Home Rubriche Homo Googlis Un popolo di Faust: anime svendute per un like

Un popolo di Faust: anime svendute per un like

anime svendute per un like

C’è un gesto silenzioso che racconta più di mille analisi sociologiche: pubblichi una foto o un post, passano cento minuti e non arriva neppure un like. A quel punto non rifletti, non aspetti, non ti chiedi nulla.

Cancelli.

Come se quel contenuto fosse una macchia, come se il silenzio degli altri fosse un giudizio, come se la tua esistenza avesse bisogno di una conferma immediata per sentirsi legittima.

Non lo fai per vergogna: lo fai per difenderti. Perché nell’era dei social l’assenza di attenzione sembra una condanna. È lì che inizia il patto. Quello che hai sottoscritto con i social vendendo te stesso.

Goethe non poteva immaginare TikTok o Instagram, ma aveva già compreso l’essenza di questo meccanismo.

Nel suo Faust, l’uomo inquieto firma un accordo con Mefistofele per colmare un vuoto che neppure la conoscenza, il piacere o il potere riescono a riempire.

Non è un patto malvagio: è una resa alla tentazione più pericolosa, quella che promette di farlo sentire vivo. Oggi non serve un diavolo elegante e persuasivo: basta un algoritmo che suggerisce che valiamo qualcosa solo quando qualcuno ci guarda.

Il patto moderno non è spettacolare come quello di Goethe: è quotidiano. Non vendiamo l’anima a un demone, ma a una piattaforma. Non per un sogno di grandezza, ma per un attimo di visibilità. E gli esempi reali non mancano.

Il creator americano che filmò un cadavere in una foresta giapponese per ottenere views. L’influencer che inscenò la propria morte per crescere di seguito e poi riapparve in diretta per monetizzare lo shock. La streamer che trasformò il pianto per il proprio gatto in una performance per far salire le donazioni.

Non sono casi isolati: sono le nuove versioni di Faust che scambiano identità, dignità e decenza per una manciata di secondi di attenzione.

Il punto è che il prezzo dell’anima oggi è ridicolo. Non si baratta per un ideale o per un desiderio smisurato: si cede per un numero che sale, un cuore rosso, un commento che ci fa sentire meno soli.

Si rinuncia alla privacy, alla misura, alla verità ogni volta che si accetta di essere valutati in tempo reale da persone che non ci conoscono.

E l’illusione diventa regola: più mostriamo, più siamo convinti di esistere. Più siamo visti, più crediamo di valere. È una contabilità emotiva dove ogni notifica è un piccolo applauso e ogni silenzio una punizione.

Non basta più vivere: bisogna essere credibili agli occhi degli altri. Il viaggio non è più un’esperienza, ma un contenuto. L’amore non è più intimità, ma una foto curata. Il dolore non è più un fatto privato, ma un’occasione narrativa.

L’identità diventa un profilo che aggiorniamo per compiacere un pubblico invisibile. E se dopo cento minuti nessuno reagisce, cancelliamo: non la foto, ma la possibilità di apparire fallibili.

Faust almeno aveva una coscienza tragica. Sapeva di rischiare la distruzione. Noi no.

La nostra resa è più banale, più indolore, più continua: non ci vendiamo una volta per tutte, ma a piccoli acconti. Un like oggi, una story domani, un video più audace dopodomani.

È una cessione progressiva. A forza di concedere centimetri, perdiamo metri. Finché un giorno ci accorgiamo che non siamo più noi a parlare, ma la nostra versione pensata per essere approvata.

Alla fine del dramma, Faust comprende la trappola.

L’uomo moderno difficilmente ci arriva. Perché il nuovo Mefistofele non si presenta come un seduttore: è un algoritmo impersonale, impaziente e muto che ci premia quando cediamo e ci ignora quando siamo autentici. La verità è che non abbiamo bisogno di vendere l’anima: ce la facciamo scivolare dalle mani un post alla volta.

E il silenzio dopo cento minuti è l’unico momento in cui potremmo recuperarla. Ma di solito, invece di guardarci dentro, cancelliamo. E ricominciamo a contrattare.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.