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Uovo, l’Athanor Primordiale

Uovo, l'Athanor Primordiale
Tracciato dei megaliti di Roxburghshire in Gran Bretagna a forma di perfetto uovo

Per la serie: “i cibi esoterici”, ho cercato di studiare l’alimento utilizzando il Metodo iniziatico, approfondendone la dimensione simbolica, esplorandone i significati nascosti e tentando di avvicinarmi alla sua essenza più autentica.

La Primavera non è soltanto una della quattro stagioni, ma è l’Arcano che si manifesta ogni anno per ricordarci che dopo ogni d’introspezione invernale, dopo ogni Pasqua di crocifissione interiore, giunge il momento in cui l’Essere si prepara per risorgere e rigenerarsi.

Augurandomi dunque che la Pasqua appena trascorsa abbia deposto nei Vostri cuori il germe silenzioso di una rinascita, oggi apro le porte della mia cucina interiore – quella soglia tra visibile e invisibile dove il cibo diventa parola e la parola si fa nutrimento – per parlare di un alimento tanto umile quanto sconfinato: l’uovo.

Omne vivum ex ovo

ovvero

tutto ciò che vive deriva dall’uovo.

Il motto, che riecheggia l’antica sentenza di William Harvey, racchiude in sé un mistero ben più antico della scienza: l’idea che la vita non possa sorgere dalla spontaneità del mondo, ma da un “germe” che debba sempre essere custodito, covato, faticosamente causato e derivato da altra vita. Ciò ha fatto da base alla moderna biologia della riproduzione e della teoria della biogenesi.

L’uovo, che nel suo stesso involucro e per la sua forma racchiude il segreto della vita, della riproduzione, della continuità e quindi dell’immortalità, rappresentò nel tempo l’archetipo della cellula primaria, sorgente e contenitore dell’esistenza.

La sua figura sferoidale si presta naturalmente alla rappresentazione del mondo: è contenitore vitale, è ternario che si manifesta in guscio, albume e tuorlo, che evoca la struttura stessa della materia e dello spirito riproponendo così l’idea del matraccio alchemico, il Ciborio sacro, con le componenti planetarie: guscio – Saturno, pellicola – Mercurio, albume – Luna, tuorlo – Sole.

Ma è anche forziere del segreto dell’origine della vita dai quattro elementi primi, che in esso trovano il loro equilibrio primigenio. E infine, nella sua completezza, è un microcosmo che racchiude in sé la totalità.

Il guscio che appare è la terra (quindi nel Rebis stiamo osservando le interiora terrae), e l’albume è l’acqua.

Al guscio però è unito un sottilissimo involucro che separa la terra dall’acqua. Il rosso dell’uovo, poi, è il fuoco.

L’involucro che contiene il rosso è aria che separa l’acqua dal fuoco, ed entrambe sono un’unica e medesima cosa.

L’aria che separa le cose fredde, cioè la terra dall’acqua, è più spessa dell’aria più interna.

In effetti l’aria più interna è più rarefatta e più sottile, infatti è più vicina al fuoco dell’aria esterna. Dunque nell’uovo esistono quattro cose: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco.

Oltre a queste quattro cose poi, c’è il punto del sole, che sta in mezzo al rosso ed è il pulcino.

Pertanto tutti i filosofi in questa eccellentissima arte hanno descritto come esempio l’uovo, perché hanno formato la stessa cosa nella loro opera.
Arisleo – Turba Philosophorum

L’archetipo dell’Uovo Cosmico è così il primo alambicco, il primo laboratorio dove la natura compie il suo miracolo.

I popoli antichi consideravano la terra e il cielo come due metà di uno stesso uovo e il suo fragile guscio racchiudeva per loro l’embrione primordiale del cosmo. Non stupisce dunque che, fin dalle più remote civiltà, l’uovo sia stato venerato come icona della creazione.

Nell’antico Egitto il termine uovo veniva preso come glifo della matrice generatrice e attribuito il genere femminile, in quanto considerato l’uovo primordiale dal quale la Natura – per questo assimilata alla divinità – germoglierà e ordinerà la manifestazione attraverso la sua infinita trasformazione, cosicché era consacrato a Iside ed era simbolo della vita immortale e dell’eternità. Nei rituali egizi si racconta di Seb, il Dio della Terra e del Tempo, che posa un uovo – l’Universo – nel Khoom, principio femminile astratto, definito pure l’acqua dello spazio.

