Se la sala cinematografica prevede l’intervallo, normalmente può durare tra i 7 e i 10 minuti, come stavo dicendo alla fine del precedente articolo, la scelta risponde a una necessità fisiologica di attenzione, oltre che a una strategia di marketing.
La nostra pausa è durata una settimana e credo abbia permesso un “reset” mentale all’emisfero destro del cervello per riposare un po’ e interrompe lo stato di semi-ipnosi indotto dal buio della sala cinematografica nella quale ci eravamo infilati.
Ora, psicologicamente, riprendiamo l’immersione e riaccorciamo le distanze riprendendo il carico emotivo di proiezione ed identificazione abbandonando di nuovo la realtà per la continuazione della storia.
Quest’introduzione per riallineare l’attenzione e ritrovare la stessa profondità di immersione iniziale.
Riprendiamo cambiando film.
Negli anni Ottanta, il desiderio veniva spesso trattato attraverso gli oggetti quotidiani: il frigorifero, la cucina, la frutta, il vino… elementi comuni caricati di tensione erotica.
Una sensualità materiale, tattile, gustativa, molto diversa dall’erotismo più patinato o astratto di altri decenni.
Eppure, il cinema prima del 1986 aveva già esplorato un crinale molto più estremo della scena descritta nel precedente articolo e lo aveva fatto con un film che paradossalmente ho visto solo molto più tardi rispetto al precedente, benché fosse uscito più di un decennio prima di ‘Nove settimane e mezzo’, come accade con i film che compaiono al mondo prima della nostra nascita, e che poi recuperiamo in un altro tempo, talvolta molto successivo.
‘La grande abbuffata’ è del 1973, un anno prima che io venissi su questa terra e, quando finalmente lo incontrai, mi accorsi che portava il rapporto tra piacere, consumo e corpo fino all’autodistruzione.
Le scene più iconiche nel film di Ferreri non possiedono la sensualità elegante e ludica di ‘9½ Weeks’, ma il cibo perde progressivamente ogni innocenza conviviale e diviene invece eccesso assoluto, compulsione, ossessione, perdita del limite, un’esperienza febbrile e soffocante di annientamento di sé. Mangiare, desiderare, possedere e consumare finiscono per coincidere completamente.
Mentre nella regia di Lyne il cibo è strumento di relazione, anche se profondamente asimmetrica come abbiamo visto, in Ferreri il cibo diventa sostituto del rapporto.
Nel film i quattro amici cercano di riempire un vuoto che nessun boccone potrà mai colmare. È questa la differenza radicale: da un lato il gioco erotico, dall’altro la pulsione di morte ricercata con l’estrema abbuffata.
La villa dove si svolge gran parte della vicenda sembra inizialmente il luogo perfetto del piacere borghese: 4 amici, tavole imbandite. Ma, ben presto, si trasforma in una tomba dorata, l’abbondanza senza misura diventa qualcosa di grottesco.
I personaggi mangiano non perché abbiano fame, anzi, ma perché incapaci di fermarsi, quasi volessero riempire un vuoto molto più profondo del proprio corpo.
Nelle scene la sequenza infinita delle prelibatezze preparate da Ugo Tognazzi è memorabile, manipolati con una passione maniacale; pantagruelici portate passate alla storia del cinema come ad es. pâté de foies aux trois alcools (pâté ai tre fegati o ai tre liquori) è una variante ricca e profumata del classico pâté di fegato, il sontuoso tacchino arrosto con puré di patate, salsa di marroni e composta di mele.
I classici sformato di maccheroni, zuppa di cipolle e rognone alla bourguignonne. Come non citare infine la ‘Bavarese di tette’…
Il cibo è ovunque, la sensualità quasi oscena… sui tavoli, sulle dita, nelle bocche, negli sguardi appesantiti. L’erotismo del film non nasce dalla seduzione, ma dall’estremo eccesso stesso.
Le donne e il cibo finiscono spesso sullo stesso piano simbolico: entrambi oggetti di desiderio immediato, consumati senza più distinzione tra piacere e saturazione. La macchina da presa insiste sui dettagli corporei, fino a creare una sensazione claustrofobica.
La colonna sonora di Philippe Sarde traduce in musica il vuoto esistenziale dei protagonisti e l’ossessione autodistruttiva per il consumo; utilizza melodie orchestrali raffinate alternate tra surreale quiete e ritmi incalzanti che creano una specie di cortocircuito emotivo tra volgarità e sproporzione grottesca delle scene. La musica fa da requiem funebre accompagnando fino all’inevitabile epilogo.
Mangiare con le mani, assaporare senza controllo, sporcarsi, perdere compostezza: sono gesti che sospendono la disciplina sociale. In quelle scene i personaggi sembrano regredire a uno stato infantile e quasi animale, in una condizione dove il corpo parla più velocemente della mente.
Eppure, proprio in questa esagerazione il film diventa potentemente contemporaneo. Ferreri sembra intuire in anticipo che una società assillata dal piacere finirà per trasformare tutto in consumo: il sesso, il cibo, i corpi, perfino il tempo condiviso.
Che ne dite?
Lo so, sembra che ve lo faccia apposta, ma come a volte avviene in teatro è necessaria una seconda pausa, non certo per un’esigenza tecnica teatrale, ma solo per motivi di lunghezza e spazio. Per il finale ci vediamo tra una settimana.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.













