Vanessa Gravina: il piacere dell’onestà

Vanessa Gravina: il piacere dell’onestà

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'Il piacere dell'onesta' ph Tommaso Le Pera


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L’attrice ci racconta, in un’intervista esclusiva, l’opera di Pirandello, in scena con la regia di Liliana Cavani

Prosegue con successo la tournée de ‘Il piacere dell’onestà’, di Luigi Pirandello, per la regia di Liliana Cavani, con Geppy Gleijeses, Vanessa Gravina, Leandro Amato, Maximilian Nisi, Tatiana Winteler, Giancarlo Condè, Brunella De Feudis, che dopo l’ottimo debutto al Teatro degli Industri di Grosseto, dal 9 al 10 marzo, è andato in scena dal 13 al 21 marzo al Teatro della Pergola di Firenze, il 23 marzo Teatro Era di Pontedera (PI), dal 24 al 25 marzo al Teatro Petrarca di Arezzo, e dal 3 aprile è attualmente in scena fino al 22 aprile al Teatro Quirino di Roma per poi chiudere la tournée il 23 aprile Teatro Sociale di Stradella (PV).

Scene Leila Fteita, costumi Lina Nerli Taviani, musiche Teho Teardo, luci Luigi Ascione, assistente alla regia Marina Bianchi, produzione Gitiesse Artisti riuniti in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana, foto di scena Tommaso Le Pera.

Ne approfittiamo per chiedere alla protagonista femminile, Vanessa Gravina, di raccontarci questa particolare messa in scena della splendida opera teatrale pirandelliana. Vanessa, prodiga di particolari e squisita come pochi, risulta, come sempre, esaustiva e profonda.

La commedia ruota attorno al concetto ambiguo di onestà, formale e sostanziale, dietro cui si cela un certo perbenismo dell’epoca, nonostante il triangolo borghese descritto non sia quello classico e si ricorra ad un matrimonio di facciata pur di salvare le apparenze, che, ancora una volta, hanno la meglio sulla realtà. Che ruolo occupano i sentimenti in questo contesto?

I sentimenti sono fondamentali ma, soprattutto, risolutivi, perché Pirandello è un autore che viaggia sempre su due binari, quello intellettuale, quindi della ragione e della coscienza, e quello della carne, dunque dell’istintività, dell’emotività e della parte propulsiva della natura umana.

In questo caso, la spinta decisiva è rappresentata proprio dalla scelta finale e rivoluzionaria compiuta dai due protagonisti, Angelo Baldovino e Agata Renni.
Il sentimento sarà il motore iniziale ed iniziatico che li renderà diversi nella ribellione alla meschinità della morale borghese, alla finta etica di un perbenismo assolutamente apparente, di forma e non di sostanza, figlio anche dei nostri tempi; infatti non c’è nulla di antico nell’interpretazione di un testo del genere. A salvarci saranno, appunto, il sentimento, il cuore, null’altro.

Splendida, poi, la somiglianza tra due anime belle e differenti che oppostesi alla maschera, alla loro condizione sociale, saranno trasportate in un mondo di esistenzialismo puro.

Che significato assume, oggi, il concetto di onestà? Mera chimera per illusi o ideale a cui tendere, nonostante tutto?

Credo che sia più una scelta, una condizione umana, nel senso che mi verrebbe da dire, se proprio non possiamo essere onesti, quanto meno dobbiamo cercare di essere sinceri, che è una differenza sostanziale. Occorre che ci sia una coscienza delle condizioni primigenie del bene e del male, in questo Pirandello si rifà ai greci come necessità e come stimolo archetipico ad interpretare la realtà. La scelta finale che compie Agata con Baldovino è infatti tattica.

L’onestà di sostanza e non di forma, laddove è possibile applicarla, consente all’individuo di essere autentico, limpido, libero; è quindi un valore aggiunto che gli permette, in ogni caso, di vivere al meglio la propria umanità.

La tua Agata è un personaggio che si evolve durante la pièce, riuscendo a cambiare completamente angolo di osservazione verso Angelo Baldovino, dapprima considerato un vile che si presta ad una pantomima per mero interesse, poi rivalutato come persona rispettabile che dà prova di riscatto. Come hai gestito questi diversi atteggiamenti?

Pirandello racconta questa storia, come, ovviamente, tutte le sue opere principali, aiutando molto l’attore nell’interpretazione; il suo ragionamento è estremamente chiaro, benché profondo e complesso. Una volta capita la tematica, basta fidarsi ed affidarsi a lui completamente, perché poi, da drammaturgo misterico ed esoterico qual è, in ogni testo cela universi infiniti. Ti fa aprire una porta per condurti in una stanza piena di altre porte e così all’infinito; si tratta di continue scoperte che si autoalimentano.

Per un attore recitare un suo lavoro è veramente un godimento allo stato puro e, poi è educativo. Al di là della stupenda scrittura, c’è una punteggiatura che racconta, piena di paradossi, ironica, dolente. Una drammaturgia alta, spiazzante, misterica. Un mondo meraviglioso.

Affidarsi a lui significa, appunto, farsi condurre attraverso i percorsi della mente e dell’animo dei personaggi per riuscire a cogliere i vari passaggi che determinano i diversi atteggiamenti e tradurli naturalmente nella recitazione.

Agata entra in scena disperata per quell’atto di ribellione che vorrebbe compiere ma che la sua famiglia e la sua condizione sociale le stanno impedendo: mollare tutto e andar via con il figlio. È un’anarchica, proprio perché pura, innocente, fiera, pulita, dignitosa, nobile d’animo.

