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Una volta, un mondo

volta

Il reale si dimostra, non lo si mostra.
Gaston Bachelard

In un mondo che non dorme mai, dove ogni secondo nascono migliaia di immagini, video, testi e voci sintetiche, la realtà è diventata una merce fragile, un cristallo che si incrina non con un colpo secco ma con un’infinità di microfratture quotidiane.

Non c’è più un confine netto tra ciò che è accaduto e ciò che qualcuno ha voluto far sembrare accaduto. La verità non è più un dato di fatto, ma un mattone solido su cui poggiare il piede: è un’ombra che si muove a seconda di chi tiene la torcia.

E noi, tutti noi, ci troviamo a camminare su un pavimento che ondeggia, cercando di capire se il prossimo passo ci terrà in piedi o ci farà sprofondare nel vuoto.

Ricordo ancora il momento preciso in cui ho capito che qualcosa si era rotto per sempre. Era il 2023, un video di Zelensky che ballava in calzamaglia rosa su un tavolo faceva il giro del mondo.

Milioni di persone lo condividevano ridendo, commentando

finalmente si vede il vero volto del pagliaccio.

Io stesso ci sono cascato per qualche secondo, finché non ho notato che il ritmo della musica non coincideva con i movimenti delle labbra. Era un deepfake vecchio di anni, rimontato, ricontestualizzato, rilanciato in un momento in cui serviva per ridicolizzare un uomo che stava chiedendo aiuto mentre la sua città veniva bombardata.

Quel video non era solo falso: era un’arma. E funzionava perfettamente perché non aveva bisogno di essere perfetto, aveva solo bisogno di essere condiviso prima che qualcuno avesse il tempo di controllare. Da allora è andato tutto in discesa o, forse, in caduta libera.

Oggi possiamo vedere Tom Cruise che fa cose che Tom Cruise non farebbe mai, sentire Barack Obama che insulta Donald Trump con parole che Obama non ha mai pronunciato, guardare Papa Francesco in piumino bianco Moncler mentre benedice una folla di influencer.

E ogni volta c’è qualcuno che ci crede. Non perché sia stupido. Ma perché vuole crederci. Perché la realtà vera, quella fatta di sfumature, di dati contraddittori, di compromessi dolorosi, è diventata troppo pesante da portare in giro.

È più leggero, più consolatorio, credere che esista un grande burattinaio malvagio piuttosto che accettare che il mondo è caotico, che le persone sbagliano, che i governi sono fatti di esseri umani fallibili e che a volte le cose brutte accadono senza che ci sia nessuno a premere il pulsante rosso in una stanza segreta.

Le teorie del complotto non sono mai state così seducenti come adesso. Non perché siamo diventati più creduloni, ma perché il terreno sotto i nostri piedi è stato eroso con precisione chirurgica.

Quando ogni istituzione tradizionale – giornali, università, agenzie governative – è stata screditata mille volte, a volte giustamente, spesso no, quando ogni immagine può essere manipolata, ogni audio falsificato, ogni documento “trovato” in un computer portatile lasciato in un’officina, allora l’unica cosa che resta è la sensazione viscerale.

Se mi fa arrabbiare, allora è vero. Se conferma ciò che già pensavo, allora è vero. Se mi dà qualcuno da odiare in modo pulito, netto, senza ambiguità, allora è assolutamente vero.

E l’intelligenza artificiale ha portato questo meccanismo a un livello diabolicamente raffinato. Non si limita più a creare falsi: crea mondi interi. Può generare in pochi secondi un articolo del New York Times che non è mai stato pubblicato, con il logo giusto, il font giusto, lo stile giusto, persino le virgole messe nello stesso posto in cui le mette il redattore capo.

Può creare una conversazione WhatsApp tra due politici che si insultano in dialetto napoletano perfetto, anche se nessuno dei due è napoletano. Può creare foto di eventi che non sono mai successi: una folla oceanica a una manifestazione che in realtà aveva trecento persone, un’esplosione in una città che è rimasta intatta, un bambino che piange in un modo che ti spezza il cuore e ti fa cliccare “condividi” prima ancora di respirare.

Il risultato è che stiamo perdendo il comune patrimonio di realtà. Non è più possibile dire “l’ho visto con i miei occhi” perché anche gli occhi mentono. Non è più possibile dire “c’era scritto sul giornale” perché il giornale può essere stato generato da un bot alle tre di notte.

Non è più possibile dire “l’ha detto la televisione’ perché la televisione può mostrare Morgan Freeman che spiega perché la Terra è piatta con la sua voce calda e rassicurante che ti fa venire voglia di credergli anche se sai perfettamente che Morgan Freeman non ha mai detto una cosa del genere in vita sua.

E la cosa più spaventosa è che questo processo non è nemmeno guidato da un grande complotto globale. Non c’è una stanza piena di cattivi che ridono mentre premono il pulsante “distruggi la realtà”.

Ci sono solo milioni di persone, aziende, governi, troll, attivisti, influencer, che ognuno per i propri motivi – profitto, potere, vendetta, noia, ideologia – contribuiscono a sporcare l’acqua del comune.

È un inquinamento cognitivo di massa, e noi ci viviamo dentro come pesci in un acquario sempre più torbido, convinti che quella sia sempre stata la limpidezza dell’acqua. A volte penso che stiamo vivendo una versione accelerata di ciò che Platone descriveva nella caverna.

