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Un paese sempre più diviso

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Paese diviso


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Il digitale come nuova arena di vecchie divisioni

Il popolo italiano si è sempre caratterizzato per campanilismi, per la divisione in fazioni. In fondo, se geograficamente la penisola è da sempre un’entità, culturalmente sembrerebbe non esserlo mai stata.

Non si tratta di una semplice questione nord – sud, anche quella pressante, da porre.

Uno dei grossi problemi che, ad esempio, frenano i movimenti meridionalisti è costituito, appunto, dalla diversità di vedute. Oltre che da un anacronistico legame con gli schieramenti ideologici nazionali.

Parlare oggi di destra o sinistra, almeno secondo le distinzioni classiche, non ha più senso.

Tantomeno ci sembra che la destra e la sinistra italiana abbiano ridisegnato in modo coerente una visione di società, di stato, di economia.

Non solo questo, dicevamo. Cosa vogliono i meridionalisti? Un’Italia più equa? Il federalismo? Un modello macroregionale? L’indipendenza?

E che tipo di indipendenza?

Alcuni movimenti siciliani non vorrebbero essere comunque uniti al resto del sud, tanto per dirne una.

E ancora, repubblica o restaurazione borbonica? Una monarchia costituzionale o assoluta?

Tutte queste posizioni sono ugualmente rappresentate, motivo per il quale, al momento, non esiste una possibilità di istanza unitaria.

Ma gli italiani sono abituati a dividersi su qualsiasi questione, che vada dallo sport alla gastronomia, che passi per la politica internazionale o la gestione della pandemia.

Divisioni certo diverse, come quelle delle fazioni che sostenevano Coppi o Bartali; Mazzola o Rivera; Saronni o Moser.

In questi giorni sono tantissimi coloro che si stanno letteralmente scannando per le vicende delle elezioni presidenziali statunitensi. Tutti esperti di politica internazionale, fa niente che magari non sanno come si chiama il loro sindaco o faticherebbero a ricordare i nomi di 5 ministri in Italia.

Tutti ultrà, tutti a festeggiare o a recriminare come probabilmente non fanno nemmeno nei veri comitati elettorali.

Questo al netto di sottopancia e prezzolati che hanno interesse a diffondere un certo tipo di narrazione, per motivi squisitamente utilitaristici.

Naturalmente, nell’era dei social, queste spaccature sono molto più visibili. Ci si organizza e ci si scontra molto più facilmente.

Le discussioni che una volta erano svolte al bar dello sport in un contesto piuttosto ristretto, dove, soprattutto nel paesino, a fare da calmiere c’erano i legami personali, che andavano ben oltre la disputa, oggi si spostano su gruppi e profili, dove il pacifico e bonario sfottò si trasforma in scontro feroce, in cariche di hater che non perdono occasione per rivolgere insulti, minacce, maledizioni a chi la pensa diversamente.

Anche perché la virtualità tende a spersonalizzare.

Al bar dello sport avevo di fronte persone in carne ed ossa. Amici, conoscenti, parenti ed affini. Molto più difficile pensare di augure la morte a qualcuno di loro.

Gli Avatar con i quali interagiamo in rete, invece, sembrano essere meno reali dei personaggi di un videogioco.

Una foto, una serie di pixel, delle frasi.

Simulacri senza consistenza senza sangue.

Soprattutto nelle generazioni digitali, si rischia di non notare davvero la differenza che passa tra loro e il nemico da uccidere in Doom.

La possibilità di gioco condiviso attraverso le moderne consolle accelera ancora di più questo meccanismo.

Mentre una volta in Donkey Kong, tanto per dirne uno, sfidavo un gorilla controllato da algoritmi più o meno complessi ideati da un programmatore, oggi giocando online, sparo “a persone vere”.

Cioè, sparo al loro alter ego del game, ovviamente, e per fortuna, ma anche se non sembra il salto è abbastanza forte.

Dietro quell’immagine fatta di puntini colorati, a risoluzione sempre più alta, non ci sono più delle righe di codice, ma un giocatore come me che impugna un joypad.

La fine del patto sociale, di cui parlavamo in un altro articolo, il venir meno di meccanismi di premio e di sanzione, delle dinamiche sociali e culturali di giustificazione e legittimazione delle norme, anche dal punto di vista morale ed etico, fanno il resto.

Cosa mantiene assieme questo paese, allora?

Sulla carta niente. Sostanzialmente niente!

Continueremo a dividerci e lo faremo sempre di più, venuta meno ogni forma di coesione sociale, più di quanto accadeva in passato.

Non importa se al centro della contesa vi sia la disputa tra panettone o pandoro; sei il pandoro debba avere o meno i canditi.

E la carbonara? Ci vuole l’aglio nella carbonara, domandava il testimonial di una vecchia pubblicità.

E la sfogliatella? Frolla o riccia?

Insomma, ogni motivo è buono per dividere, non importa se si tratta dell’utilità della mascherina, del lockdown, del modello francese, tedesco, svedese.

L’importante è trovare qualcosa per il quale scontrarsi, vanno bene anche i visoni danesi.

In sostanza, è una dinamica che non riguarda solamente l’Italia, anche se probabilmente altrove è difficile trovare situazioni così polarizzate.

Questo perché, come dicevamo, come nazione esistiamo, come esistiamo e sostanzialmente da poco, rispetto ad altre realtà dove l’identità nazionale è qualcosa di profondo e di radicato.

L’italiano, sembra essere palese, non è mai stato fatto.

Del resto, possiamo vedere quello che sta succedendo in Europa dal crollo del muro di Berlino. Le germanie si riunificano, ma si disgrega, la Jugoslavia, l’Unione Sovietica, la Cecoslovacchia si divide.

A volte con modalità assolutamente pacifiche. Altre attraverso rivoluzioni.

A cosa tendiamo, oggi come nazione?

Alla disgregazione.

Quella sociale è già avvenuta ed è acuita dalla pandemia.

Siamo alla guerra di tutti contro tutti.

La disgregazione politica, invece, è tutta da fare; è frenata sicuramente da celate o malcelate convenienze.

Ma soprattutto dalla mancanza di coscienza.

È più facile aggregarsi a fazioni che sublimano i problemi di fondo.

Vero, sono fazioni trasversali anche dal punto di vista geografico. Indubbiamente.

Ma forse nascondono altre dinamiche.

Senza coscienza, però, non decideremo mai cosa voler essere, cosa voler fare da grandi, lasciando bloccata l’ennesima crisi.

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Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.