La lunga pausa di una settimana deve avervi dato l’impressione di un passaggio bello lungo all’interno della narrativa e, ancora una volta, deve avervi resettato sull’argomento, probabilmente avendo il modo di assimilare un po’ i contenuti delle pellicole analizzate, prima di passare al finale.
Il cinema, ha sempre avuto un’intuizione profonda: il cibo sulla pelle dell’amante non è solo un gioco erotico, ma una metafora visiva dell’incorporazione. Ciò che mangiamo diventa parte di noi e l’amante che ci nutre ci dona qualcosa di sé che noi facciamo nostro.
Al proposito mi corre l’obbligo di menzionare, inoltre, ‘Tampopo’, capolavoro giapponese di Juzo Itami, in cui il cibo è desiderio, rituale, sensualità con l’indimenticabile scena cult del tuorlo d’uovo passato bocca a bocca tra i due amanti.
E poi anche l’assaggio delle quaglie in salsa di petali di rosa, è il momento più sensuale e indimenticabile del film ‘Come l’acqua per il cioccolato’ diretto da Alfonso Arau. La preparazione del piatto diventa un atto d’amore alchemico e magico.
Nel contesto della storia, il cibo è lo strumento principale attraverso cui Tita, la protagonista repressa dalla dispotica madre, riesce a esprimere le proprie emozioni e il suo amore e la sua passione si trasferiscono misticamente a chi lo mangia.
Infatti, l’effetto sull’amato Pedro è un’esplosione di desiderio tale da dichiarare che il sapore del piatto lo fa sentire come se l’anima di Tita fosse penetrata nel suo corpo. E anche su Gertrudis, la sorella di Tita seduta allo stesso tavolo, arriva l’effetto involontario, perché viene investita da un calore e da una passione e desiderio irrefrenabili, tant’è che, prima di scappar via, incomincia a sudare e a palpeggiarsi, emanando un intenso profumo di rose.
Se nella scena di ‘Nove settimane e mezzo’, analizzata due articoli fa, dunque il cibo era un mezzo per raccontare la relazione tra due amanti che giocavano sull’eccitazione dei sensi e il cibo da spettacolo vuole comunicare e l’immagine vuole imporre la presenza, apparendo raggiungibile, ‘La grande abbuffata’ mostra invece anticipatamente in modo paradossale la fase successiva, quando il desiderio non conosce più limite e si trasforma in ossessione distruttiva. Il cibo quindi come pura pulsione di morte travestita da piacere irrefrenabile.
È interessante perché quella logica precorre qualcosa di molto più contemporaneo. Oggi i social spingono continuamente verso l’iperstimolazione: immagini più ricche, corpi più esibiti, piatti sempre più ricercati e/o esagerati.
In un certo senso, c’è una dinamica”ferreriana” anche nel food content moderno: il piacere deve essere sempre più intenso, più visibile, più eccessivo per riuscire ancora a colpire.
Ferreri mostrava nel film anatomizzato nel precedente articolo il finale tragico di questo meccanismo e cioè la ricerca del godimento assoluto conduceva i protagonisti alla rovina definitiva.
Ritornando all’anno in cui siamo partiti, 1983, ricordo con un’attrazione affettuosa il film ‘Il grande freddo’, dove la cucina è l’ambiente centrale della grande casa in cui gli amici si rincontrano dopo anni a seguito di un funerale.
Il pasto è concepito come una continuità sensoriale e il cibo fa da sfondo e accompagna conversazioni disinibite, ricordi del passato e tensioni erotiche che ancora legano il gruppo.
La preparazione e la fruizione diventano rituali collettivi e sensuali, in cui i corpi si sfiorano, i vecchi amici flirtano e si riaccende la chimica sessuale che li ha uniti in gioventù.
Consentitemi un altro paio di esempi: forse il più radicalmente opposto a tutto questo è ‘Il pranzo di Babette’, 1987. Qui il cibo è grazia, è sacrificio, è dono totale. Nessun primo piano sensuale, nessuna trasgressione. Solo un pasto che cambia la vita di chi lo riceve.
Come pure ne ‘Il gusto delle cose’, il regista, Trần Anh Hùng, usa la preparazione e il consumo dei piatti come linguaggio primario e il cibo è il modo attraverso cui i protagonisti esprimono i propri sentimenti e l’erotismo, trasformando la cucina in un tempio di passione.
Non appena Dodin, il famoso gastronomo, inizia a cucinare per Eugénie, la sua cuoca personale, per questioni di salute, comincia un sentimento più grande e la passione li travolge.
Una vera e propria dichiarazione d’amore silenziosa, una metafora in cui la pietanza è specchio dell’anima e dilatazione dell’espressione amorosa. Il film evidenzia come l’atto di cucinare e condividere i pasti sia veicolo di profonda intimità.
Suggerisce seduzione con l’assunto che conoscere lo stomaco di qualcuno può equivalere a conoscerne il cuore.
Una volta sposati, Eugénie chiede a Dodin se lei risulti per lui più sua moglie o rimanesse sempre la sua cuoca personale, e la risposta che viene data è la seconda, per rimarcare non il nutrimento per il corpo quanto per l’anima.
Il foodporn col film è soddisfatto secondo me attraverso l’intento e le inquadrature ravvicinate oltre ai tempi dilatati che si soffermano lungamente sulle materie prime. Ma, allo stesso tempo, intravedo anche anti-foodporn, dove il cibo si fa guardare sì, ma si fa anche vivere, perché non si hanno le classiche caratteristiche, ma in questo caso il pasto è sempre immerso in una dimensione sia relazionale che affettiva.
Nei social, invece, l’eccesso viene estetizzato, il too much diventa intrattenimento. Eppure, sotto la superficie patinata, rimane la stessa intuizione antropologica: il desiderio umano tende naturalmente a superare il limite, e se non trova un argine, scivola dalla sensualità alla coazione, dall’appagamento alla dissipazione.
Il foodporn contemporaneo si muove proprio su questa linea sottile: può essere carezza visiva o abbuffata senza fine, invito al piacere sottile o messa in scena della dismisura.
E, in entrambi i casi, come già avevano intuito Cockburn, Coward, Ferreri e il cinema di Lyne, a essere in gioco non è mai solo il cibo, ma il modo in cui mettiamo in scena i nostri desideri più profondi, quelli che ci nutrono e, a volte, quelli che ci divorano.
E se nel cinema abbiamo visto intrecciarsi il corpo che mangia e che ama ancora in una danza possibile, nel prossimo capitolo scopriremo cosa succede quando quel corpo diventa merce, performance, click e follower.
Benvenuti nell’era del web foodporn.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.













