È un profilo che il cammino iniziatico mi ha insegnato a riconoscere, ricomponendo negli anni frammenti di Officine e di Logge diverse, non un unico episodio, ma una costante che, letta con gli strumenti che questo percorso mi ha dato, disegna sempre la stessa figura.
Una voce capace di riempire una stanza anche restando in silenzio, che, a un certo punto, mi disse più o meno che ero fortunata ad averla incontrata proprio in quel momento del mio cammino.
Ci misi mesi e più di una tavola scritta e riscritta, a capire che quella frase non era un complimento. Era un aggancio.
Da allora ho imparato a diffidare di chi arriva già sapendo di che cosa hai bisogno.
Il meccanismo, l’ho osservato più volte da allora, funziona quasi sempre allo stesso modo, ed è per questo che vale la pena descriverlo con precisione invece che limitarsi a condannarlo.
Non comincia con una richiesta.
Comincia con un riconoscimento:
Tu sei diverso dagli altri, tu capisci quello che io dico.
Poi arriva la piccola esclusiva, una confidenza, un ruolo informale, l’accesso a qualcosa che gli altri fratelli non hanno.
Solo alla fine, quando il legame è già cementato, arriva il costo: la lealtà che non si può più mettere in discussione, la critica che diventa tradimento, il dubbio che diventa colpa.
A quel punto chi è dentro non riconosce più la manipolazione come tale, perché il linguaggio con cui è stata costruita è lo stesso linguaggio della fratellanza: ascolto, dedizione, crescita comune.
È questo, credo, il tradimento più grave: non l’inganno in sé, ma l’uso della grammatica sacra dell’iniziazione per fini che con l’iniziazione non hanno nulla a che fare.
Negli ambienti che si occupano di crescita interiore e i templi massonici, checché se ne dica, non ne sono immuni.
Circola da qualche anno l’immagine dei cosiddetti “specchi”, una teoria di origine piuttosto recente e dichiaratamente new age, che promette di leggere il mondo esterno come proiezione di ciò che portiamo dentro.
Se qualcuno mi infastidisce, dice questa teoria, sto vedendo in lui qualcosa di mio che rifiuto di riconoscere.
È un’immagine seducente, uso apposta questa parola, perché la sua stessa seduzione dovrebbe metterci in allerta.
Ma, prim’ancora che questa teoria esistesse, la ritualità iniziatica aveva già consegnato lo specchio al neofita e non come metafora vaga. È il momento in cui, tolta la benda, il primo oggetto che viene chiesto di guardare non è il Tempio, non sono i fratelli che lo circondano: è sé stesso riflesso.
Non dirò come questo avvenga nei dettagli, perché non mi appartiene deciderlo, appartiene al silenzio che ogni Officina custodisce per i propri lavori.
Ma il fatto stesso che l’iniziazione scelga di aprire gli occhi del profano proprio davanti alla propria immagine, prim’ancora che davanti a qualunque simbolo esterno, dice qualcosa che nessuna teoria contemporanea ha inventato: che il primo specchio da attraversare, in qualunque cammino serio, è sempre quello più scomodo, quello che non lascia nulla da proiettare altrove, perché a guardare e a essere guardati è la stessa persona.
È da qui, e non dalla teoria new age che pure prendo come immagine utile da interrogare, che vorrei ripartire, perché quell’immagine regge fino a un certo punto, poi si incrina.
Perché l’esperienza, quella vera, fatta di anni di colonne e di silenzi, mi dice altro. Mi dice che lo specchio, quando c’è davvero ego smisurato dall’altra parte, non riflette: inganna.
Ho conosciuto fratelli e sorelle capaci di trasformare trent’anni di frequentazione del Tempio, di studio, di lavoro su di sé in un affinamento ulteriore della propria capacità di manipolare, non in un cambiamento.
Persone che usano il linguaggio dell’iniziazione, la sua grammatica di fratellanza e ascolto, per costruire dipendenze emotive attorno a chi arriva fragile, magari nel mezzo del cammin della propria vita, in cerca di un nuovo inizio.
E lo trova, il nuovo inizio: solo che è la dipendenza da un altro essere umano travestita da percorso spirituale.
Qui la lingua latina, con la sua economia spietata, dice più di quanto dica l’italiano.
Invidia viene da in-videre: guardare contro o, forse meglio, non riuscire a guardare, restare accecati dal proprio bisogno mentre si fissa l’altro.
È un’etimologia che vale la pena tenere a mente quando si parla di specchi, perché rovescia la metafora: non è detto che lo specchio ci faccia vedere qualcosa. Spesso ci impedisce di vedere, proprio mentre crediamo di stare guardando con più attenzione che mai.
Plutarco lo sapeva bene e per questo scrisse un intero trattato, ‘Come distinguere un adulatore da un amico’, sul fatto che il vero pericolo non è riconoscere il nemico dichiarato, ma smascherare chi ci somiglia troppo a un amico per essere messo in discussione.
L’adulatore, diceva in sostanza, non si oppone mai: rispecchia, asseconda, amplifica. Ed è esattamente questo il tranello dello “specchio” mal interpretato: il manipolatore non ti mostra te stesso, ti mostra un te stesso costruito su misura per tenerti legato a lui.
Il controesempio, quello che smentisce davvero l’adulatore, l’ho visto una sola volta con la nettezza che serve per capirlo fino in fondo: una sorella, interpellata su una mia tavola, non disse “è perfetta”, disse “qui hai evitato la domanda vera, torna indietro”.
