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Teriaca: la panacea dei mali del passato

Teriaca

La Teriaca è stata un antico rimedio dalle supposte virtù miracolose.

Il suo nome deriverebbe dal greco “theriakè”, cioè “antidoto”, oppure, secondo alcuni, dal sanscrito “tàraca”, dove tár significa “salva” o ancora dalla vipera, “therion” dal greco.

Dotata di virtù, secondo taluni, come vedremo, addirittura magiche, con svariatissime e spesso fantasiose variazioni nella sua composizione, si ritiene abbia origini antichissime e che sia stata prescritta per quasi diciotto secoli praticamente fino alle soglie del XX.

La più famosa è la Theriaca Magna o di Andromaco il vecchio, medico di fiducia di Nerone. Il buon imperatore romano soffriva indubbiamente di grandi preoccupazioni di governo che lo dovevano portare, forse, a non giudicare del tutto improbabile l’ipotesi di morire avvelenato per mezzo della sollecita mano di un cortigiano fazioso o di un servo al soldo dei non pochi nemici.

Fu così che Andromaco, seguendo le indicazioni e i consigli di Mitridate, re del Ponto che assillato dall’idea di essere avvelenato ne faceva uso quotidiano, ideò il rimedio che da lui prese nome.

Rispetto alla formulazione originale, però, vi introdusse anche la carne di vipera per aumentarne le virtù terapeutiche, dato che, in base alle credenze dell’epoca, l’animale velenoso avrebbe dovuto possedere all’interno del suo corpo anche il suo l’antidoto.

Quindi, facendo storicamente qualche passo indietro, si narra che, pressato dalle richieste del preoccupato sovrano Mitridate, Crautea suo medico di fiducia, si era mobilitato alla ricerca di un rimedio sicuro contro ogni forma di avvelenamento.

Il potente farmaco che era stato messo a punto, passato appunto alla storia come Mitridatium, era una formulazione piuttosto complessa. Da allora, i medici ed i farmacologi definiscono mitridatismo l’abitudine fisiologica ai veleni e la conseguente neutralizzazione di ogni loro effetto deleterio.

Quando Pompeo entrò nel palazzo di Mitridate, non dovette certo lasciarsi sfuggire il segreto di Crautea, che arriverà così a contatto della ricettiva medicina romana. La tradizione vuole, infatti, che la ricetta per la sua preparazione venisse trovata da Pompeo in un nascondiglio di Mitridate e da qui il nome affidatole di Elettuario di Mitridate.

Un contemporaneo di Crautea, il medico di Pergamo Nicandro da Colofone, aveva inoltre composto, intorno alla prima metà del II sec. a. C., due poemetti su di un suo antidoto dal nome Theriaca e sugli antidoti ai veleni in generale. enumerando circa centoventicinque erbe utili contro il morso dei serpenti, di cui buona parte si ritroverà per secoli nelle farmacopee successive.

Critone di Heraclea, detto anche Critone il Giovane, medico greco vissuto tra I e II sec. d.C., fu dottore personale dell’imperatore Marco Ulpio Nerva Traiano (53 d.C. – 117 d.C.) che seguì nella guerra contro i Daci, del quale evento ci testimonia Galeno nel suo ‘De compositione medicamentorum secundum locos’, I. 3, vol . XII. Costui perfezionò con alcuni componenti ulteriormente la teriaca e ne fece largo uso nei campi di battaglia.

Nell’Impero romano, la teriaca arrivò a suprema popolarità e la sua formula fu affidata dagli scultori ai bronzi dei templi di Esculapio. Alcuni dei più noti medici dell’antichità scrissero della teriaca, da Xenocrate di Afrodisia, I sec. D. C., a Plinio il Vecchio, ma senz’alcun dubbio l’attenzione maggiore la ritroviamo negli scritti di Galeno di Pergamo, 138 – 201 d.C..

Avviato agli studi di medicina dal padre Nikon architetto, ricevette una completa preparazione culturale, in primo luogo basata sullo studio della tradizione filosofica e di quelle discipline matematiche più vicine alla professione paterna.

