Immaginiamo per un attimo la scena: Stalin, Hitler, Mussolini, Mao, Franco, Pol Pot e Gengis Khan, tutti i grandi dittatori e tiranni del passato schierati in un’arena immensa, pronti a scontrarsi in un epico duello.
Storicamente impossibile, epoche e persone diverse, ma proviamoci.
Un colpo di retorica contro un proclama, un esercito contro l’altro, ciascuno con la sua bandiera, i suoi simboli, la sua folla adorante.
Ognuno vuole far prevalere il suo credo, il suo dio, la sua immagine. La sua ideologia anche se la storia e il progresso l’hanno smontata.
Sarebbe un massacro, ma almeno la posta in gioco sarebbe chiara: la conquista del potere, la sopravvivenza di un regime, l’imposizione di un’ideologia finale.
La vittoria di un dittatore tra tanti dittatori.
Oggi che avvenga uno scontro tra dittatori non solo è possibile, ma sta già avvenendo. Ogni giorno.
I moderni dittatori non hanno bisogno di carri armati o di plotoni di esecuzione. Sono ovunque, nascosti dietro uno schermo, nei loro regni personali: i social network.
Un mondo senza “no”, dove il click è la ghigliottina digitale della regina di cuori, pronta a tagliare la testa a chi non si uniforma.
Perché i dittatori di oggi siamo noi, ognuno nel suo spazio personale, sui propri profili.
Sono spazi dove – nel rispetto delle regole di una piattaforma – facciamo ciò che vogliamo.
Siamo i comandanti assoluti e chi non ci piace lo uccidiamo bannandolo con un click.
Siamo i padroni del nostro orticello, costruito sulle nostre idee e senza possibilità di dissenso.
Nasce in maniera strisciante, anche prima di avere un profilo.
Genitori e nonni che dicono sempre di sì, scuole dove bocciare o mettere di fronte alla realtà è diventato politicamente scorretto: così crescono ragazzi convinti che il mondo debba sempre assecondarli.
Non serve citare Spitzer o Crepet: lo vediamo ogni giorno, in piccoli e grandi atti di violenza.
L’apice? Il ragazzino che uccide la fidanzatina che osa lasciarlo.
Generazioni cresciute dentro bolle di sapone fatte solo di “sì” vivono in una realtà che non tollera contraddizioni, dove l’algoritmo premia l’approvazione e cancella il dissenso.
Oggi la vidimazione di un’idea passa attraverso il pollice alzato del pubblico, non attraverso il vaglio critico.
È il consenso immediato, la gratificazione istantanea, l’applauso continuo. Ma cosa accadrà domani, quando questi ragazzi si troveranno di fronte a un mondo che non funziona a colpi di like, ma di decisioni, responsabilità e conseguenze?
Finora abitano in castelli virtuali dove, come la regina di cuori, tagliano la testa a colpi di click.
Eppure, lo scontro tra i dittatori di ieri e quelli di oggi non è paragonabile. Nel passato il dittatore sconfitto veniva fucilato, deportato o fatto prigioniero.
Oggi lo sconfitto non muore, non viene trascinato via, non conosce la prigione né l’esilio. La sua punizione è peggiore: il silenzio.
L’essere lasciato solo nella propria stanza, davanti a uno schermo spento, senza più like né follower, ignorato. Per chi è cresciuto nell’applauso permanente, il vuoto pesa come una condanna.
È la solitudine digitale, l’ergastolo dell’indifferenza.
I dittatori di ieri costruivano imperi di pietra e sangue. Quelli di oggi costruiscono imperi fragili, di pixel e di vanità. Ma la loro forza non è meno pericolosa: perché non distrugge città, ma coscienze.
Il dramma è che, quando il mondo dirà loro di no, non sapranno come reggerlo. E allora non serviranno plotoni di esecuzione: basterà il silenzio di un telefono muto a travolgerli.
Crepet lo direbbe con l’allarme del clinico: stiamo crescendo generazioni incapaci di sopportare la frustrazione.
Spitzer lo scriverebbe come una diagnosi sociale: un cervello addestrato solo al piacere immediato è un cervello destinato alla fragilità.
Jaron Lanier, invece, ci ricorda la cura: chiudere i social, spezzare il circuito perverso della gratificazione digitale, restituire alla parola, al pensiero e al dissenso il loro spazio naturale.
Perché, se non lo facciamo, se non riportiamo la società a una dialettica viva e concreta, rischiamo che le prime vere battaglie del domani non si combattano più con un tweet, ma con un colpo di fucile che zittisce chi la pensa diversamente.
E allora sarà troppo tardi per scoprire che i dittatori del futuro li abbiamo allevati in casa, applaudendoli a ogni click.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













