Per chi, come me, vive da solo da tanto tempo, dopo averne vissuto altrettanto in compagnia, i silenzi non sono tutti uguali.
Intanto quello della mattina appena sveglia per me è sempre rincuorante, sento i vicini che si affrettano verso il lavoro e la scuola, mentre io sono finalmente padrona del mio tempo.
A rompere il silenzio dentro la casa c’è il rito del risveglio di Ciccilluzzo, uno strepitoso canarino giallo, che mi saluta cantando, appena scopro la gabbietta e gli passo i suoi semi preferiti.
Molte persone anziane lasciano alla televisione il compito di riempire questo silenzio della mattina, ma per me accade solo di rado, perché mi impongo di uscire di casa appena lavata e stirata. Fosse anche per scegliere solo un fascio di broccoli nella boutique del fruttivendolo.
Ho paura della scatola magica, troppo brava a trattenermi nella tragedia e nella commedia delle trasmissioni del mattino. Non posso rischiare che diventi una droga, ma solo perché molte serate sono risolte dalla sua presenza. Per cui niente TV prima delle venti.
– Sì Maria, lo so, tu non sei d’accordo, perché gli ultimi anni della tua vita ti sei come al solito perdutamente innamorata e stavolta di tutti quelli che passavano sullo schermo: primo fra tutti l’ispettore Derrick. Come al solito, con i gusti in fatto di maschi, non ci siamo mai trovate.
Mia sorella Maria è morta alla fine degli anni 90, non ha fatto in tempo ad innamorarsi di Montalbano.
Bussano ferocemente alla porta. Apro.
– Ma come non sei pronta?
È la mia amica Giosy.
– Lo sapevo te ne sei scordata: Ma come!
Quando uno impara a prendersi cura di se stesso, finisce col dimenticare quello di cui non ha bisogno.
D’altra parte, mi aveva incastrata dieci giorni prima, mentre sceglievamo i vasi più belli nel negozio delle signore di Chiaia, dove c’è molta gente e, come dice mio nipote Davide:
Senza ossigeno si prendono sempre decisioni sbagliate.
E quindi le avevo promesso che l’avrei accompagnata.
Andava matta per la trasmissione dei delitti irrisolti. La mandano in onda da Roma, in diretta, nel primo pomeriggio, per cui il suo bolide/automobile di lusso, tenuta come una bomboniera, ci avrebbe portate a Cinecittà, dove avremmo fatto parte per un giorno del pubblico a pagamento, ma senza essere pagate.
Giosy era stata un ottimo avvocato, adesso in pensione, e aveva i suoi amici, spesso chiamati come esperti, a confutare, suffragare, fare ipotesi… a lei bastava fare il pubblico.
Una donna così intelligente! Com’è possibile mi dico io!
Ma la vecchiaia ha le sue crepe nelle quali insinua inutili fissazioni, che distraggono dal mal di schiena, e quindi va bene, le faccio compagnia. Non ci sarò davanti, ma dentro, per una volta, non mi farà male la TV prima delle venti.
Mi agito da un po’ nella mia poltroncina rossa, laterale, messa a fare l’ala destra del conduttore. Mamma mia. Siamo solo a metà puntata.
È la terza volta che gli sento dire:
Signora, con queste cose non si scherza.
E stavolta, temo ad alta voce, ho risposto che per me si può scherzare su tutto.
Giosy è sobbalzata e si è fatta subito rossissima in viso come allergica alla puntura di una vespa, anche perché si sono girati tutti nella nostra direzione, conduttore compreso di sopracciglio alzato, che stava a sottolineare che:
Nel pubblico non si parla ad alta voce!
Nel pubblico si fa solo sì e no con la testa, si ride a comando, ci si commuove (come si può ma abbastanza continuativamente) e soprattutto si applaude. Tanto, tantissimo.
Ma parlare no, nemmeno col vicino. Soprattutto non possiamo noi due, io e Giosy, entrate a far parte del pubblico specialissimo, scelto per stare accanto al conduttore e non come i paria, messi a gruppone indistinto di fronte, su spalti altri tre metri.