Dal grande modello della geometria di Euclide egli trasse la convinzione che ogni edificio di sapere scientifico dovesse venir costruito con lo stesso rigore dimostrativo, giungendo a formulare un progetto di riorganizzazione unitaria, dimostrativamente incontrovertibile, della medicina.

Nei suoi studi propriamente medici risultarono decisivi due aspetti: l’anatomia da un lato, l’analisi e il commento dei testi della medicina ippocratica dall’altro. Maestri di Galeno furono Satiro, Pelope, Numisiano, e poi soprattutto gli scienziati legati al Museum di Alessandria, dove egli studiò per cinque anni nel pieno della corrente sincretica alessandrina, e dove venne in contatto con la grande tradizione del commento ippocratico.

Ritornato a Pergamo, approfondì le sue conoscenze anatomiche e chirurgiche come medico dei gladiatori, finché nel 162 si trasferì a Roma ove rimase fino a tarda età, salvo qualche intervallo e un ultimo ritorno nella natia Pergamo. Nel ‘De theriaca ad Pisonem’, esaltò la azione portentosa della bevanda e affermò che la sua assunzione quotidiana avrebbe potuto proteggere dai più potenti veleni.

Federico II con l’editto del 1233 ‘Ordinanza Medicinale’ separò le competenze tra professione medica e farmaceutica e ne riservò la preparazione come per tutti i farmaci, ai soli farmacisti e non più ai medici.

Fondatore dell’Università di Napoli, che ancora oggi porta il suo nome, dette un indirizzo in parte nuovo al pensiero scientifico del tempo, concedendo spazio e credito alla cultura araba di cui era profondo conoscitore e stimolando gli studiosi ad occuparsi di problemi nuovi riguardanti in modo particolare la matematica, l’alchimia, l’astronomia e le scienze naturali.

Nel solco della tradizione della famosa Scuola Medica Salernitana, Federico II, nel corpus normativo noto come ‘Costituzioni di Melfi’, aveva inserito un decreto secondo il quale nessun medico poteva esercitare la professione se non si fosse laureato alla Scuola Medica di Salerno e stabiliva pene severe per i ciarlatani che facevano commercio di medicamenti falsi e pericolosi.

Si arrivava a stabilire la pena capitale per chi avesse venduto veleni o medicamenti nocivi capaci di ottenebrare le facoltà mentali.

Volle regolamentare con puntualità l’esercizio della professione medica e, di conseguenza, anche di quella del farmacista, come dice il testo statutario degli ‘Aromatari o Speziali’.

Vennero puntualmente definiti i rapporti tra medici e farmacisti e si vietò loro ogni forma di associazione che avrebbe portato, si direbbe oggi, a inevitabili conflitti di interesse. Ai medici era proibito anche avere una propria bottega di farmacia.

Uno dei limiti della professione medica, con forte impianto teorico e poco pratico, era il rapporto stesso con il malato, che non veniva seguito nel decorso della malattia ma, una volta definita la diagnosi, il paziente era lasciato nelle mani di speziali, chirurghi e barbieri, secondo le necessità.

Prima dell’Illuminismo infatti i “medici” che si laureavano in filosofia e medicina, si limitavano alle prime fasi di identificazione delle malattie, analizzavano per colore e sapore l’urina conservata nelle matule, ampolle, tastavano il polso, visionavano il colore e la consistenza del sangue, senza toccare il malato se non con grandi teli e guanti di protezione.

Il malato era poi medicato, curato, subiva cicatrizzazioni, incisioni o altro da parte dei “chirurghi”. A questi si affiancavano i “barbieri”, che si limitavano, in genere, a salassi, clisteri e primi interventi con strumenti detti lancetti o coppette. Solo nel Settecento i chirurghi ottennero dignità pari a quella del medico e cominciarono a frequentare corsi e lezioni universitarie.

Gli Aromatari si impegnavano, altresì, nella preparazione meticolosa di medicamenti secondo le disposizioni dei medici e all’osservazione di precise norme circa l’apertura e la chiusura dell’esercizio farmaceutico.

All’inizio del XIV sec. Attraverso la via delle sete e i viaggi intrapresi verso l’estremo Oriente, vennero introdotte in Europa nuove spezie e droghe e l’utilizzo e vendita di queste fu affidata a vere e proprie “Corporazioni di Speziali”.

