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Stiamo crescendo figli o profili digitali?

figlio profilo digitale

Diciamolo con semplicità, senza nasconderci dietro un dito: oggi un bambino lascia più tracce online prima dei dodici anni di quante un adulto ne lasciava in trent’anni.

Non è un’esagerazione. È un dato di fatto.

Prescindiamo per un attimo (ma non dovremmo) dalle foto della nascita, del gender reveal, dei video del battesimo e così via. Già questo basterebbe per capire come si crea un’immagine digitale.

Saltiamo direttamente a quando, tra i dieci e i dodici anni, viene regalato ai figli il primo smartphone (ovviamente ultimo modello), perché “almeno controllo dove si trova” o “perché lo hanno tutti i suoi amici”.

Care mamme e papà, sete consapevoli che ogni video guardato, ogni “mi piace”, ogni ricerca, ogni app scaricata costruisce un piccolo pezzo della sua identità digitale?

E quella identità non sparisce.

Il primo smartphone arriva sempre prima rispetto a qualche anno fa. Inizia così un’abitudine quotidiana che sembra innocua: video brevi, challenge divertenti, tutorial su come personalizzare il telefono, su come apparire più grandi, più sicuri, più interessanti.

Nulla di drammatico, in apparenza. Ma ogni contenuto visto insegna qualcosa. Anche quando non sembra.

Insegna che l’attenzione si conquista in pochi secondi. Che conta essere guardati. Che i like sono una misura di valore. Che l’immagine può essere modificata, filtrata, perfezionata.

Un bambino che cresce in questo ambiente non impara solo a usare uno strumento. Impara un linguaggio, un modello di successo, un modo di percepirsi.

Il punto non è demonizzare la tecnologia. Il punto è capire che le piattaforme funzionano grazie ai dati. Più un ragazzo guarda, più viene profilato. Più viene profilato, più riceve contenuti simili a quelli che lo hanno già trattenuto.

È un circuito che si autoalimenta.

Se guarda solo video leggeri, ne vedrà sempre di più. Se si ferma su contenuti che esaltano l’apparenza, l’algoritmo gliene proporrà altri ancora più estremi. Non c’è cattiveria, c’è ottimizzazione.

La domanda allora cambia: quando nostro figlio è davanti allo schermo, è davvero libero di scegliere? Oppure sta reagendo a ciò che è stato selezionato per lui?

La profilazione non è solo una questione tecnica. È un meccanismo che orienta gusti, desideri, aspettative. E lo fa in una fase della vita in cui l’identità è ancora fragile.

Molti genitori si preoccupano dei contenuti pericolosi. È giusto.

Ma il rischio più sottile è un altro: crescere ragazzi abituati a performare invece che a riflettere, a mostrarsi invece che a costruirsi, a reagire invece che a pensare.

Se l’attenzione diventa frammentata, anche la capacità di concentrazione si accorcia. Se l’approvazione esterna diventa centrale, l’autostima rischia di dipendere dallo schermo.

Non serve vietare tutto. Vietare spesso crea solo curiosità nascosta. Serve presidiare. Serve parlare.

Serve chiedere:

Cosa guardi? Perché ti piace? Cosa ti fa sentire?

Serve proporre alternative che non siano solo altri schermi. Lettura, sport, musica, tempo condiviso. Non per nostalgia del passato, ma per equilibrio.

Ogni figlio oggi cresce in due mondi: quello reale e quello digitale. Nel primo lo vediamo. Nel secondo spesso no. Ma entrambi lo stanno formando. E se è vero che i dati costruiscono profili, è anche vero che l’educazione costruisce persone.

La domanda finale non è tecnologica. È familiare. Stiamo accompagnando i nostri figli a diventare adulti consapevoli o li stiamo lasciando diventare prodotti perfettamente profilati? Perché tra un bambino e il suo profilo digitale, la differenza la fa ancora la presenza di un genitore.

E poi c’è la scuola. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario per capire meglio la matematica, per farsi spiegare un testo, per approfondire una lezione che non si è compresa.

Ma può anche diventare una scorciatoia.

Fammi i compiti

mentre io guardo un video su come diventare ricco in pochi click, o su come trasformare la propria immagine in un marchio personale da monetizzare il prima possibile.

Non è l’AI il problema.

È l’idea che l’apprendimento sia un ostacolo da aggirare e non una fatica da attraversare. Se la tecnologia viene usata per evitare lo sforzo e inseguire guadagni facili, visibilità immediata, esposizione del corpo prima ancora che del talento, allora non stiamo formando studenti.

Stiamo allevando aspiranti performer in un mercato che non perdona l’ingenuità. E la differenza, ancora una volta, non la farà l’algoritmo ma l’educazione che mettiamo tra nostro figlio e lo schermo.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.