L’identità, tra le molteplici sfaccettature dell’umano, è quella che più di ogni altra sembra essere attraversata dalla ciclica alternanza tra costruzione e disgregazione, nel continuo incedere del tempo.
Il palcoscenico dove non solo l’individuo racconta la sua storia ma traduce in opera il frutto del continuo fluire del sé è sicuramente il teatro, specchio inquieto e luogo d’elezione in cui l’Io e la Società vengono messi a nudo ed interpretati.
Paure e contraddizioni portate in scena, inserite, nell’antichità, nell’alveo di ordini superiori divini, e riportate nella dimensione puramente individuale e sociale con l’avvento della modernità.
Del resto l’etimo ne sintetizza perfettamente l’essenza: θέατρον (théatron), che significa letteralmente “luogo in cui si guarda” o “luogo dello spettacolo”, dunque la dimensione in cui l’uomo si espone agli altri in un processo di auto – indagine e introspezione.
Nel mondo occidentale sono i culti dionisiaci la matrice da cui trae origine il teatro divenendo col tempo una tra le più alte e raffinate forme di espressione dell’umano e della collettività.
La tragedia, aulica manifestazione di tale forma d’arte, non riduceva la sua natura a mero disilluso intrattenimento ma costituiva un vero e proprio momento conoscitivo dell’esistenza nella sua più pura accezione.
Libertà, destino, individuo, rapporto con leggi e regole positive tra volontà umana e ordine divino.
L’antico eroe tragico, protagonista indiscusso della produzione teatrale antica, viveva infatti il dramma costante dello scontro e della sfida dettati dalla volontà divina, in un continuo susseguirsi di eventi nefasti che ne misuravano la resistenza e la capacità di adattamento a regole prestabilite, infrante spesso dalla tracotanza e azioni immorali.
In tale processo di dicotomica contraddizione umano – divino, la tragedia inscenava verità di un uomo non totalmente libero nel proprio agire e sottoposto a limiti superiori, forgiando inconsapevolmente il comune sentire collettivo, catarticamente ancorato ad una rigida morale.
L’era contemporanea ha radicalmente trasformato l’inquietudine del palco teatrale, operando una vera e propria frattura con il passato.
Spazio riflessivo ed interpretativo su atavici interrogativi, contraddistinti però da esigenze conoscitive ben diverse e per lo più incentrate sulla scoperta dell’essere mortale anziché divino, nuovo attore rivestito di responsabilità e oneri sociali totalmente orientati dalla libertà di azione personale.
In questa cornice si colloca in modo emblematico l’opera pirandelliana, che porta sulla scena la crisi dell’identità individuale e l’impossibilità di racchiudere l’io in una forma definitiva.
Nei suoi personaggi emerge il dramma tra essere e proiezione dell’essere verso gli altri, persona e personaggio, realtà e finzione.
La maschera, la frammentazione dell’io, il relativismo della verità e il conflitto tra individuo e società diventano così alcune delle principali chiavi attraverso cui Pirandello interpreta la condizione dell’uomo moderno, costretto ad interfacciarsi con la complessità di una storia segnata da scontri politico economici e idolatria del progresso.
Nonostante la notevole frattura temporale i grandi interrogativi esistenziali permangono: cambiano le forme e i linguaggi attraverso cui vengono espresse, ma permane la necessità di interrogarsi su ciò che significa essere umani.
È proprio in questo continuo mutamento che il teatro conserva la sua funzione più autentica.
La scena diventa il luogo nel quale l’identità si mostra nella sua natura complessa e mutevole, mai definitiva, costruita e messa in discussione attraverso lo sguardo critico dell’altro.
L’attore, il personaggio e lo spettatore partecipano così ad un giocoso intreccio nel quale la finzione può diventare uno strumento d’elezione per avvicinarsi alla realtà.
Dalla dimensione sacra della tragedia antica fino alla complessità dell’uomo contemporaneo, il teatro continua quindi a essere uno spazio di confronto tra individuo e collettività, tra essere e proiezione nel mondo.
Il luogo in cui sovrastrutture e identità cangianti rivelano, palesando in maniera inequivocabile, la tensione continua tra identità che si costruisce e disgrega al ritmo degli eventi in un continuo mutare di certezze e sensibilità, dove la finzione abbraccia la realtà dell’esperienza umana.
Autore Pina Ciccarelli
Pina Ciccarelli, maturità Classica e Laurea in Giurisprudenza. Appassionata di Storia, Filosofia, Letteratura e Musica. La scrittura nasce dell'evasione, dal desiderio di donare colore alla vita, catartico abbandono all'immaginazione. Tra i sentieri nascosti del sublime, fuori dalle logiche del reale, per scoprire se stessi.













