Questo è uno di quei momenti in cui mi accorgo che i vecchi hanno paura di sembrare stupidi, oltre che vecchi. Adesso, per esempio scorrono tutti i numeri anticipati da lettere senza senso.
Mi spiego meglio.
Se aspetto di spedire un pacco, motivo per il quale sono venuta alla Posta, dovrebbe cominciare con la P la specifica del mio turno scritto sul display che troneggia sopra le teste di tutti, nonché sul biglietto che la macchinetta all’ingresso ha vomitato tipo Polaroid triste, una P che sta appunto per PACCO, no?
E invece la signora seduta affianco a me che deve spedire un pacco, ha come sua sigla M0O11, e un figlio che le avrà chiesto perlomeno cento volte negli ultimi venti minuti, perché non ha prenotato dall’App.
Già, perché? Perché non spedisce il figlio invece del pacco?
Un marito e una moglie ottuagenari sono venuti insieme a ritirare la pensione nell’insofferenza reciproca. Temono, come tutti noi, noi vecchi intendo, che si capisca che non capiamo. Non ci va di fare la figura dei rincoglioniti.
Questo alimenta l’odio reciproco, perché lei pensa che lui sia veramente un vecchio rincoglionito e lui la trova insopportabile, probabilmente dall’attimo successivo in cui ha pronunciato sìlovoglio!
Io sono una autentica Di Marino, che significa che viaggio sempre con la marcia indietro e quindi mi fingo invece ancora più rincoglionita di quanto non sia in realtà, facendo domande da autentica demente del tipo: per lo sportello devo spingere qua?
– Eh signora ma quei pulsanti sono tutti per lo sportello…
– Ah!
– Ma lei che deve fare?
– Io devo cambiare questo BUONO…
Tutti si voltano verso di me. Panico.
Non c’è scritto BUONO da nessuna parte. E quindi?
Interviene l’animo pragmatico. Farò uno sportello generico. Il mio numero è A181. A, senza H. Solo A.
Mi metto buona buona, si fa per dire, chiaramente, e osservo. Arriva Nannina, oramai decrepita pure lei, mamma mia che impressione rivedersi settant’anni dopo le elementari e riconoscersi. È tornata dieci anni fa dall’America e per almeno otto, pare, sia rimasta in casa a fare capa e muro, a causa dei motivi che l’avevano portata di nuovo alle origini.
Erano dieci, tra fratelli e sorelle. I maschi prepotenti, le femmine sottomesse. A parte Nannina che aveva cominciato a vestirsi e parlare come i fratelli. Le mie zie dicevano che era ‘nu masculone.
A me stava cordialmente simpatica, anche se era di una prepotenza invidiabile, che tracimava nella cattiveria. Non come i bulli di oggi che ti umiliano a caso. Lei sapeva puntare bene e colpire al momento giusto.
Aveva scelto il modello che le sembrava il migliore e fino a che era piccola aveva funzionato, per i fratelli era un gioco divertente quel suo imitarli. Ma quando poi era arrivata la fase dello sviluppo, quella sua scelta cominciava a pesare un po’ e allora l’avevano mandata in America. A lavorare nella pizzeria dello zio Tony a Little Italy.
Per cinquant’anni non aveva rivolto più la parola a nessuno dei suoi, fino a che, morto anche l’ultimo parente, era stata costretta a venire a sistemare l’eredità. Ora andava avanti e indietro come un leone in gabbia.
Mi ricordavo bene di quando lei o qualcun altro della sua famiglia, sarebbe entrato nell’ufficio postale e dirigendosi direttamente allo sportello, se ne sarebbe fregato della fila, senza fare caso a chi c’era, perché nessuno avrebbe voluto avere a che fare con loro.
Erano tempi in cui gli impiegati postali della nostra strada li conoscevamo bene. Erano parte del quartiere come noi, ma adesso no. Cosa fare?
Tenta dapprima di infilarsi tra una signora e lo sportello, ma l’impiegata le fa gentilmente segno di allontanarsi, si è sbagliata non è il suo turno ma quello di XYZ, appunto, e XYZ è scritto sul biglietto che ha la signora.
