Mi guardo intorno per decidere su quale dei soggetti presenti, porre la massima attenzione.
Ho diverse scelte appetibili: intanto un molosso inserito a taglio tra i due sediolini che sta, seraficamente, appoggiato alle sue zampone. E poiché il suo guinzaglio è saldamente legato ad un bracciolo di mezzo, non è proprio chiaro a quale dei passeggeri sia associato il cagnolone.
Scommetterei su quello palestrato e tatuato, che si specchia con intenzione alzando il sopracciglio, ad ogni galleria attraversata che rende il vetro, appunto, specchio.
Mi piacciono molto i treni Regionali, i paesi che scorrono senza il rumore dell’alta velocità, con le centomila fermate e le chiacchiere che si alternano alle cuffie dei telefonini, in una lotta impari.
Vedo, attaccato ad un palo, un enorme peluche di Dumbo: ha la missione di atteggiarsi a spaventapasseri, a difesa degli alberi da frutta che ha intorno.
Purtroppo sono troppo di città per sapere di che frutta stiamo parlando. Chiedo al mio vicino di seggiolino se sa lui che frutta è quella, e lui mi risponde serafico che è un “declinatore in declino” e, quindi, no, non lo sa.
Il treno ci sta cullando tutti, mi diverto a seguire le testoline che ballonzolano tutte a ritmo del binario e delle sue curve, come in una partita di tennis senza le palline. Fino a che una curva più storta delle altre, fa alzare la testa al molosso che sbotta.
– Bartolo a cuccia!
A parlare è stata una donna che mi pare, incredibilmente, più vecchia di me. Quindi, come al solito, ho sbagliato: il palestrato è più terrorizzato che affascinato dal cane.
– Che bello il suo cane, signora.
Le dice il palestrato.
– Non è mio!
– Ah no?
Intervengo, interrompendo la magnifica sequenza di silenzi che avevo mantenuto saggiamente.
– Certo che no. Non si è proprietari di esseri viventi…
– No, certo, certo, ma io dico anche MIO nipote, intendendo che appartiene ai MIEI affetti.
La signora, già pronta alla sequela di improperi su tutti noi che non sappiamo amare bene gli animali, si gira (indispettita e senza risposte) dall’altra parte, mentre il palestrato mi guarda con rinnovata ammirazione. Questo, almeno, fino a quando una galleria non lo riporta a se stesso.
Sto andando a Ravenna. Non ho mai visto i famosi mosaici e il meteo promette fresco in città.
Mio nipote Davide mi ha prenotato una bella stanza nei pressi della stazione del treno, so che la cittadina ha tutto a portata di mano: dai mosaici alle piadinerie, come piace a me.
La donna seduta di fronte a me sta ammazzando la lingua italiana, in videochiamata con la sua amica del cuore, della quale non possiamo sentire le risposte.
L’intero vagone oramai è a parte del fatto che: fa la manicurista, vuole andare in Nepal ad agosto, ha già visitato, nell’ordine, Stati Uniti, Giappone, Messico e India, ha la sua attività al piano terra, in una stanza che comunica con casa sua, per cui è molto complicato rimandare indietro le clienti fuori orario.
Una volta i bottegai dei piccoli paesi avevano la propria attività in casa, mi vengono in mente le parrucchiere che giravano il sugo tra un bigodino e l’altro, il salumiere che, a fine spesa, ti offriva il caffè dalla moka preparata da sua moglie, la merceria che apriva il fondo del bancone sulla tavola da pranzo, con i bambini seduti a fare i compiti.
Era l’epoca dei commercianti che ti servivano tra una faccenda e l’altra. L’intero mondo del lavoro prevedeva ruoli e compiti assegnati persino ai bambini e pareva normale, almeno fino a che le inchieste di Joe Marrazzo e Comencini non fecero vergognare clienti e datori di lavoro. Non sono cresciuta in un’epoca che aveva rispetto della vita e dell’infanzia.
La manicurista nepalese adesso toglie le cuffie e mi guarda con interesse:
– Signora mi desse un consiglio lei che si vede che è vecchia…
– (Ma grazie!) come no, come no, mi dica…?
– Sto un poco preoccupata per via delle punturine. Poiché già mi ho fatto il piercing sulla lingua – (e la mostra) – e dei tatuaggi che non hanno piaciuto al mio fidanzato, secondo voi mi lascia se mi faccio abboffare lo zigomo? Che dite?
Rimando raramente senza parole, ma su questo ho le idee proprio chiarissime.
– Mia cara, il tuo corpo ti appartiene e sei libera di massacrarlo come ti pare e piace.
Intanto, mentre parliamo, una formica sta attraversando il braccio della manicurista che, con noncuranza, la schiocca via.
La decrepita accompagnatrice di Bartolo dà un urlo disumano.
– Assassinaaaaa!
Il palestrato si alza e scappa nell’altro vagone, mentre io ascolto rapita questo dialogo, interrotto dalla polizia del treno che, come annunciato a ripetizione dalla voce dell’altoparlante, è tenuta a sedare colloqui di dubbia grammaticalità.
Le due donne e Bartolo scendono alla stessa fermata, a me ne mancano tre e i mosaici sono troppo belli per essere rimandati a domani.
Salgono a occupare il posto di fronte a me, una mamma e un bimbo. Lui ha tra le mani un legnetto a cui ha appeso tanti fogli di plastica colorati. Si mette sulle ginocchia e si sporge verso il finestrino per catturare la luce. Come ci riesce, ride contento.
– Visto mamma… la gibigiana, la gibigiana… belloooooo.
Mi sorprendo da sola quando mi esce da bocca qualcosa che, fino ad un attimo prima, non pensavo di dire.
– Lo posso usare un poco pure io?
Gli chiedo.
– Sì, sì tieni tieni!
Per ricambiare la gentilezza naturale di questo bimbo, tiro fuori dalla tasca il mio specchietto e gli mostro come fare il riverbero del sole sul tetto del trenino. Devo dire che è bravino pure lui!
Il declinatore in declino, mio vicino di seggiolino e ,quindi, pure lui di fronte a mamma e bimbo, a quel punto ci sorprende tutti declamando:
“Del sole il puro raggio
rotto dall’onda impura,
sulle vetuste mura
gibigianando va”.
Autore Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è legato alle dirette televisive dedicate a opere teatrali e liriche. Come regista teatrale e autrice mette in scena ‘Le metamorfosi di Nanni’, con protagonisti Lello Arena e Giovanni Block. Per la narrativa pubblica ‘Zaro. Avventure di un visionauta’ (2003), ‘Il mercante di favole su misura’ (2007), ‘Allora sono cretina’ (2013), ‘Pazienti inGattiviti’ (2016) ‘Le metamorfosi di Nanni’ (2019). Il libro ‘Produzione televisiva’ (2014), invece, è dedicato al mondo della TV. Ha tenuto i blog ‘iltempoelafotografia’ ed ‘il niminchialista cinematografico’ dedicati alla multimedialità.













