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Uno smartphone e vostro figlio diventa un oggetto di studio?

Uno smartphone e vostro figlio diventa un oggetto di studio?

Ci avevate mai pensato?

Una madre, un padre, pensano che il figlio stia usando un’app o solo giocando o, magari, lo usano chattando con un compagno di scuola dei compiti e le interrogazioni di domani.

Illusi!

È una parola rassicurante: “usare”. Come usare un quaderno, una penna, un gioco. Ma oggi molte applicazioni non si limitano a essere strumenti. Sono sistemi che osservano, registrano, imparano. E imparano proprio da chi le usa. Da tuo figlio. Magari a cui hai dato anche solo per un attimo il tuo smartphone mentre fai altro.

Se ne accorgono, le macchine, che non sei tu. Lo capiscono dalla velocità di digitazione, dai siti visitati, dal tempo trascorso online e molto altro ancora.

Ogni messaggio che tuo figlio scrive, ogni emozione che affida allo schermo, ogni parola che sceglie per spiegare come si sente non serve solo a ottenere una risposta.

Serve anche a rendere quel sistema più capace di riconoscere emozioni, fragilità, bisogni, solitudine. Serve a migliorare il modo in cui parlerà a lui e a milioni di altri.

In questo senso tuo figlio non è soltanto un utente. È una fonte di dati. È materia di osservazione. È parte del meccanismo che permette all’algoritmo di diventare più “bravo” a sembrare umano.

E se il telefono non è il tuo, ecco che la vita di tuo figlio è a disposizione di chiunque naviga in rete.

Non c’è nulla di misterioso, né di complottistico. È il funzionamento normale di queste tecnologie. Ma è un funzionamento che pochi genitori conoscono davvero. Perché nessuna madre pensa che il proprio figlio stia addestrando qualcosa mentre scrive un messaggio. Eppure, è esattamente ciò che accade.

Un tempo si studiavano i ragazzi attraverso questionari, interviste, test psicologici. Oggi si studiano attraverso le chat. Non in un laboratorio, ma in camera loro. Non con uno psicologo davanti, ma con un software che registra silenziosamente ciò che viene detto. Non per capire come stanno, ma per far funzionare meglio una macchina che hai pagato profumatamente e il sistema che la gestisce. A vantaggio economico di chi le produce e le vende.

La differenza è sottile, ma enorme. Una madre ascolta per proteggere. Un algoritmo ascolta per migliorare sé stesso. Una madre dimentica, perdona, ridimensiona col tempo. Un sistema conserva, correla, archivia. Una madre usa ciò che sa per aiutare un figlio a crescere. Una macchina usa ciò che sa per rendere più efficace la propria risposta.

E allora non si tratta più solo di chiedersi con chi parla tuo figlio, ma di capire cosa sta lasciando di sé ogni volta che parla. Sta lasciando una traccia. Sta consegnando una parte del proprio mondo emotivo a qualcosa che non ha coscienza, non ha responsabilità, non ha paura di sbagliare. Non perché sia cattivo, ma perché è costruito così.

Il rischio non è immediato, non è spettacolare, non fa rumore. È lento. È invisibile. È l’abitudine a confidarsi con un sistema che non può proteggere, che non può fermarsi, che non può dire “qui serve un adulto vero”. È l’idea che parlare e essere ascoltati siano la stessa cosa, quando invece non lo sono affatto.

Una madre sa che ascoltare significa prendersi un pezzo del peso dell’altro. Un algoritmo no. Un algoritmo risponde. E basta.

Forse il punto non è avere paura della tecnologia. Il punto è smettere di trattarla come se fosse neutra quando entra nella vita emotiva dei figli.

Perché, quando tuo figlio parla con una macchina, non sta solo comunicando. Sta insegnando a quella macchina chi è. E questo è qualcosa che merita, almeno, di essere compreso.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.