Così finisce il mondo, non con un baccano ma con un piagnisteo.
T. S. Eliot, da I morti vuoti
Filosoficamente Eraclito di Efeso vedeva già nel panta rhei il flusso incessante che porta tutto verso la fine e la rinascita attraverso il fuoco eterno, un logos impersonale che governa il divenire senza pietà.
Platone, nel mito di Atlantide, descrive una civiltà avanzata distrutta da terremoti e inondazioni come punizione per la sua hybris, un ammonimento che riecheggia nelle opere di Aristotele sul ciclo delle costituzioni e delle civiltà destinate a decadere e rinascere.
Schopenhauer interpreta la volontà cieca come forza che spinge il mondo verso la propria negazione nel dolore cosmico, un pessimismo che Nietzsche trasforma in affermazione dionisiaca, dove l’eterno ritorno diventa l’atto supremo di volontà che accetta la ripetizione infinita delle catastrofi per superare il nichilismo nato dalla morte di Dio annunciata proprio da lui.
Un nichilismo che Heidegger legge come oblio dell’essere nel tempo della tecnica dove l’essere-per-la-morte rivela l’autenticità solo nel momento in cui il mondo si rivela come nulla, e in questo vuoto esistenziale l’apocalisse non è più evento esterno ma condizione interiore dell’essere gettato nel mondo, un’idea che si intreccia con le visioni gnostiche del demiurgo che imprigiona le scintille divine nella materia costringendo l’iniziato a un percorso di gnosi per sfuggire alla fine del mondo illusorio.
Nel regno esoterico e magico, gli alchimisti del Medioevo e del Rinascimento vedevano nella nigredo la fase essenziale della grande opera dove la materia deve putrefarsi e annerirsi completamente prima di poter passare all’albedo, alla citrinitas e, infine, alla rubedo, la rubificazione che trasforma il piombo dell’ego in oro spirituale, un processo che John Dee evocava attraverso specchi neri e lingua enochiana, invocando angeli per conoscere la data esatta del giudizio.
I rosacrociani, invece, sigillavano i loro manifesti con simboli di Saturno e della riforma universale del mondo annunciando un’apocalisse interiore che avrebbe preceduto quella esterna.
Nella kabbalah, la shevirah, la rottura dei vasi divini durante la creazione, ha sparso le scintille sante in tutto il creato, rendendo necessaria la tikun, la riparazione che culmina solo dopo la discesa nelle qliphoth, i gusci demoniaci dove il mago deve confrontarsi con le forze del caos per raccoglierle e redimerle.
Un viaggio che ricorda le discese sciamaniche nei mondi inferiori o i viaggi di Dante attraverso inferno, purgatorio e paradiso alla ricerca della luce divina. Intanto, i grimori medievali e rinascimentali come la Clavicula Salomonis insegnavano rituali per evocare demoni e angeli in preparazione al grande sigillo finale, mentre i testi tibetani del Bardo Thodol guidavano i morenti attraverso le visioni terrifiche del bardos, dove il mondo finisce in un lampo di luce bianca se non si riconosce l’illusione del samsara.
Culturalmente, le piramidi egizie allineate con Orione nascondono mappe stellari dell’inversione polare che i sacerdoti di Ra profetizzarono durante le inondazioni del Nilo, quando il ka delle anime si sarebbe disperso nel duat senza ritorno.
Nella tradizione giapponese il mappo, l’età della decadenza buddhista, porta alla fine del dharma, quando i demoni oni danzeranno sulle città in fiamme e i samurai preparano il seppuku cosmico, accettando l’impermanenza come unico koan.
I testi vedici indiani descrivono i quattro yuga che culminano nel kali yuga attuale, dove la virtù è ridotta a un quarto e Vishnu tornerà come Kalki sul cavallo bianco con spada fiammeggiante per azzerare tutto in un grande pralaya, la dissoluzione dove i mari ribollono e le montagne si sciolgono.
I filosofi stoici come Marco Aurelio già consigliavano di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo perché il logos universale ciclicamente si ritira nel fuoco primordiale, e gli esoteristi ermetici del rinascimento cercavano la pietra filosofale per trasmutare la fine in oro eterno, sciogliendo il piombo dell’ego nell’acido dell’illuminazione, ma fallivano, perché il mercurio della mente scorreva troppo veloce verso la nigredo, la putrefazione necessaria prima della rubedo finale.