Solo che ora le ombre non sono proiettate da un fuoco dietro di noi: sono generate in tempo reale da server in Irlanda o in Virginia, ottimizzate da algoritmi che sanno esattamente quale ombra ci farà più paura o più rabbia.

E il peggio è che molti di noi non vogliono più uscire dalla caverna. Perché fuori fa freddo, è complicato, richiede fatica mentale, ammissioni di errore, cambiamenti di idea. Molto più comodo restare seduti a guardare lo spettacolo di ombre, applaudendo quando appare il cattivo che odiamo e fischiando l’eroe che non ci piace.

Ma c’è una cosa che l’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, non è ancora riuscita a falsificare perfettamente: il tempo. Il tempo lascia tracce.

Una notizia vera ha una storia, un prima e un dopo, fonti multiple che si confermano a vicenda nel corso delle ore e dei giorni.

Una notizia falsa, anche la più raffinata, prima o poi mostra la cucitura. Un video deepfake può essere perfetto per dieci secondi, ma se lo guardi per un minuto intero qualcosa stona: il modo in cui la luce colpisce la pelle, il movimento delle spalle quando la persona respira, la microespressione che dura un centesimo di secondo di troppo.

Un articolo generato dall’IA può sembrare perfetto, ma se vai a cercare le fonti citate spesso trovi che non esistono, o che dicono esattamente il contrario di ciò che l’articolo sostiene.

Il senso della realtà, alla fine, è una questione di pazienza. Di lentezza in un mondo che ci spinge continuamente a reagire in tre secondi.

È una questione di noiosa verifica in un’epoca che premia l’indignazione istantanea.

È una questione di dubitare di ciò che ci dà piacere immediato, di sospettare di ciò che conferma esattamente ciò che già pensavamo già.

È una questione di accettare che la verità quasi mai è soddisfacente, quasi mai è pulita, quasi mai ci dà un cattivo perfetto da odiare o un eroe perfetto da amare.

Forse la resistenza più potente che possiamo opporre a questo dissolvimento della realtà è proprio questa: rifiutarsi di partecipare alla fretta. Rallentare.

Chiedere sempre: chi guadagna da questa storia?

Qual è la fonte primaria?

Esistono foto scattate da angolazioni diverse?

Ci sono video più lunghi?

Ci sono testimoni che non si conoscono tra loro e dicono la stessa cosa?

Sembra banale, quasi patetico, in un mondo di tecnologie sofisticate. Ma è esattamente questo il punto: la sofisticazione serve a sopraffare, la semplicità serve a resistere. E poi c’è un’altra cosa, forse la più importante di tutte: la realtà ha un odore. Non è solo fatti e prove e verifiche. È anche la sensazione fisica che qualcosa è vero perché si incastra con tutto il resto che sappiamo del mondo. Quando una storia è troppo perfetta, troppo rotonda, troppo soddisfacente nel premere tutti i nostri pulsanti emotivi, allora probabilmente è falsa. La realtà vera è sempre un po’ stonata, sempre un po’ deludente, sempre un po’ più complicata di come vorremmo che fosse.

Viviamo in un’epoca in cui la menzogna è diventata industriale, la falsificazione è alla portata di chiunque abbia uno smartphone, e la verità è diventata un’arte raffinata. Ma proprio per questo, proprio perché il falso è diventato così perfetto, il vero sta acquisendo un nuovo valore. È diventato raro, prezioso, quasi sacro.

E, forse, paradossalmente, stiamo imparando di nuovo a riconoscerlo non perché è urlato più forte, ma perché è condiviso di più, ma perché è l’unica cosa che, alla fine, regge il peso del tempo e dello sguardo attento.

Non torneremo mai più a un mondo in cui credevamo a tutto ciò che vedevamo in televisione. Ma forse possiamo arrivare a un mondo in cui non crediamo più a niente di ciò che vediamo sullo schermo senza averlo prima passato al vaglio della nostra attenzione più feroce.

E forse, solo forse, questa diffidenza generale, questa iper-vigilanza collettiva, potrebbe essere il prezzo da pagare per conservare ciò che resta del nostro comune senso della realtà.

Perché alla fine la realtà non è là fuori, oggettiva e immutabile. È un patto. Un accordo silenzioso tra tutti noi di accettare certe cose come vere perché abbiamo deciso insieme di crederci, perché le abbiamo verificate, perché tengono in piedi il mondo che vogliamo abitare.

E in un’epoca in cui questo patto viene attaccato da ogni lato, l’unico modo per difenderlo è rinnovarlo ogni giorno, con fatica, con dubbio, con la noiosa e ostinata ricerca di ciò che è semplicemente vero, anche quando non ci piace, anche quando ci costringe a cambiare idea, anche quando ci rende più soli.

La realtà è sopravvissuta a molto peggio dell’intelligenza artificiale. Sopravvivrà anche a questa. Ma solo se noi decideremo, ogni singolo giorno, di essere i suoi custodi gelosi e implacabili.

Nell’esistenza quotidiana è impossibile dire se questo mondo sia reale o irreale; ciò che possiamo fare, ciò che effettivamente facciamo, è passare senza tregua dall’una all’altra tesi, ben contenti di poter scansare una scelta che non risolverebbe, nell’immediato, alcuna nostra difficoltà.
Emil M. Cioran

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.