Mi costò una settimana di fastidio e poi mesi di lavoro migliore. Nessun manipolatore, in tutti questi anni, mi ha mai detto una cosa del genere.
L’adulazione, anche quella più raffinata, non contraddice mai davvero, al massimo simula il dissenso per rendersi più credibile.
E qui, devo essere onesta, perché me l’hanno insegnato proprio in questo cammino, la mia stessa domanda iniziale vacilla un po’.
Mi chiedevo: come pensare allo specchio riflesso se poi gli occhi che guardano non vedono?
Ma forse la cecità non è nell’osservatore in generale. È nel momento. Sul momento, l’ego smisurato brilla di più dell’umiltà silenziosa, non di meno.
Chi manipola sa essere magnetico; chi tace per rispetto, per misura, per scelta di anonimato, spesso non cattura affatto lo sguardo, almeno non subito.
Lo specchio, se funziona, funziona quasi sempre in differita.
Vediamo con chiarezza chi ci ha fatto bene solo mesi o anni dopo, quando il rumore si è spento. Vediamo chi ci ha manipolati, paradossalmente, ancora più tardi, a volte solo quando usciamo dalla sua orbita, e la luce cambia.
Perché dall’altra parte, ed è giusto dirlo con la stessa attenzione – altrimenti l’articolo diventerebbe solo un catalogo di diffidenza, cosa che detesto – ho incontrato in questi anni fratelli e sorelle di una tempra diversa.
Persone che sapevano moltissimo e ne parlavano pochissimo.
Che aspettavano la tavola giusta, la Loggia giusta, il momento in cui la parola sarebbe stata utile e non solo bella.
Non cercavano il centro della stanza.
Alcuni di loro, ancora oggi, preferiscono restare senza nome nei racconti che si fanno attorno a un tempio e questo, credo, è già una forma di insegnamento: la scelta di non apparire, in un mondo iniziatico che, a volte, confonde la visibilità con la sostanza, è essa stessa un lavoro su di sé.
C’è un’immagine napoletana che qui mi torna utile, e non a caso, perché la mia città ha sempre saputo qualcosa sullo sguardo che fa male: il mal’uocchio, la jettatura.
Non è superstizione da relegare al folklore da cartolina è, in fondo, una teoria popolare e antichissima esattamente sul tema di cui sto scrivendo: l’idea che uno sguardo carico di invidia possa nuocere a chi lo riceve, anche senza che chi guarda ne sia pienamente consapevole.
Il corno che si porta non protegge da un nemico dichiarato, protegge da chi ti sorride vicino, da chi ti ammira così intensamente da volerti prosciugare.
Non trovo sia un caso che una cultura mediterranea, esposta da millenni all’incrocio di sguardi, abbia sviluppato un intero apparato simbolico attorno proprio a questo: la differenza tra chi ti guarda per vederti e chi ti guarda per prendere qualcosa di te.
Fronti nulla fides
scriveva Giovenale: non c’è da fidarsi dell’apparenza, del volto che si mostra.
È un monito che uso spesso, forse troppo, ma qui calza meglio che altrove, perché l’ego smisurato di cui parlo raramente si presenta come tale. Si presenta come guida, come maestro, come qualcuno che “ti ha visto per primo”.
E l’umiltà autentica, quella che davvero insegna, quasi mai si presenta affatto. Bisogna andarla a cercare.
C’è, poi, un terzo tipo di sguardo, che non abita più solo il Tempio ma si è spostato, negli anni, sotto le righe di chi scrive per un pubblico.
È lo sguardo di chi legge un pensiero pensato in generale e lo sente rivolto a sé, per intero, personalmente, e, invece di misurarlo con un argomento, risponde con un risentimento travestito da opinione.
È lo stesso meccanismo dell’invidia di cui dicevo prima, solo spostato di sede: l’incapacità di restare oggettivi davanti a una parola che non li chiamava in causa, trasformata subito in un affronto da respingere con foga, quasi sempre nei commenti, quasi mai a viso scoperto.
Anche questo, a pensarci, è un modo di non guardarsi allo specchio. È distruggere lo specchio, credendo, così, di essersi salvati.
Non saprei dire con certezza se la differenza tra chi ammalia e chi tace stia davvero in loro o soltanto nella luce con cui, con il tempo, impariamo a rivederli; ed è qui che il metodo iniziatico, a differenza della scaramanzia, può ancora dirci qualcosa.
Il corno che tante nonne napoletane portavano al collo, letto con occhio superstizioso, è solo un amuleto contro la sfortuna e poco avrebbe a che fare con un lavoro su di sé.
Ma lo stesso simbolo, attraversato da un’altra lettura, quella che lo avvicina alla cornucopia antica, al corno di Amaltea che non respinge ma nutre, o al corno lunare, che mostra le sue punte crescenti prima di farsi luce piena, dice tutt’altro: non un oggetto che allontana lo sguardo cattivo al posto nostro, ma un promemoria a osservare due volte ogni sguardo, a cominciare dal proprio.
Il vero lavoro, in fondo, non è riconoscere l’invidia negli occhi degli altri. È accorgersi, di tanto in tanto, di quella che portiamo noi senza saperlo e questo, sulla propria pelle, nessun simbolo può farlo al posto nostro.
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.