Storicamente, l’impero romano crollò tra profezie sibilline e invasioni barbariche che i cristiani lessero come segni dell’Anticristo: nel 410 d.C. i visigoti di Alarico saccheggiarono Roma, un evento che sconvolse il mondo antico e spinse Sant’Agostino a scrivere ‘La Città di Dio’ per distinguere la caduta di una città terrena dalla fine del regno celeste.
Girolamo, nel suo commento a Isaia, interpretò la stessa caduta come presagio dell’Anticristo imminente, esortando a non sposarsi ‘in mezzo a tali scene’.
Secoli dopo, durante la Peste Nera del 1347 – 1351, che uccise tra un terzo e la metà della popolazione europea, molti videro nei cavalieri dell’Apocalisse l’arrivo della fine: le strade si riempirono di processioni di flagellanti che si frustavano per espiare i peccati, si accusarono gli ebrei di avvelenare i pozzi e si moltiplicarono visioni di cieli rossi, comete e terremotil interpretati come punizione divina; un’anomalia che spinse alcuni a vivere un ultimo carnevale edonistico prima del giudizio, mentre altri fondavano confraternite di penitenti.
Durante la Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648), un conflitto devastante che ridusse la popolazione tedesca di oltre un quarto tra battaglie, fame e pestilenze, pamphlet e stampe diffuse in tutto il Sacro Romano Impero raffiguravano il conflitto come l’apertura dei sigilli dell’Apocalisse: i soldati svedesi e imperiali divennero i quattro cavalieri in carne e ossa, le città ridotte in macerie simboleggiavano Babilonia che cade e i predicatori protestanti e cattolici annunciavano l’Anticristo nell’avversario religioso, alimentando un’ondata di profezie e visioni apocalittiche, che trasformavano la guerra in un dramma cosmico.
Analogamente, la caduta di Costantinopoli nel 1453, per mano degli ottomani, fu letta da molti cristiani bizantini come la fine di un’era sacra e l’inizio dei dolori finali, con profezie che identificavano Maometto II come precursore dell’Anticristo, mentre in Occidente si temeva che l’Islam fosse il drago rosso di Nostradamus.
Nel ventesimo secolo le due guerre mondiali furono percepite da milioni di persone come segni inequivocabili della fine: la Prima Guerra Mondiale, con i suoi milioni di morti nelle trincee, fu vista da alcuni gruppi religiosi come l’inizio delle “guerre e rumori di guerre” annunciati da Gesù in Matteo 24, e il 1914 divenne per i Testimoni di Geova l’anno in cui Cristo aveva iniziato il suo regno invisibile, segnando l’ingresso negli ultimi giorni.
La Seconda Guerra Mondiale, con l’Olocausto, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e la distruzione di intere città, evocò immagini di Armageddon, con Hitler interpretato da alcuni come figura anticristica e le nuvole a fungo come il fuoco dal cielo dell’Apocalisse.
Eppure, ogni volta la fine annunciata non arrivò, trasfigurandosi, invece, in una nuova trasformazione: dal crollo di Roma nacque il Medioevo cristiano, dalla Peste Nera emerse un’Europa con salari più alti e semi del Rinascimento, dalle guerre mondiali sorse l’ordine internazionale attuale, dimostrando che ogni presunta apocalisse storica è stata in realtà una soglia verso un mondo diverso.
E così, tra aneddoti di guerre che sembrano aprire i sigilli divini e profezie che mescolano il crollo di imperi con la dissoluzione interiore dell’io, il magico e il profetico continuano a fondersi con il filosofico quando il mistico contempla il nulla e vi trova il tutto, l’alchimista dissolve l’io per ricostruirlo più luminoso e il profeta annuncia la fine non per spaventare ma per invitare alla trasformazione interiore, perché ogni fine del mondo è in realtà la fine di un mondo illusorio e l’inizio di una nuova percezione della realtà, un ciclo che si ripete da millenni attraverso diluvi, fuochi, battaglie cosmiche e dissoluzioni interiori, unendo sumeri, maya, norreni, indiani, egizi, greci, cristiani, ebrei, musulmani, buddhisti, sciamani, alchimisti e pensatori moderni in un unico grande racconto umano di paura, speranza e ricerca incessante di significato di fronte all’inevitabile dissoluzione e rinascita del cosmo e dell’anima.
Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi.
Robert Oppenheimer, citando il Bhagavad Gita dopo il test della bomba atomica
Autore Massimo Frenda
Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.













