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Ulisse

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Ulisse non è un personaggio ma è una mania. Una mania che costringe l’uomo a partire. Sempre.
Luciano De Crescenzo

Il termine Mito ha origine dal greco mythos, cioè “parola”, “discorso”, ma implica anche ciò che può essere espresso, detto a parole, quindi al pensiero e all’opinione. Nell’ambito antropologico e teologico, esso vive di riflesso soprattutto in un racconto che ha un valore significativo e fondante o che comunque sia coerentemente significativo per la comunità all’interno della quale il Mito stesso vive.

Può restare come una narrazione, immaginativa e simbolica, che dispone e trasmette le forme in cui una civiltà si sente rappresentata collegialmente, così come può divenire; di norma è una narrazione simbolica che riguarda le azioni di divinità, eroi, o sicuramente esseri eccezionali, raffigurate per lo più in chiave drammaturgica.

Il Mito per antonomasia è Ulisse. L’Odissea è una delle più grandi opere mai scritte: in essa vi sono intuizioni, riflessioni, scoperte, maturate in lunghi e produttivi secoli di ricerche e nella quale troviamo testimonianza in tanti lavori artistici e letterari conservati sino ai giorni nostri.

Dominano la ricerca e la costruzione del Vero Uomo che potrà ricostruire la sua Patria non senza patimenti. È Ulisse il Vero Uomo: colui che ha viaggiato nel regno dei morti e oltre le colonne d’Ercole; l’eroe che «molti dolori patì», il viaggiatore che «di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri» è soprattutto un incantato narratore.

Nei dieci anni più intriganti della sua vita, quelli in cui si racconta del ciclope, dimora nella reggia del signore dei venti, vede i suoi compagni trasformati in maiali da una maga, scende nell’Ade, scansa lo scoglio delle Sirene e vive un innamoramento che durerà sette anni con una ninfa su un’isola deserta, è lui stesso a descriverli con maestria alla corte dei Feaci, per compiacere la curiosità dei suoi ospiti.

Chi è Ulisse se non il maestro del prodigio e dell’inganno? È colui che mescola le carte e ha sempre un asso pronto. È l’architetto dell’impossibile, sa nascondere con tenacia l’intimo segreto della conoscenza. In lui si celano la ragione e la menzogna, la virtù e il talento. Ha saputo frodare tutti attingendo dall’intelligenza e dall’impura e arcana capacità di gestire, con scaltrezza, ogni ragionevole dubbio.

In lui rivediamo la creatura che ha sempre provato a conoscere oltre se stessa, colei che sa sfidare l’ignoto, mossa dalla volontà continua della sua cupiditas sciendi. Egli è l’uomo autentico nella sua sfrontatezza ma anche quello magnifico nella sua elevata furbizia legata ad un raziocinio impressionante.

È il personaggio della letteratura universale a cui si consegna l’anelito alla conoscenza totale. Pur se con gradazioni diverse in relazione ai tempi, è stato reclutato come portavoce di questa sollecitazione indispensabile ma, in realtà, la sua figura, emblema della passione impetuosa per la sapienza che porta a rinunciare anche a ciò che si ha di più caro, quindi la trasformazione di quella virtù in vizio, sfrutta le proprie doti intellettive per piegare un fato nemico, per cui incarna la virtus pragmatica, compressa di labor et honor tanto lodata dagli antichi.

Il compito che lo attende al suo ritorno ad Itaca non sarà solo quello del grande guerriero che vince sui Proci, ma specialmente quello dell’uomo compiuto e atto a rifondare e reggere la propria Patria, in quanto ha ri-formato e ricostruito se stesso durante quel lunghissimo viaggio, impossessandosi di tutte le doti necessarie per il compito che lo attende.

In Ulisse il Mito non è invenzione, è un’urgenza autentica. Con lui l’animo si rivela dal suo profondo e da animale diventa uomo infinito che si lega al tempo eterno e allo spazio remoto. Ed è così che il Mito assume il suo valore assoluto ed immortale, non legato né relegato ad un tempo passato e superato.

Così la necessità di andare oltre diviene propria del singolo e il Mito comincia a comunicare verità che sopravvivono a tutto perché scritte laddove nessuno ha più osato arrivare, scolpite nella universalità di ogni mondo temporale.

Con Ulisse il Mito riscopre se stesso e la vocazione a vivere. Egli è nella memoria ed è ancorato ad essa: non ha un Dio che gli annulla il dolore del viaggio e quel “folle volo” è nella sua natura anche romantica. Come un nuovo Prometeo, il suo essere eroe sconfina, per l’appunto, nell’infinito.

Serve riconoscersi in lui, soprattutto in un momento come questo dove la pandemia sta mettendo a dura prova ogni rapporto di forza con l’esistenza. Come Ulisse accettiamo i limiti, anche se lui se ne serviva come leva per andare oltre. Dalla sua consapevolezza nasceva una ribellione fatale.

Le nostre colonne d’Ercole le stiamo attraversando ora e sono ancora inviolabili. Mossi da un sentimento di conoscenza prepotente stiamo sfrontando ogni ramo del nostro ego che si immortala alla paura. Non siamo ancora capaci di essere esploratori del proibito e giammai del vuoto: questo percorso che stiamo compiendo ci sta rivelando una dimensione nuova della nostra anima. Abbiamo confini che riconosciamo e i limiti ora sono tra coscienza ed incoscienza.

Ci siamo aggrappati ai versi

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza

nel tentativo di estremizzare non senza disperazione che il nostro genere è perennemente assediato dai suoi limiti. In quell’istinto primordiale di sopravvivere al nulla, ci rifugiamo alla conoscenza come antidoto alla morte interiore. Noi vogliamo conoscere per profanare la nostra banalità di esistere senza aver compreso il fine ultimo.

Così speriamo di essere Odisseo, come simbolo della smania di intraprendere itinerari illuminanti, superando l’accettazione e il conformismo che ci definisce. Abbiamo l’urgenza di varcare anche i confini tra il giusto e l’ingiusto, tra il bene e il male. Perché, alla fine, non è Itaca la meta ma l’ignoto. Da qui si parte e lì si arriva o si spera di giungere.

Se ci pensiamo bene, la presenza del meraviglioso e dell’abisso viene a simboleggiare proprio il conoscere ma quello inesistente ed estraneo. Proprio questa “ossessione” di Ulisse per la sperimentazione e per la conoscenza porterà Dante Alighieri, nella Divina Commedia, a “punirlo”, inserendolo nel girone infernale dei consiglieri di frode. Un paradosso che ci spiega il nostro tempo: l’uomo vero che sfida e che va oltre ma non viene riconosciuto e quindi deve subire il vilipendio.

Tornando al nostro oggi: il nostro vivere, ora più che mai, è un viaggio lungo e non privo di pericoli divenuto, in seguito, vero e proprio emblema di un atteso approdo, simbolo di una nuova speranza di partenza e di un ritorno sia fisico sia mentale a quello che chiamiamo normalità.

Da questo punto di vista, il nostro viaggio è una metafora infinta del vivere nella bellezza della conoscenza e nella paura dell’imprevedibile. E noi siamo qui, come Ulisse, a cercare di capire, attraversando un mare di pericoli, provando con arguzia, conoscenza ed appelli divini, di superare ogni periglio per tornare all’amata Itaca.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.