In Grecia, Orfeo cantava che dall’Uovo Cosmico, fecondato dal vento, nacque Phanes o Protogonos, la prima divinità luminosa e creatrice. Aristofane, nel suo Uccelli, riprende il mitologema:

In principio c’erano il Caos e la Notte e il buio Erebo e il Tartaro immenso; non esisteva la terra, né l’aria né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo, la Notte dalle ali di tenebra generò dapprima un uovo pieno di vento. Col trascorrere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio: sul dorso gli splendevano ali d’oro ed era simile al rapido turbine dei venti.

Ecco l’uovo come principio non solo di vita, ma di amore, di legame, di armonia.

I pitagorici, che nel numero cercavano l’essenza delle cose, consideravano l’uovo il simbolo del mondo intellettuale: la sua superficie liscia e continua richiamava l’unità, mentre la sua capacità di generare la vita lo rendeva immagine della Tetractis, la decade sacra. Aristotele a Plutarco e oltre, riportavano un antico enigma nel quale si cela il mistero della causalità circolare, dell’eterno ritorno:

È nato prima l’uovo o la gallina?

Ma l’uovo non è soltanto un simbolo cosmogonico, è nella sua essenza un Athanor, quel crogiolo alchemico nel quale la materia viene trasmutata. Se si desidera che la vita, che giace in esso allo stato latente, si manifesti, occorre la volontà di applicarvi una forza, un calore, covato da una gallina o da un’incubatrice, ma l’importante è che non vada sotto un certo grado di calore – perché allora rimarrebbe solo un uovo covato e mai schiuso – e che non vada oltre – perché si otterrebbe solo un uovo sodo, cotto nella sua stessa prigione.

Equilibrio, quindi, perché la vita è continuo bilanciamento tra luce e oscurità, tra glacialità e ardore. Ciò che serve è la capacità di covare la vita con paziente costanza e, come insegna la Physica di Ildegarda di Bingen, il calore deve essere temperato, né troppo forte né troppo debole, perché l’opera della natura è figlia della misura.

Qui, tra la soglia del mito e il gesto della mano, si cela la disciplina del fuoco. Cuocere l’uovo non è mai un atto banale. Il calore che lo avvolge, se mantenuto a sessantatré gradi per il tempo esatto di un battito paziente, ne preserva l’anima liquida, il tuorlo ancora fluido, e insieme la rassoda appena, l’albume appena velato, come la prima impronta della forma sul potenziale informe.

I maestri di un’arte dimenticata chiamavano questo grado temperies, il punto esatto dove il calore non domina né abbandona, ma accompagna la materia verso la sua prima rivelazione.

Oltre quel limite, l’uovo si fa prigione. Sotto, rimane grezzo, non ancora iniziato. Ogni cuoco che sa attendere, ogni cercatore che impara a sostare nel calore giusto, sta già covando sé stesso.

La vita è continuo bilanciamento e qui si cela una delle lezioni più profonde che questo umile alimento possa offrirci. All’interno del guscio si forma un nuovo individuo che, per manifestarsi, deve rompere proprio quello stesso involucro che lo contiene, che al contempo protegge, limita e costringe.

È un’allegoria perfetta della Conoscenza che si nasconde nel segreto e può rendersi evidente solo dopo un lungo lavoro interiore. L’uovo ci insegna l’opera necessaria per giungere alla penetrazione della Sapienza.

È il Tempio di vita, che dopo essere nata sarà sorgente di una moltitudine di vite in esseri della sua stessa specie. Vita genera vite. Maestro genera Maestri. Vita fonte di altre, in un continuo ciclo di raffinazione e rinnovamento. Questo è il vero Santuario e Tabernacolo della Natura.

Nell’uovo poi troviamo un’altra verità fondamentale: l’unione androgina degli opposti che si riuniscono per rinnovarsi. Il Rebis ermetico – la cosa doppia – sublime simbolo della coniunctio o coincidentia oppositorum, che rappresenta la perfezione e l’ascensione spirituale, ci insegna che la perfezione non è l’annullamento delle polarità, ma la loro integrazione.

Al proposito ricordo l’antica incisione dell’ermafrodito alchemico di Heinrich Nollius in Theoria Philosophiae Hermeticae pubblicato nel 1617, che tiene nelle mani il Sole e la Luna e intorno le stelle che evocano l’influenza celeste sull’opera, che sta in piedi su un drago alato adagiato su un globo alato con geometrie sacre e numeri fondamentali all’opera.