La signora in questione, infatti, con piroette da étoile, si gira e mostra il bigliettino, come il cartello PRIMO ROUND in un festival di ballo delle rotule.
Da ragazzine, io col fiocco in testa e Nannina con i pantaloni rattoppati alle ginocchia, eravamo impossibilitate anche a parlarci, troppo lontane. Ma oggi le distanze spazio – tempo sono accorciate e mi consentono di guardarla occhi negli occhi: io le voglio parlare da tanto.
Ammicco. So che non resisterà.
Come se ci sapessimo bene l’un l’altra e fingendo di non ricordare che lei era una parìa ed io una specie di figlia di impiegati, dal momento che mio padre era un pasticciere e quindi mangiavo e vestivo decentemente, le dico:
– Eh ti ricordi quando qua c’era il mercatino e conoscevamo bene tutti gli impiegati?
Come se le avessi rivelato il terzo mistero di Fatima, mi sorride. Ha sempre i capelli alla maschiaccio, tagliati corti corti, ma ha ottant’anni pure lei.
– Eh mi ricordo! Mannaggia io non posso aspettare qua tutto questo tempo!
Capisco bene che cosa vuol dire.
Non può aspettare perché lei è NANNINA, non si può vedere che lei aspetta come noi alla posta. Arriva mio nipote Davide.
– Uè zia! Ma ancora qua stai.
Lei piglia la palla al balzo.
– È il figlio di tuo figlio?
– No, io non mi sono sposata, non ho figli. È il nipote di mia sorella Maria.
Le sembra un regalo che anche io, sebbene col fiocco in testa, non mi sia riprodotta e seguìto quello che il mondo dell’epoca riteneva che fosse il meglio per noi. Mi sorride. Ha una dentiera americana perfetta, finta come quelle che si vedono nei serial di prim’ordine.
– Studia, eh?
Davide non si formalizza. Abitiamo nella città in cui parlarsi tra estranei, come se ci si conoscesse, è tra i luoghi comuni verissimi che ci seppelliscono ogni giorno sotto trafiletti di giornali internazionali, seguiti da pizze e mandolini.
– Sì, faccio Economia.
La vecchia leonessa tira fuori subito gli artigli e gli urla addosso.
– Allora lo sai che da qua te ne devi andare? Non c’è niente per te qua! E non tornare.
Davide avverte qualcosa di strano in lei, una rabbia che mette subito in collegamento con la fila della posta. Perché intanto tutti quelli che hanno l’App stanno entrando e passando avanti a me, a Nannina e alla signora col figlio/Pacco.
Intravedo la possibilità di farla vincere: è scattato un A180. Nessuno si sta muovendo per andare allo sportello.
Le faccio l’occhiolino e lei capisce al volo e mi dice:
– Grazie.
Si fionda allo sportello, mentre Davide mi chiede:
– Zia ma potevi andare tu… stai qua da un’ora. Non sei stanca?
– No, tesoro, e poi, ho un biglietto per uno spettacolo di almeno due ore – sorrido – sai Davi, mi volevo scusare con lei per non aver capito.
Anche se ora ti sembrerà difficile crederlo, sono stata una bambina stupida anche io.
Nannina si avvicina alla porta baldanzosa, ha la sua ricevuta stretta in mano. Prima di uscire si gira a ringraziarmi, fa un gesto di saluto.
Sul display leggo A181.
Autore Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è legato alle dirette televisive dedicate a opere teatrali e liriche. Come regista teatrale e autrice mette in scena ‘Le metamorfosi di Nanni’, con protagonisti Lello Arena e Giovanni Block. Per la narrativa pubblica ‘Zaro. Avventure di un visionauta’ (2003), ‘Il mercante di favole su misura’ (2007), ‘Allora sono cretina’ (2013), ‘Pazienti inGattiviti’ (2016) ‘Le metamorfosi di Nanni’ (2019). Il libro ‘Produzione televisiva’ (2014), invece, è dedicato al mondo della TV. Ha tenuto i blog ‘iltempoelafotografia’ ed ‘il niminchialista cinematografico’ dedicati alla multimedialità.