Noi no, non abbiamo avuto la sorte riservata alle donne delle nostre famiglie patriarcali, in altre stanze, o in altri tavoli, in altri cortili, semplicemente in un gruppo che non prevedeva maschi. Ma stare nel gruppo eletto, essere ammesse nel gota, implica sapersi comportare e stare ZITTE.
Io do tantissimo peso all’amicizia, poi a Giosy tengo tanto, ma ho la mia natura e soprattutto ho 83 anni!
Pur di andarmene senza ulteriori danni (che prevedrebbero di tirare fortemente verso il basso quel sopracciglio alzato, per dirne quattro a questo tizio che si sta lamentando per la mia impudenza), opto per fingermi dalla parte del pubblico in disaccordo.
Come fate a non capire che è stato l’amante della sorella ad uccidere Ulderico. Preferisco lasciare lo studio!
Lo dico nello sconcerto generale e, prima che qualcuno possa fermarmi, Giosy compresa, mi allontano alla massima velocità consentita dall’artrosi.
Ma guarda che bella giornata fuori da questo casermone. Mi ritorna la voglia della mia vecchia reflex lasciata a dormire negli scaffali del ripostiglio, quasi quasi la riprendo…
Passeggio tra i resti dei film di Fellini, archeologia cinematografica sparsa qua e là, qualche volto noto che si guarda intorno alla ricerca di fans che chiedano un sorriso, e recupero a poco a poco il mio buonumore.
– Tita.. Tita…
– E adesso cosa c’è?!!!
Vedo Giosy venirmi incontro frettolosa, cammina guardandosi alle spalle.
– Presto andiamo alla macchina, presto…
– Ma che esagerazione! E che sarà mai? Vuoi che non trovino altre due vecchie da far sedere alle spalle di quel demente!
– Non hai capito! Tutta la redazione del demente ti sta cercando!
Mentre eravamo in onda è stato arrestato l’amante della sorella! Ci hai preso!Adesso quel pallone gonfiato ti vuole come ospite fisso delle trasmissione!
Mi chiudo la porta di casa alle spalle che sono passate le 23.
Ho offerto la cena a Giosy per farmi scusare, ma sono stata perdonata all’istante per averle rovinato il pomeriggio in giallo, dal momento che si è divertita moltissimo a fare trattative estenuanti, ed oltremodo inutili, con tutti i suoi amici avvocati.
Per le successive due ore dalla fuga da Cinecittà, le hanno telefonato in dieci, cercando di convincermi a partecipare, anche a costo di cifre importanti, allo show del momento.
Il silenzio di questa sera dentro casa risuona delle voci della giornata, della risata di Giosy, dei rumori del ristorante. È un silenzio di cui ho bisogno, che mi rimette a posto la vita.
So di essere abbastanza fortunata e che, probabilmente, se lo volessi potrei non abitare più solo con Ciccilluzzo. Ma oramai dipendo da questo silenzio, non posso più farne a meno. Perché dentro questo silenzio finalmente mi parlo io, mi è necessario, dopo anni di rumori che non mi permettevano di incontrarmi.
Autore Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è legato alle dirette televisive dedicate a opere teatrali e liriche. Come regista teatrale e autrice mette in scena ‘Le metamorfosi di Nanni’, con protagonisti Lello Arena e Giovanni Block. Per la narrativa pubblica ‘Zaro. Avventure di un visionauta’ (2003), ‘Il mercante di favole su misura’ (2007), ‘Allora sono cretina’ (2013), ‘Pazienti inGattiviti’ (2016) ‘Le metamorfosi di Nanni’ (2019). Il libro ‘Produzione televisiva’ (2014), invece, è dedicato al mondo della TV. Ha tenuto i blog ‘iltempoelafotografia’ ed ‘il niminchialista cinematografico’ dedicati alla multimedialità.













