Chi, come me, è “diversamente giovane” forse la ricorda bene. Era il 1979 quando i Supertramp pubblicarono un album che è ancora leggenda, ‘Breakfast in America’, che conteneva, tra altri capolavori, una canzone epica, iconica, attuale: ‘The Logical Song’.
È un brano che, riascoltato oggi, sembra scritto non per i ragazzi di allora ma per l’Homo Googlis di questa stagione. Quell’essere incollato ad un monitor e a una tastiera.
Roger Hodgson raccontava la trasformazione di un bambino, o forse già un uomo, pieno di stupore in un adulto reso “sensibile, logico, pratico, rispettabile”. Non un inno all’educazione, ma la denuncia di un addestramento che toglie autenticità e incasella in schemi predefiniti.
E non è forse quello che accade oggi, ma in scala digitale?
L’Homo Googlis nasce curioso, libero, immerso in un mare di scoperte. Poi arriva l’algoritmo, che lo educa a essere “accettabile, rispettabile, presentabile”. Non più libero, ma incanalato.
Le etichette del testo – radical, liberal, fanatical, criminal – assomigliano fin troppo alle categorie in cui il web ci rinchiude: bolle sociali, profili psicometrici, schemi di consumo.
Ognuno ridotto a una sequenza di dati, fino a rischiare di diventare un vegetable: non più protagonista, ma consumatore passivo, che clicca e reagisce.
E qualcuno già ci avverte che l’umanità di domani potrebbe essere formata da due categorie di persone: chi decide i contenuti da scrollare e chi, passivamente, scrolla.
Ma c’è un altro passaggio del brano che oggi acquista un significato particolare: clinical, intellectual, cynical. Quello che stiamo diventando.
In rete il cinismo non è solo atteggiamento: è pratica quotidiana. Si manifesta nei ban dati con leggerezza, nei blocchi che tagliano rapporti come se fossero file da cancellare, nel ghosting che sostituisce il confronto con il silenzio digitale.
L’Homo Googlis impara presto che, nel web, un legame può essere spezzato con un click e che il dolore dell’altro rimane invisibile. Il cinismo diventa così il nuovo linguaggio emotivo dell’era digitale: freddo, rapido, impersonale.
E resta quella domanda, disperata e profonda:
Please tell me who I am.
Allora era rivolta agli insegnanti, ai genitori. Oggi, invece, è un appello agli algoritmi, agli influencer, ai feed personalizzati. L’Homo Googlis non chiede più a se stesso chi è, ma a Google, a TikTok, a Meta. In altre parole: dimmi tu chi sono, cosa devo pensare, cosa devo comprare.
E se lo chiediamo all’Intelligenza artificiale?
Secondo voi è solo una mia fantasia o è realtà immaginare qualcuno che chiede ad un programma, addestrato dalle sue stesse domande:
Dimmi chi sono e cosa deve fare!
Non ad un amico, ad uno psicologo, a una persona cara. Ad uno schermo.
E la domanda non cade mai nel vuoto. Dall’altra parte, qualcuno – o qualcosa – risponde sempre. A volte si tratta di persone impreparate o mossi da pulsioni distruttive, altre volte di intelligenze artificiali che restituiscono risposte “logiche” senza alcuna valutazione etica.
Immaginiamo una ragazza anoressica e con gravi carenze che non sa di avere dall’altro lato dello schermo un vegano radicale che la convince ad eleminare proteine. O il caso di un adolescente che ha chiesto alla AI se un certo tipo di nodo va bene per suicidarsi. Cosa doveva rispondere una macchina? Non ha certo il potere, né la capacità, di avvertire la polizia o i genitori.
Qui sta il pericolo: la mancanza di filtri umani, di responsabilità, di capacità di cura. Quando l’identità e il bisogno di aiuto vengono affidati a un algoritmo, il rischio non è solo l’errore tecnico, ma l’assenza di empatia. E questo, in rete, può trasformare una domanda di senso in una tragedia.
Ecco la profezia: la ricerca di identità non più come cammino interiore, ma come delega a una macchina che non dorme mai. Roger Hodgson ne intuiva la perdita di autenticità; oggi noi la vediamo come lo smarrimento dell’essere umano nella rete.
Noi avevamo i Supertramp. Anche se, a ben vedere, l’immagine dell’Homo Googlis perso nel vuoto digitale ricorda forse più la solitudine di ‘Eleanor Rigby’ dei Beatles che le armonie di Hodgson.
Ma i ragazzi di oggi che hanno i trapper, che risposte hanno? Ai genitori deciderlo.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