In tale periodo, la teriaca fu oggetto di variazioni della propria composizione, passando dai 62 componenti citati da Galeno ai 74 della farmacopea spagnola.

L’auge della sua popolarità fu raggiunta nel XVI secolo, per cui tutte le spezierie di Napoli, Roma, Bologna e Venezia si dedicarono alla sua preparazione, raggiungendo volumi di produzione e vendita tali da influire sulla economia cittadina.

La migliore sembra fosse proprio la teriaca veneziana, verosimilmente a seguito dell’intenso traffico commerciale e di scambi che questa città ebbe in tal periodo. Qui la sua preparazione avveniva nel mese di maggio per le correlazioni astrali ritenute particolarmente favorevoli e godeva di una notevole popolarità, con la realizzazione di una sfarzosa cerimonia che prevedeva l’esposizione al pubblico per tre giorni e la partecipazione delle più alte cariche della Serenissima e del Protomedico.

La composizione della teriaca ha avuto delle variazioni nel tempo, trasformandosi, da semplice rimedio contro i veleni, a panacea per combattere numerose malattie.

Le teriache del XVI, XVII e XVIII secolo prevedevano in proporzioni variabili, valeriana, pepe, malvasia , mirra, zafferano, timo, angelica, tarassaco, incenso , genziana, centaurea minor, matricaria, succo d’acacia, potentilla, astringenti, miele attico, liquirizia per addolcire, finocchio, anice, cannella e cardaromo (carminativi), aristolochia e opoponax, scilla e agarico, per il gusto acre, vino di Spagna, fungo del larice, gomma arabica, mastice, croco, cannella, scilla, castoro, rabarbaro, calcite, trementina, carpo balsamo, malabatro, terra di Lemno, opobalsamo, asfalto, oppio di Tebe, valeriana, benzoino e solfato di ferro.

A questi si aggiunsero i “Trocisci” di vipera, cioè carne di vipera femmina non gravida dei Colli Euganei, catturata dopo il letargo invernale, privata di testa coda e visceri, bollita in acqua di fonte aromatizzata con aneto e impastata con pane secco in forme rotondeggianti della grandezza di una noce, infine essiccate all’ombra.

La preparazione doveva inoltre “maturare” per sei anni e ritenuta valida per almeno altri trentasei.

La modalità di somministrazione variava in base alla patologia, età e grado di debilitazione del paziente che l’assumeva dopo aver assunto una purga, stemperata nel vino, miele, acqua o avvolta in foglia d’oro in quantità variabili da 1 dramma, 1,25 grammi, a mezza dramma.

Per le influenze astrali cui abbiamo accennato, eredità delle correnti di pensiero ermetico vivamente rappresentate durante il sincretismo alessandrino, era preferibile assumere la teriaca in inverno, seguito da autunno e primavera, ma mai d’estate.

Le patologie sulle quali si riteneva che agisse terapeuticamente come detto, erano le più svariate: coliche, febbre maligna, insonnia, emicrania, angina, tosse, ipoacusia, lebbra, peste, impotenza, morsi di vipera e di cane, avvelenamenti.

Seppur senza la pompa dei festeggiamenti popolari, analoga ufficialità aveva la fabbricazione dell’antidoto praticamente in tutte le principali città italiane ove la teriaca doveva essere sempre approvata dal collegio degli speziali e dal protomedico e le fasi principali della lavorazione avvenivano sempre innanzi alle principali autorità cittadine.

Alla fine del XVIII secolo, la teriaca scomparve dalle farmacopee di molte città europee, ma in Italia e nel meridione, la sua popolarità continuerà ancora a lungo. Il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, resosi conto delle potenzialità economiche del composto nel 1779, ne impose il monopolio statale con l’obiettivo dichiarato di proteggere dalle teriache contraffatte la salute dei cittadini.

La preparazione venne affidata in esclusiva alla Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, e tutti gli speziali del regno furono obbligati ad acquistarne almeno mezzo libbra l’anno.

