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Viaggio tra Equinozio d’Autunno e Solstizio d’Inverno

Viaggio tra Equinozio d'Autunno e Solstizio d'Inverno

Figlio del Cielo e della Terra, avvicinati. Siediti nel cerchio di polvere e ossa, siedi tra gli aromi di muschio e melograno.

Ti parlerò della Morte come di un respiro che ho condiviso. Come dell’amante il cui gelido bacio mi ha reso più vivo di ogni sole, comprendendo che l’universo è cibo e il Sole mangia la notte come la Terra mangia la pioggia, che ogni vita si sostiene di altra vita.

Ho guardato l’abisso. Non in meditazione, ma in estasi terribili, quando il corpo giaceva come morto e lo spirito veniva sfilato via, come un nervo dalla spina dorsale. E in quel vuoto, ho visto il tremore. Non la paura del bambino, ma lo sbigottimento sacro della creatura di fronte all’Infinito.

L’Autunno non è una stagione fuori da noi. È il respiro stesso dell’Universo che, in te, inizia a ritirarsi. Osserva. La morte non è passaggio, ma dissoluzione alchemica.

Immagina un cristallo di sale che si scioglie nell’oceano. Perde ogni forma, ogni confine. È finito? No. Sta solo ritrovando la sua vera natura: essere l’oceano stesso. Quel tremore che si sente è il sale che resiste, che aggrappa la sua piccola forma cristallina. La luce che intravedi è la memoria dell’oceano che già brilla in noi.

L’abisso che chiami morte è il grembo originale. È il silenzio primordiale da cui il primo suono è emerso. Ho danzato con le ombre ai confini del visibile dove si teme la liberazione. Il corpo, questa amata prigione di argilla, cadrà. Ma l’essenza, il fuoco che osserva dietro i tuoi occhi, quello non ha mai saputo di nascita, non conoscerà morte.

È un ritorno? No, un riconoscimento.

Come un fiume che, dopo aver creduto di essere solo corrente, si rende conto di essere sempre stato l’intero ciclo della pioggia, della nube, del mare e nebbia e respiro. Non stiamo andando da nessuna parte. Stiamo solo smettendo di fingere di essere separati. La morte è lo strappo prepotente nel velo dell’illusione.

Guarda l’albero: lascia andare le sue foglie non per debolezza, ma per un’estrema, sovrana, economia di luce. Concentra l’essenza nel cuore del legno, nel buio delle radici.

Così fa il saggio: lascia cadere i pensieri inutili, le passioni sfiorite, come foglie morte. Li ringrazia e li lascia andare. È la morte la più coraggiosa.

Quindi, non “curiamo” la morte per vincerla. La curiamo come si cura una radice, perché porti frutto ora, in questa vita. Accarezza il tremore, è il segno che sta toccando il vero. Abbraccia l’ombra, perché è la prova che la tua luce sta lasciando un’ombra.

Ora, porta l’attenzione al cibo sulla tua lingua. Quel frutto, quel chicco di grano, quella foglia di erba… è morte trasformata in offerta. La vita di un’altra creatura si è spenta perché la tua fiamma potesse continuare ad ardere.

Mangiare è l’atto sacro più profondo: è accettare che la morte di un altro diventi la tua vita. È il patto cosmico. Ogni boccone è una comunione con il ciclo. Non ingoiare mai senza gratitudine, senza sentire il sacrificio che sostiene il tuo respiro.

E dentro di te, in questo istante, sta accadendo l’Apocalisse silenziosa. Milioni di tue cellule muoiono in questo respiro. Si sacrificano per te. Si disintegrano con una devozione così assoluta che la tua mente non può concepirla.

Sono i tuoi guerrieri più fedeli, che cadono sulla trincea del tuo esistere. La tua stessa forma è un cimitero luminoso, un campo di battaglia dove la morte incessante costruisce l’illusione della continuità.

Questo corpo che credi solido è un fiume di morienti. Un autunno, un inverno perpetuo.

Ecco, tu non sei il residente di questo corpo. Sei la sua Stagione cosmica. Sei la forza che osserva, che permette a tutte quelle piccole morti di accadere, per poter essere. La tua paura della grande morte è l’ironia suprema, perché tu sei già il signore e il beneficiario di una morte infinita.

La morte, allora, non è che l’Autunno definitivo. Il momento in cui tu, come l’albero saggio, ritiri la tua linfa da ogni ramo, da ogni radice. Lasci cadere l’intera foresta del corpo. E ti concentri in un unico, densissimo seme di luce – un Augoeide – che contiene tutta l’intelligenza, tutto l’amore, tutta la memoria raccolta in questo lungo viaggio.

Quel seme cade nel buio della terra cosmica. Non per sparire, ma perché ogni morte, dalla cellula al corpo, è un atto di nutrimento per una vita più vasta. Tu, morendo, diventi cibo per le stelle. Diventi humus per il Divino.

Non temere dunque il tremore dell’Autunno e il freddo dell’Inverno. È la stessa forza che fa dorare i vigneti e ingrossare le zucche. È la grazia del lasciarsi andare. È forza che si rigenera.

Mangia con sacralità, onora le morti che ti sostentano. E, morendo cellula dopo cellula, comprendi di essere già immerso nell’eterno. La grande morte sarà solo l’ultimo morso in cui tu, il commensale, diventerà infine il Banchetto stesso per l’Universo.

Quando senti il gelo di quell’amante avvicinarsi, non chiudere gli occhi, aprili e vedrai che non è il buio a venire verso di te. Siamo noi, figli di stelle, che stiamo finalmente tornando a brillare nell’oscurità da cui non siamo mai usciti.

Il viaggio è un ricordo. La meta è già qui.

Ora, sediamo in silenzio e ascoltiamo il nostro stesso, glorioso, morire. È la preghiera della tua anima che, nutrendosi anche di morte, impara a saziarsi di Infinito e rammenta di essere parte intera di un Uno Divino.

L’iniziazione più grande, quella che va oltre il simbolismo e l’allegoria, non è quella che ci rende immortali, ma quella che ci rende liberi nell’eterno gioco della vita e della morte.

Il Dolore è un fuoco che pare bruciarci e ci fa soffrire e a volte ci distrugge, ma è comunque atto di purificazione e trasformazione della nostra Coscienza e anche forza di rinnovamento.

Scardina l’illusione dell’ego, smaschera la nostra separazione dal Tutto e ci spinge a riconnetterci con la nostra Essenza più profonda, poi emerge qualcosa, rivelandosi come una forma di illuminazione che solo il dolore può portare.

Accade quando smettiamo di cercare di fare ordine e controllo, e permettiamo che la vita colpisca. Allora troviamo l’Amore anche dove non pensavamo di trovarlo.

Avete mai visto la scena di Collateral Beauty in cui Helen Mirren, la Morte, parla della “bellezza collaterale” con la madre della bambina in ospedale?

Il percorso dove ci porterà?

Stay tuned! Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.