestre e carnale insieme, la pesca col suo velluto e il nocciolo segreto, il fungo che erompe dalla terra umida.
È la Natura che, con un ammiccamento, ci ricorda l’Unità di fondo. Allo stesso modo, i luoghi del corpo amato hanno sapori e profumi che si riconoscono.
Ma ripartiamo un momento dalle fondamenta. Quello che abbiamo già intuito nei precedenti articoli è che la dopamina che si sprigiona davanti a un piatto ben presentato è la stessa che ci accende davanti a un corpo desiderato. È neurochimica pura, cruda, inconfutabile.
Psicologi e sessuologi confermano che le neuroscienze mostrano che cibo e sesso attivano reti cerebrali comuni, in particolare il sistema limbico, legato alle emozioni, e il nucleo accumbens che è centrale nei circuiti della motivazione e del piacere.
Non si può fare a meno di pensare a Schopenhauer, che vedeva nel desiderio sessuale il sommo inganno della Natura: una forza cieca che ci illude promettendoci una felicità infinita, solo per renderci schiavi della riproduzione.
E forse anche il food porn, in tutte le sue declinazioni, è un altro inganno: ci promette un piacere che l’immagine non può dare, un assaggio che resta virtuale, un appagamento che si consuma solo nello sguardo.
Eppure, assurdamente, è proprio questa mancanza che lo rende così potente, perché il desiderio è più forte della soddisfazione. E l’immagine del cibo perfetto, irraggiungibile, ci tiene incollati allo schermo molto più a lungo di qualsiasi ricetta realizzabile.
Ed è cruciale perché ci ricorda che, esattamente come nella pornografia classica, nel food porn l’oggetto del desiderio è sempre irraggiungibile.
L’immagine di un piatto inarrivabile, impossibile da replicare nella propria cucina e con i propri mezzi, abilità e conoscenze, stimola il desiderio proprio perché ci sfugge. È un gioco di specchi in cui l’assenza diventa più potente della presenza e l’anticipazione più eccitante della consumazione.
Questo non rappresenta solo un dato da laboratorio, in realtà è la ragione per cui una straordinaria cena a lume di candela può essere parimenti efficace a dei preliminari.
Il digital foodporn è una sorta di piacere voyeuristico del cibo, un edonismo mentale che si nutre del piacere dell’attesa piuttosto che dell’esperienza del godimento.
Una volta compiuto l’atto, l’inganno svanisce e l’essere umano si ritrova nudo di fronte alla propria natura di automa biologico, un animale che esegue movimenti stereotipati sotto il comando di impulsi arcaici.
Ora, non è difficile applicare al cibo la stessa dinamica: anche l’appetito, come il desiderio sessuale, è una forma di inganno giacché illude che il prossimo boccone, il piatto perfetto, la ricetta finalmente riuscita, daranno quella felicità che cerchiamo da sempre.
Ma poi, con l’applicazione di una legge matematica che è stata sintetizzata nel nome: unità marginale decrescente, il piatto finisce e la fame prima o poi ricomincia. E così via, all’infinito, in un circolo vizioso da cui non c’è che un’uscita.
E, allora, quali sono i tratti comuni tra l’esperienza amorosa e quella conviviale? Provo a enumerarli.
C’è la sequenza del desiderio: lo sguardo che si posa, acquolina in bocca, l’avvicinamento, l’esplorazione tattile, l’incorporazione. Non è un po’ la stessa grammatica del corteggiamento?
Le sue fasi e i suoi tempi… Si inizia con gli occhi, si prosegue con il naso, si chiude col tatto e il gusto, con la bocca. L’anticipazione del piacere, la tensione che precede la soddisfazione, il finale… mi pare siano esperienze fenomenologicamente quasi identiche.
C’è poi l’elemento del dono: cucinare per qualcuno è forse l’atto di cura più universale e riconosciuto. Le madri cucinano per i figli, gli amanti cucinano l’uno per l’altra, come ho cercato di descrivere nell’articolo precedente, si porta il cibo agli ammalati, agli anziani, a chi è in lutto.
Preparare un pasto richiede conoscenza dell’altro – i suoi gusti, le sue intolleranze, i suoi desideri – richiede trasporto, tempo, creatività, abnegazione. E alla fine, il cibo esce dalle mani di chi lo ha preparato e diventa proprietà di chi lo consuma, che ne farà ciò che vuole.
È esattamente la struttura del dono erotico nella sua forma più alta: un’offerta autentica di qualcosa fatto appositamente per il piacere di un altro essere.
E poi, naturalmente, c’è il proprio piacere: del gusto e del tatto che condividono le stesse basi neurochimiche, che attingono agli stessi circuiti della ricompensa, la reazione è uguale.
L’orgasmo e la sazietà hanno la stessa struttura temporale, una costruzione, un climax, una risoluzione, una ‘piccola morte’, come ho già citato due articoli fa, Cibo e Sesso – L’Unità da due Vie.
Entrambi ci proiettano fuori da noi stessi e poi ci restituiscono ogni volta un po’ cambiati al mondo.
La degenerazione non è tanto nell’aver scoperto o enfatizzato questi legami, quanto nell’averli disallineati e poi ricombinati in modo un po’ distorto. Ma quando, in un istante di grazia, riusciamo a ricomporre l’unità spezzata, allora come altari sacri la tavola e il letto diventano simili e mangiare e amare tornano due modi di dire una medesima cosa.
Infine, c’è un’ultima analogia, forse la più importante. Sia il cibo che l’amore, quando sono autentici, ci mettono in contatto con qualcosa che va oltre l’individuo. Mangiare insieme è un atto di comunione: si condivide la stessa pietanza proveniente dalla stessa origine per lo stesso fine, in coppia capita di bere dallo stesso calice (per me a casa sempre), si diventa per un attimo un uno.
Come l’amore, quando due corpi che si cercano, si trovano, si fondono, e per un istante il confine tra l’io e il tu si fonde in un noi.
Forse è per questo che cerchiamo ossessivamente il cibo e l’amore. Non solo per la semplice gratificazione dei sensi, ma per quell’attimo di trascendenza in cui, attraverso la materia, tocchiamo qualcosa di diverso, di più, di immateriale, metafisico, trascendente e spirituale.
L’assaggio di un piatto memorabile e l’abbraccio di un corpo amato sono entrambi squarci su un’altra dimensione, fugaci eppure indelebili. E in quella fugacità, in quella promessa di unità, risiede il loro fascino eternamente infinito.
Proprio questa promessa è stata catturata, separata, svuotata ed esposta prima in vetrina e poi rivenduta all’immaginario contemporaneo e trasformata in spettacolo dove l’spetto vale più dell’esperienza e l’attesa più della consumazione.
Vediamo assieme?
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.