Nell’uovo, la natura femminile dell’albume e la forza fecondatrice del tuorlo solare coesistono in perfetta armonia. Guscio duro e morbidezza interna, protezione esteriore e tesoro interiore: tutto concorre a formare un microcosmo nel quale gli opposti non si neutralizzano, ma si completano.

L’uovo è l’unione ierogamica del cielo e della terra, della forma e della sostanza. In esso, come nello Zohar, gli spiriti sono composti di maschio e femmina prima di essere separati. E proprio per questo, nelle tradizioni gnostiche, l’uovo era chiamato ‘grembo della luce’, luogo in cui l’anima, prima di discendere nel mondo, contempla unita la propria duplice natura.

E allora, cosa possiamo imparare in più da questo simbolo, così semplice nella sua apparenza e così denso di verità?

Che la vita, per nascere, ha bisogno di equilibrio, di calore costante, di tempo. Il guscio è poroso, e non deve essere rotto prima di un certo tempo, perché ogni cosa ha necessità della propria durata.

È una lezione che i moderni modelli estetici, lontani dai normali mutamenti del corpo durante l’intero ciclo della vita, hanno perlopiù dimenticato. Impongono che il fallimento sia percepito come tragico, anziché un’opportunità di cambiamento e parte della necessaria ciclicità.

La tristezza della morte è considerata cosa da annullare il più velocemente possibile. La sensazione di solitudine è vista come uno dei più grossi mali da debellare.

Il tempo lineare non riconosce al sole il diritto di risorgere ancora. Di fronte alle difficoltà si cade nella disperazione, e non viene nemmeno sfiorata l’idea che, accettandola e attraversandola, non solo la si supererà, ma se ne uscirà rafforzati e arricchiti con una consapevolezza perfezionata.

L’uovo, infine, ci ricorda che il guscio non è una prigione, ma un grembo di gestazione dove il calore che lo avvolge non è una costrizione, ma una cura. E la rottura finale non è distruzione, ma rinascita.

Rompere l’uovo, non è mai un gesto meccanico, serve con un colpo secco e insieme leggero, perché il guscio – come l’involucro dell’io – non va frantumato con violenza, ma aperto nel punto giusto.

È l’arte di infrangere senza distruggere. Chi impara questo gesto, impara anche che ogni fine è un varco, e che la porta si schiude non con furore o agitazione, ma con la precisione di chi ha atteso il momento.

Per questo, dalle primissime concezioni dell’uomo, l’uovo fu considerato da tutti i popoli come il simbolo che avrebbe rappresentato nel miglior modo possibile la genesi del mondo, la realtà primordiale che contiene al suo interno la materia e la forza dalle quali originano gli esseri viventi e, per questo, fu onorato tanto per la sua forma quanto per il suo mistero interiore e la sacralità della vita che contiene.

L’uovo è simbolo del passaggio dall’Uno al molteplice o dal caos – l’increato, fino all’ordine – la Creazione o all’Uno prima dell’Essere. Dunque l’uovo primordiale contiene tutte le cose nella loro potenzialità non manifesta ed è anche nostalgia dello stato primordiale o della matrice delle cose.

È considerato una rappresentazione del potere della luce e del rinnovamento periodico della natura, soprattutto intesa come rinascita, ritorno e risurrezione. Ecco il simbolo per eccellenza della Pasqua e, intagliato, di cioccolato o di zucchero, di terracotta o di cartapesta, è parte integrante della ricorrenza.

Venerato anche per la sua forma sferoidale che fu individuata quale rappresentazione primitiva di tutte le cose, dall’atomo al globo, dall’uomo visto nel suo involucro aurico, agli Angeli Serafini c.d. Globi alati.

E il Lunedì di Pasquetta, c.d. dell’Angelo, è ripartenza: è comunicazione della riuscita dell’Opera, del compimento e chiusura del cerchio: il Sangue è versato, ma raccolto e conservato, l’Uovo è fecondo e si romperà per una nuova generazione in modo che l’Interiorità dell’Iniziato possa divenire di nuovo dimora viva dell’Amor divino.

Ma la saggezza dell’uovo non si esaurisce nel ciclo cosmico, scende nel quotidiano, nella cucina, nel gesto dirompente di infrangere il guscio.