Dovevano inoltre esserne sempre forniti e, all’ispezione del Protomedico o del suo vice, ogni speziale doveva esibire, oltre al vasetto della teriaca, la ricevuta dell’acquisto annuale. Il prezzo, fissato con intenti concorrenziali – il prezzo di mercato della teriaca veneziana era intorno ai 24 carlini – oscillava, a seconda delle quantità acquista, dai 18 ai 12 carlini, per un acquisto di almeno cinque libbre.

L’esperimento borbonico della teriaca statale, ebbe scarso successo soprattutto a causa del contrabbando, né le cose migliorarono quando il diritto di esclusiva sulla fabbricazione, chiusa la Reale Accademia, passò, nel 1807, per iniziativa di Giuseppe Bonaparte, al neonato Real Istituto di Incoraggiamento alle Scienze naturali di Napoli, che, attraverso varie vicissitudini, mantenne il proprio diritto fino al 1860. Questo è l’anno in cui, comunque, possiamo considerare già concluso il ciclo fortunato della teriaca.

Ma se storicamente fallimentare fu la vendita della teriaca Statale, non è improbabile che tra XVI e XVIII secolo il regno di Napoli fosse ai primi posti nel consumo di teriaca veneziana e si può essere certi che, a quest’ultima si affiancava anche quella tradizionalmente preparata in segreto dagli speziali napoletani.

Tra tutti i pesci della tradizione napoletana, il più sfortunato è senz’altro ‘O Guarracino, attore forse non protagonista di gustose zuppe di pesce, ma attore senz’altro personaggio principale di una delle tarantelle più popolari della tradizione napoletana nella quale ritroviamo i seguenti versi:

È cosa ‘e niente strillaje ‘a murena
Chella ‘a sposa già era prena…
… A chi è figlio strillaje ‘o guarracino
m’ha fatto curnuto ‘e Santu Martino

Cinquanta muorte e duicient’ ferite
E n’ati vinte ‘mpericule ‘e vita
E ‘ll’autrijettero add’ò speziale
A piglià l’Acqua Turriacale

Tralasciando le vicende di amore e di guerra della saga, notiamo in questa allegoria poetica napoletana come lo speziale sottomarino assuma l’Acqua turriacale, il medicamento che, senza alcun dubbio, possiamo definire come l’allora più popolare nelle terre meridionali nel periodo che va tra XV e XVIII secolo.

L’acqua turriacale del guarracino, infatti, non è altro che acqua theriacale, ossia una bevanda medicinale contenente quella Theriaca di Andromaco il Vecchio che costituiva la più celebre e credibile approssimazione storica del mito della panacea universale, il pharmacocatholico della tradizione alchimistica.

Martin Ruland, nel ‘Lexicon Alchemiae’ del 1612 alla voce theriaca, non manca di accostare il vocabolo alla stessa pietra filosofale. Il più recente Pernety, nel ‘Dizionario del Mito Ermetico’, 1758, si diffonde profusamente nel confermare la valenza simbolica dell’antico polifarmaco.

Con il trascorrere del tempo, la fama di questo rimedio scemò, fino alla quasi completa scomparsa agli inizi del secolo XX, sebbene ancora comparisse nella farmacopea ufficiale di fine Ottocento.

Nel 1944, ad oltre un secolo dalla definitiva scomparsa della teriaca dalle più importanti farmacopee europee, a opera di una curiosa figura di farmacologo – alchimista spagnolo, Antonio De Paula Novellas Y Roig, apparve a Barcellona lo scritto ‘La triaca de Andromaco’, un’opera di rivalutazione delle teorie ermetico-spagiriche nella farmacologia ufficiale del tempo.

Novellas sosteneva, infatti, che l’efficacia del portentoso farmaco fosse da attribuire all’eggregore della teriaca, formata e alimentata attraverso il rito della sua preparazione, per cui, una volta rotta tale tradizione, come accadde alla fine del XVIII secolo, era scomparso anche l’incanto che accompagnava la medicina sacra.

Compresa tra mito e realtà quotidiana, tra favola popolare e simbologia esoterica, tra scienza e magia, la teriaca si ascrive, così, lungo tutto l’arco della sua storia, al novero delle bevande sacre, delle misture magiche i cui effetti, al di là di ogni analisi farmacologica, per l’universo mitico e magico di cui sono emanazione, ci rimarranno per sempre ignoti.