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Vivere il presente

Vivere il presente

L’essere umano, pur rimanendo profondamente legato al presente, non può prescindere dalla consapevolezza delle esperienze vissute e delle proiezioni future.

È in questa dimensione sospesa tra memoria e attesa che si insinua quella radicata inquietudine destinata spesso a riemergere dall’animo come l’eco di un nostalgico pensiero lontano, che rievoca la sensazione di un timore nell’agire ed il conseguente rimpianto per le occasioni perdute.

Il rimorso, che scaturisce dalle azioni non compiute e da ciò che avrebbe potuto essere, si alimenta proprio della certezza che una possibilità ormai sottratta al corso degli eventi non sia, pertanto, ripetibile.

Quest’inclinazione, tra le più profonde manifestazioni della coscienza umana, diviene una prigione quando lo sguardo si volge incessantemente al passato, dimensione temporale in cui si cerca invano una possibilità di riscatto. È così che il presente finisce per apparire soltanto come un percorso da attraversare.

Eppure, tra le due dimensioni del presente e del passato, esiste un unico spazio nel quale la vita realmente accade si snoda e si realizza nelle sue sfaccettature. Tale spazio è il presente, frangente temporale in cui l’uomo può ancora scegliere, amare, pronunciare parole inespresse.

Il passato non è più nelle disponibilità umane ed il futuro non lo è ancora. Il privilegio dell’azione e della possibilità dell’essere risiede così nei fuggevoli istanti del presente.

Sant’Agostino, nelle ‘Confessioni’, riflette sulla natura sfuggente del tempo: il passato non è più, il futuro non è ancora e il presente, nell’istante stesso in cui tentiamo di trattenerlo, è già divenuto passato.

L’uomo vive così sospeso tra ciò che non può più modificare e ciò che ancora non può conoscere. È proprio in questo spazio che germoglia il rimpianto, alimentato dalle possibilità perdute e dai condizionali privi di realizzazione.

Ogni possibilità fluisce così in certezze immaginarie. La strada non percorsa appare infatti tanto più luminosa quanto meno ne si conoscono le asperità.

Leopardi, nello ‘Zibaldone’, sottolinea il valore di quel concetto per cui il passato non concede repliche: può essere compreso e perdonato ma non riscritto o ripetuto.

Troppo spesso attendiamo il momento opportuno per parlare, amare, scegliere, come se il tempo fosse inesauribile; e così il presente si trasforma in passato prima ancora che abbiamo imparato ad abitarlo. Ciò non significa, tuttavia, rinnegare la memoria.

Proust mostra come essa possa restituire significato a ciò che è trascorso: un sapore, un profumo, una sensazione possono riportare alla coscienza un frammento di vita perduta. Ricordare, dunque, significa non solo tornare indietro ma anche comprendere.

Anche il rimpianto può divenire fecondo quando si trasforma da sterile recriminazione in consapevolezza: un errore può insegnare, una parola non detta può rivelare il valore della sincerità, una perdita può rendere più preziosa la presenza di chi ancora ci è accanto.

Vivere il presente assume un autentico significato etico che non implica abbandono all’immediatezza del piacere, bensì consapevole responsabilità delle proprie scelte. Al passato appartiene la memoria, al futuro la speranza, al presente l’azione.

Il rimpianto più amaro non è forse quello per gli errori commessi, ma quello per ciò che non abbiamo avuto il coraggio di vivere: le parole taciute, le occasioni disattese, le scelte rinviate nell’attesa di un tempo più favorevole.

Il tempo perduto non concede ritorni, ma quello che ancora ci è dato non necessariamente smarrito. Ogni istante reca in sé la possibilità di scegliere, amare e agire.

Per questo occorre imparare ad ascoltarne il monito prima che nasca, riconoscendo nel presente quelle occasioni che soltanto domani sapremo definire preziose.

Fra ciò che è stato e ciò che ancora deve essere permane il fragile intervallo del presente, unico luogo nel quale la vita può ancora essere scelta e vissuta.