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Foodporn – Cinema 1° tempo

Foodporn - Cinema

Dopo aver visto come giornali e TV hanno trasformato il cibo in immagine spettacolare, il cinema ci regala qualcosa di diverso, non solo rappresentazione, ma esperienza raffigurata in storia.

E lo fa con una potenza che nessun’altra arte ha mai raggiunto, finora.

Saltando la carnalità informale di Jennifer Beals con l’aragosta in ‘Flashdance’, 1983, girata nel lussuoso Bistro Garden di Beverly Hills, dello stesso regista non posso non ricordare ‘Nove settimane e mezzo’: nel 1986 avevo 12 anni e vidi il film nel piccolo cinema del paese di montagna dove solevo trascorrere con la famiglia agosto, sfuggendo gli afosi cittadini.

Andai solo e ricordo bene, senza necessità dei rinfreschi dell’aver rivisto il film più volte nel corso degli anni, la famosa scena dei protagonisti seduti per terra davanti al frigorifero aperto.

Kim Basinger è volontariamente a occhi chiusi, vulnerabile e curiosa insieme, non vede ciò che sta per assaggiare e proprio questa sospensione amplifica ogni reazione del corpo.

Mickey Rourke conduce il gioco con lentezza quasi teatrale, mescolato a gesti fulminei e giocosi, la nutre e la provoca altalenando i cibi con scherzo e prepotenza.

Ogni boccone è un esperimento, una sorpresa, un piccolo shock dei sensi, instillando piacevolezza ma anche il contrario.

Le uova introducono la preparazione, poi arrivano le ciliegie sotto spirito, lucide e alcoliche, un pomodorino, seguito dalle fragole, inevitabili e sensuali per forma e consistenza.

Il vino spumante scivola lentamente dalla bocca al collo, mentre poi il cucchiaio di sciroppo per la tosse aggiunge una nota straniante, amara e medicinale. Lei freme. Persino un ordinario fusillo cotto diventa erotico nel modo in cui viene offerto e assaporato.

La scena cresce allora di intensità tattile con la gelatina tremolante che vibra sulle labbra, poi morde il peperoncino verde che pungente le fa fare un sussulto e le accende il volto di un calore aggressivo e improvviso.

Poi arriva il latte, bevuto con foga a smorzare il piccante e in parte rovesciato addosso in un gesto impulsivo e disordinato che rompe definitivamente ogni compostezza.

La soda schizzata ovunque, dal viso al centro fra le gambe, col suo inequivocabile rimando sessuale, trasforma la cucina in uno spazio caotico e umido.

‘Bread And Butter’ dei Newbeats accompagna sonoramente la metafora col cibo, dove inizialmente c’è il confronto del bread and butter a indicare una relazione affettiva solida rappresentata dalle attenzioni semplici e rassicuranti quotidiane della vita.

Ma poi una svolta drammatica, quando il protagonista scopre l’amara realtà che vede la partner a mangiare e flirtare con un altro. Il ritmo allegro della musica tradisce o confonde lo shock del sentimento tradito e del dolore della disillusione.

In contrapposizione finale, il miele. Denso, lento, dorato. La scena è definitivamente trasformata: non è più cibo, ma materia erotica pura. Cola sulla lingua, sulle dita, sul ginocchio, giù sulla pelle, fino ad un accenno di massaggio pastoso, col bacio appassionato finale che suggella una delle sequenze più sensuali e iconiche del cinema degli anni Ottanta.

L’inquadratura isola i due corpi in una sorta di acquario emotivo, il frigo aperto diventa l’unica fonte di luce che taglia l’oscurità, creando un’atmosfera sospesa, sulla soglia di un portale immaginifico per un’altra dimensione.

Tutto lavora sui sensi prima ancora che sulla sessualità. Non stanno mangiando ovviamente, stanno esplorando il loro mondo attraverso gusto, tatto, odore e gioco. Ogni alimento diventa un pretesto per un’esplorazione apparentemente giocosa sensoriale che è al tempo stesso culinaria ed erotica.

È un magistrale esempio di estetizzazione del desiderio e di esibizione coreografica di potere e di sottomissione.

Tutto questo che ha reso la sequenza così iconica. Non certo la cruda nudità, ma la capacità di trasformare alimenti quotidiani in strumenti di seduzione e perdita di controllo.

La scena di ‘Nove settimane e mezzo’ è una dichiarazione di principio sull’identità profonda tra nutrimento e desiderio, ciò che entra in noi diventa immediatamente intimo, per questo il confine tra appetito e desiderio erotico, nella cultura e nell’arte, è sempre stato sottilissimo.

A parte che la progressione dei cibi vista da un italiano buongustaio sarebbe stata molto discutibile, se non da vomito addirittura, con la conseguente inappetenza per giorni, con un senso di compassione per la povera creatura, ma c’è un particolare che spesso sfugge: in quella sequenza, il cibo è a senso unico da lui a lei.

Lui sceglie, porge, decide il ritmo. Lei assaggia, subisce, reagisce. Il gioco è eccitante, ma è anche una messa in scena di potere. Il foodporn al cinema, fin dai suoi esordi, porta con sé l’ambiguità tra il desiderio liberatorio o di dominio.

Nello spettatore la scena suscita un’attrazione voyeuristica mista a un po’ di disagio, per l’impersonificazione dell’impotenza della protagonista, costretta a indovinare gli alimenti, e riflette una regressione un po’ infantile e innocente.

Lo spettatore percepisce chiaramente l’annullamento della sua volontà, che abdica al controllo per farsi guidare dal compagno – demiurgo.

Il messaggio che sottende il film è l’entrata in una spirale di dipendenza affettiva e tossicità. Il cibo rappresenta il tentativo di riempirla di sensazioni estreme per colmare un vuoto emotivo, mantenendo, però, un assoluto controllo psicologico su di lei. Ricordate l’epilogo del film?

Bisogna notare anche che nutrirsi un po’ animalescamente rimette una sorta di condizione primitiva dove la ragione più forte e pure il sentimento più puro cedono il passo ai sensi e agli umori. La verità è che taluni alimenti lasciano un odore, una consistenza e un sapore di qualcosa che rimanda inevitabilmente al sesso e a tutto ciò che giace dietro.

Lo so che vi stavate immedesimando cognitivamente ed emotivamente, vivendo una sorta di stato di sogno, ma considerando che siamo momentaneamente al cinema, prima di proseguire, vi va di fare una pausa con il classico intervallo?

Pur non avendo alcuna intenzione di vendervi snack e bibite – anzi ve le sconsiglio vivamente – è solo per offrire la necessità fisiologica di spezzare la catarsi e favorire un momento di rielaborazione critica.

Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!

Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

A sto punto pure… affamati.