L’antico gastronomo romano Apicio, nel suo De re coquinaria, dedica all’uovo un intero capitolo, considerandolo base stessa dell’arte del cucinare:

Ova quae ad palatum

ovvero

le uova che soddisfano il palato

e le trasforma in salse, in legature e in quelle patinae che sono l’anima della tavola imperiale.

Dissero le uova:

A noi uova in cucina piace essere intuite, indovinate e a volte persino inventate…  E ci fa impazzire scoprire che il cuoco – quando ci toglie il guscio o ci frusta nella maionese – vede in noi cose che nemmeno noi sappiamo.
Fabrizio Caramagna

E quanti modi ci sono quando l’arte del cuoco sa mescolare gli elementi?

Alla coque, sodo, in camicia, strapazzato, fritto, marinato. Ogni cottura è una metafora: un diverso grado di calore, un diverso tempo di attesa, un diverso modo di custodire il segreto fino al momento giusto.

E la tradizione culinaria francese ne ha addirittura codificato “cento modi di cuocere l’uovo”, una cifra simbolica che allude non tanto a un numero preciso, quanto alla completezza di un’arte che, come la sapienza, non finirà mai di mostrare le sue infinite variazioni.

Così l’uovo attraversa le civiltà, sempre uguale e sempre diverso, come un archetipo che si veste di costumi locali, ma non perde mai il suo messaggio essenziale. Tutto è comunque legato al disegno di una grande architettura universale, nella quale ogni uomo che compie il viaggio in vita ne diventa comunque parte.

L’Uovo Cosmico contiene in sé il Tutto in potenza dunque. Il tuorlo è il sole interiore, l’albume è l’oceano primordiale, il guscio è la volta celeste che si rompe per lasciar uscire la vita. La sua forma perfetta ci ricorda che la nostra anima è un microcosmo, un universo intero racchiuso in un involucro di carne.

I templi sacri dovrebbero avere la forma di uovo.

Lo tengo nel palmo e la sua sagoma è piena, intera, senza spigoli. Una superficie che torna sempre su sé stessa, liscia come un pensiero che non trova ostacoli. Un vaso sigillato, un mondo in miniatura, dal confine perfetto ma così sottile da potersi crepare al minimo sbaglio.

Dentro possiede una potenza assoluta, eppure è del tutto impotente se nessun corpo vivo lo scalda dal di fuori, se nessun respiro ne accompagna l’attesa. L’uovo custodisce il segreto di ciò che è stato all’inizio e conserva già il germe di tutto ciò che sarà. Se lo stringessi troppo, lo svuoterei di sé stesso prima ancora di romperlo.

E in questo periodo, mentre la natura si risveglia e la primavera compie il suo eterno miracolo, anche noi siamo invitati a trasformarci.

L’uovo che mangiamo in questi giorni ci insegna che non c’è nascita senza rottura, non c’è luce senza un tempo di gestazione oscura, basta guardare con occhi nuovi questo scrigno enigmatico, tra le sue membrane sottili come veli.

Lì dentro rimane scritta la legge più antica del cosmo: che ogni fine è un principio e ogni guscio rotto è una porta che si apre.

E noi impareremo a covare la nostra vita con la pazienza dell’Athanor? Potremo infine spaccare il guscio che ci imprigiona e, come il pulcino, scoprire che l’aria, la luce, il mondo intero ci attendono da sempre, appena al di là di una sottile parete che abbiamo creduto invalicabile?

Oppure in quali dei 100 modi ci cuoceremo?

Il percorso dove ci porterà?

Stay tuned! Restate sintonizzati e, direi, sincronizzati.

P.S. All’amico fraterno Michele che, accompagnato da una mia frase: “La creazione intera in un uovo“, raccolse per me alcune uova delle sue galline, va la mia gratitudine più profonda.

Sapeva di avermi regalato cibo, ma probabilmente anche il simbolo stesso dell’Opera. In quel gesto silenzioso, ho riconosciuto la mano che non chiede riconoscenza, ma partecipa all’invisibile catena fraterna della benevolenza fatta di parole, abbracci e talvolta di doni, pieni di significato.

Che il significato covato in quelle uova, nutrendo il corpo, fecondi anche l’anima di chi le ha offerte, e che il cerchio continui – da vita a vita, da fuoco a fuoco, da Iniziato a Iniziato – finché ogni guscio, al tempo giusto, si schiuda.

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.