È sostanziale, quindi, la differenza tra il marchese ignavo, che in qualche modo cerca di difendere solo l’apparenza attraverso il nome, e questa anima illuminata così come l’ho portata avanti dal punto di vista dell’interpretazione, entrando io stessa nella storia, cercando di capirla fino in fondo e rivivendo quelle fasi della mia vita quando ho capito che alcune persone valevano più di altre. Da questo punto di vista è stato facile.

Il personaggio in sé, invece, non è semplice; parla poco eppure sviluppa emotivamente un quid risultando estremamente comunicativo. Entra con una temperatura molto alta, intensa, introspettiva e in una condizione di ribellione al mondo che la circonda, per trasformarsi, piano piano, in una figura consapevole e sicura nella scelta assolutamente imprevedibile che compirà di lì a poco.

Mi sono fidata dell’autore e, soprattutto, dell’ausilio di una grande regista come Liliana Cavani, che ha compreso appieno il problema dell’identità, implicito in tutte le opere di Pirandello, in questa in particolare, e della grafica delle convenzioni, dello svelamento graduale della forza del ruolo di madre che assume, diventando una sorta di Mater Matuta, uno dei primissimi esempi di Madonna con figlio, dea dell’Aurora e protettrice della nascita di uomini e cose. Questa maternità la porta ad un vigore inaspettato, ad una difesa estrema del valore umano e della potenza della nascita. Più ne parlo, più mi sembra che Pirandello si accosti al mondo ellenico.

Come ti ha diretto la regista Liliana Cavani? Quanto è fedele l’adattamento all’opera?

Liliana non è la classica regista di teatro che ti pone di fronte all’intonazione o ti ingabbia dietro un segno. Il suo è un modo molto interessante di dirigere perché significa anche specchiare la materia teatrale e portarla quasi in una dimensione realistica.
Il suo adattamento è stato fedele, anche se ha trasformato la commedia originale in tre atti in un unico di un’ora e quaranta, con tre cambi di scena visibili; se vogliamo, come ritmo e lettura, è molto cinematografica.

L’operazione su di me è stata stimolante, incentrata sull’essere umano; mi ha fatto capire, secondo il suo punto di vista, chi è Agata, perché esiste, perché si comporta in quel modo in funzione della condizione sociale e della convenzione in cui si ritrova inevitabilmente a fare i conti.

Liliana, come Pirandello, parte dall’osservazione identitaria ponendo l’individuo al centro dell’indagine sociale e ti spiega a che cosa si stia ribellando il personaggio e perché.
Questo è sempre stato un pilastro della sua cinematografia. Una volta posto il personaggio all’interno del contesto con cui si trova ad avere a che fare, Liliana ti chiede una verità assoluta. È tutta sottrazione per arrivare a comunicare anche quel meccanismo di autenticità di sentimenti che l’autore ricerca ad un certo punto: dopo tanta filosofia, tanto ragionamento, alla fine deve parlare il cuore.

Quello con Liliana è stato un incontro importante, fondamentale per il mio percorso artistico.
Chi non conosce la sua filmografia, tutti i suoi importanti lavori nel corso degli anni?
Ha soprattutto la capacità unica di vedere con occhio femminile, ma anche estremamente congruo, una materia così alta e portarla anche ad una umanità, ad un gioco di relazioni; è qualcosa di veramente molto intrigante, prima di tutto sul piano umano.

Mi parli del tuo rapporto con il cast?

Ottimo con tutti i colleghi. In più, lo devo dire, ho una predilezione per l’intera teatralità napoletana. Spesso, quando lavoro con bravi attori partenopei, come in questo caso Geppy Gleijeses e Leandro Amato, ho la sensazione che la rappresentazione sera dopo sera non sia mai uguale a se stessa, risultando assolutamente reale, come se il teatro coincidesse con la vita vera che si sta vivendo sul palco.

Non c’è mai nulla di sovrastrutturato, fittizio, preparato, predisposto, ma ogni volta si celebra ciò che accade in quello specifico istante ed è fantastico, perché ti sorprende in scena, ti consente di non annoiarti e di trovare, ogni volta, una via d’uscita nuova; diversamente, il teatro finirebbe con il perdere inevitabilmente la forma d’arte, per diventare, invece, ripetitivo e automatico.

Come procede la tournée? Mi fai un bilancio?

Quest’anno la tournée è relativamente breve, anche se tocca due sale importanti della teatralità italiana, il della Pergola di Firenze e il Quirino di Roma. Lo spettacolo sta andando veramente bene, forse anche oltre le aspettative; stiamo avendo un confronto meraviglioso con pubblico che ci accoglie con grande calore e un buon riscontro di critica.

Il fatto poi che sia una storia a lieto fine in cui l’essere umano vince sopra ogni cosa, sicuramente aiuta. In questo momento di crisi economica e di valori, una pièce capace di lanciare un messaggio di buon auspicio, di rivendicazione dell’umano, di affermazione dell’individuo e dell’identità appare quasi come terapeutica. È una commedia che ha una piacevolezza di ascolto con un finale che è commozione pura.

Speriamo, nella prossima stagione, di toccare anche la piazza di Napoli, così, dalla platea, potrai capire concretamente di cosa sto parlando.

Per maggiori dettagli su date e orari delle prossime rappresentazioni si rimanda ai siti internet del Teatro Quirino di Roma e del Teatro Sociale di Stradella (PV).

Foto Tommaso Le Pera

'Il piacere dell'onesta' ph Tommaso Le Pera

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Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.