Home Rubriche Menorah Uommene, uommenicchie e quaquaraquà: tassonomia di un’estate massonica

Uommene, uommenicchie e quaquaraquà: tassonomia di un’estate massonica

estate massonica

C’è una domanda che mi arriva con la puntualità di un temporale d’agosto e, come i temporali d’agosto, arriva sempre dopo che il caldo ha già rammollito le teste.

Più o meno suona così:

Ma quello che scrivi tu, è davvero Massoneria?

Segue la variante elegante,

Hai una visione un po’ romantica, non trovi?

E quella meno elegante, che mi risparmio di riportare perché certe battute, per quanto infelici, non meritano l’onore della citazione.

Rispondo con calma, perché la calma è l’unica cosa che in loggia non mi hanno mai dovuto insegnare due volte.

Scrivo di quello che ho vissuto. Scrivo di quello che vivo.

Ogni tanto scrivo anche di quello che vorrei vivere, perché tendere verso un ideale non ancora raggiunto è, se non erro, una delle poche cose su cui il rituale non lascia margini di ambiguità.

Non ho mai avuto tempo per i pettegolezzi di loggia, per le guerre di cortile su chi siede dove, per le cariche che si rincorrono come processioni di paese.

Mi hanno interessato gli uomini liberi e di buoni costumi, quelli che nella storia della Massoneria hanno lasciato opere, pensieri, tracce leggibili.

È a loro che dedico il mio tempo, ancora oggi, con la stessa curiosità con cui trent’anni fa ho varcato una porta per la prima volta.

E qui, prima di continuare a difendermi come farei volentieri per altre dieci pagine, mi fermo.

Perché c’è un’obiezione, tra le tante che mi arrivano, che non liquido con una battuta, perché è l’unica che regge davvero: se scrivo sempre e solo dei personaggi che mi somigliano, del bello, della sensibilità che mi appartiene, allora forse non sto facendo testimonianza. Sto facendo agiografia selettiva.

La Massoneria vera include anche l’ombra, il conflitto, l’errore, la fatica di stare seduta accanto a chi non mi somiglia per niente e con cui, quella sera, avrei preferito non essere seduta affatto.

Se questa parte la tolgo sempre dai miei articoli, chi mi critica un fondo di ragione ce l’ha, e ce l’ha eccome.

Non lo dico per farmi bella con l’autocritica, anche se, mentre lo scrivo, mi rendo conto che pure questa frase può suonare come un trucco per farmi bella.

Vabbè…

Ci ho pensato davvero, quest’estate, con la testa mezza rammollita anche lei come quella di chi mi contesta, e sono arrivata a una conclusione che non mi piace del tutto, ma tengo comunque: la differenza tra un dissenso serio e un colpo basso non sta nel contenuto della critica.

Quella sull’ombra, sul conflitto lasciato fuori, è fondata. Sta in come arriva.

Un fratello che mi dice

hai raccontato solo la luce

mi fa un favore, anche se in quel momento non mi va di ringraziarlo.

Un altro che mi liquida con una battuta a mezza bocca, senza mai dire cosa intenda per Massoneria “vera”, non mi sta criticando. Mi sta solo facendo sentire il fastidio della mia esistenza diversa dalla sua.

Ed è qui che torna utile un proverbio che a Napoli usiamo per tutto, dai politici ai portieri di condominio, e che, stavolta, applico non ai critici in generale, sarebbe troppo comodo, ma a quella sottospecie precisa che confonde l’insinuazione con l’argomento:

N’ce stanno uommene, uommenicchie, uommenone e quaquaraquà.

Ci sono uomini, ci sono ometti, ci sono uomiconi, e ci sono quelli che fanno solo rumore.

Non è una battuta d’autore, è saggezza popolare spicciola, di quella che si tramanda senza bisogno di firma e, forse proprio per questo, senza il prestigio di un nome dietro, resta ancora più vera: perché in un tempio più che altrove la differenza tra chi costruisce e chi grida si vede a distanza, anche quando indossano lo stesso grembiule.

Il quaquaraquà non ha mai tirato su un muro. Ha solo commentato, dopo, quelli costruiti da altri, mai durante, perché durante bisogna esserci, con le mani sporche di calce, e il rumore da solo non regge un carico.

Con i se e con i ma la Massoneria non sarebbe sopravvissuta a duecentocinquant’anni di scismi e ricostruzioni. È sopravvissuta perché qualcuno, di fronte al dubbio insinuato senza argomento, ha scelto comunque di continuare a lavorare la pietra.

Ma, e questo è il punto che voglio tenere fermo, non scivolarci sopra, è sopravvissuta anche perché qualcun altro, di fronte a un dubbio argomentato, ha avuto l’onestà di fermarsi e cambiare qualcosa nel proprio modo di lavorare.

Non sono la stessa cosa, il dubbio insinuato e quello argomentato, e confonderli per comodità, per non dover ammettere che uno dei due, ogni tanto, tocca un nervo vero, sarebbe il modo più veloce per trasformare anche me in una quaquaraquà con la penna in mano.

Ne sutor ultra crepidam.

Il calzolaio non vada oltre le scarpe.

Lo diceva Plinio il Vecchio, raccontando di un pittore greco che accettava le critiche di un calzolaio sul sandalo dipinto, ma non quelle sullo stesso sandalo estese a giudizio di tutta la gamba.

Ecco, io provo ad applicarlo anche a me stessa, prima che agli altri.

Sul fatto che la mia scrittura sia sincera, che nasca da un percorso reale e non da un desiderio di apparire, non accetto giudizi da chi non mi conosce.

Ma sul fatto che quella scrittura, per essere davvero completa, debba includere anche ciò che non mi mette a mio agio raccontare; su questo, il calzolaio ha diritto di parola e io ho il dovere di ascoltarlo.

Kremmerz, in ‘Introduzione alla scienza ermetica’, scriveva che il vero discepolo deve proporsi i problemi e risolverli da sé, perché l’Ermetismo non si insegna come una qualunque disciplina, con un trattato.

Ci penso adesso, scrivendo un articolo che doveva essere una difesa e che, a metà, si è messo per conto suo a somigliare a un esame di coscienza, con la battuta pronta lì accanto, per non prendermi troppo sul serio, come faccio sempre.

Non prometto di correggermi da domani mattina. Prometto di tenerci d’occhio io stessa, la prossima volta che scrivo un pezzo troppo levigato, di quelli che si condividono facile perché nessuno si sente chiamato in causa.

Resta ferma una cosa sola, ed è forse l’unica su cui non intendo cedere terreno: il diritto di essere un libero pensatore.

Che è, insieme, il mio difetto più grande – un libero pensatore non piace mai a tutti, e infatti io non piaccio quasi mai a nessuno – e il mio pregio più grande, perché nessuno, in una loggia degna di questo nome, dovrebbe voler bene solo a chi la pensa come lui.

A volte basterebbe chiudere un po’ di più la bocca e aprire un po’ di più la mente.
E qualche libro, già che ci siamo, non per zittire chi scrive, ma per dare peso a chi critica, prima di aprire bocca.

Non ce l’ho con nessuno in particolare: ogni riferimento è, come si dice, puramente causale, frutto di una delle tante osservazioni fatte in questa lunga e torbida estate.

Resta, però, una domanda che giro volentieri a chi legge, ed è quella che mi sono fatta io per prima scrivendo queste righe.

Quando qualcuno racconta la propria Massoneria in un modo che non vi somiglia, cosa vi disturba davvero di più, che sia diversa dalla vostra, o che in qualche punto scomodo sia anche vera per voi?