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Sonno della ragione e algoritmi per scrollatori seriali e compulsivi

scrollatori seriali e compulsivi

Goya mi voglia perdonare, ma è così e la sua frase, riadattata all’era digitale, è molto attuale.

Viviamo dentro un meccanismo che funziona così: tu scorri, lui impara. Più scorri, più impara cosa ti trattiene.

Non cosa ti fa crescere, non cosa ti rende più consapevole. Cosa ti trattiene. Gli algoritmi dei social non sono cattivi e non sono intelligenti in senso umano. Sono ottimizzatori di attenzione.

Il loro obiettivo è semplice: farti restare. Per farlo privilegiano ciò che è veloce, emotivo, ripetitivo, facilmente consumabile. E qui nasce il problema.

Se ti capita di vedere video di persone che cambiano la cover del cellulare dieci volte in tre minuti, oppure tutorial su “trucchi segreti che non ti hanno mai detto a scuola”, o scene di litigi, provocazioni, esagerazioni studiate per far commentare, non è un caso.

Sono contenuti progettati per essere guardati fino in fondo, commentati, condivisi. Non devono essere profondi. Devono essere irresistibili per qualche secondo. E quei secondi, moltiplicati per milioni di utenti, diventano il vero capitale della piattaforma. Il risultato è che ci abituiamo a una dieta mentale fatta di stimoli brevi, forti, ripetitivi.

Come mangiare solo zucchero. Non è veleno, ma se è l’unica cosa che consumi, alla lunga indebolisce. La concentrazione si accorcia, la pazienza diminuisce, la soglia di noia si abbassa.

Leggere un articolo lungo diventa faticoso. Ascoltare un ragionamento complesso diventa “pesante”. E così si scivola verso una forma di passività. Non perché siamo stupidi, ma perché siamo allenati a reagire, non a riflettere. Superare tre minuti di attenzione è sempre più complicato.

E lo sanno bene i politici che nei loro video si guardano dallo spiegare nel dettagli un progetto di legge o un piano economico triennale ma si limitano a slogan facili o, in molti, a insultare chi la pensa diversamente.

Ogni volta che scorriamo senza scegliere davvero, stiamo delegando una piccola parte della nostra attenzione. L’algoritmo registra, collega, propone altro contenuto simile. È un circolo che si autoalimenta.

Se guardi solo video leggeri, ti verranno proposti video ancora più leggeri. Se ti fermi su contenuti polemici, ne arriveranno altri più estremi. È una progressione naturale: per mantenere alto l’interesse serve uno stimolo sempre un po’ più forte del precedente.

Questo non significa che la tecnologia sia il nemico. Significa che funziona secondo regole economiche precise. L’attenzione è la moneta. Più tempo passi sulla piattaforma, più valore generi.

E ciò che genera più tempo non è quasi mai ciò che richiede pensiero lento, ma ciò che attiva emozioni immediate: sorpresa, indignazione, curiosità superficiale, desiderio di imitazione.

Il rischio non è diventare ignoranti. È diventare spettatori permanenti. Scrollatori passivi e compulsivi. Persone che consumano senza scegliere, reagiscono senza approfondire, commentano senza verificare.

La differenza è sottile ma importante. Non perdiamo intelligenza, perdiamo allenamento alla complessità.

La buona notizia è che non siamo obbligati.

L’algoritmo suggerisce, non impone. Possiamo decidere di fermarci su contenuti diversi, di cercare attivamente approfondimento, di leggere invece di scorrere, di ascoltare un podcast lungo invece di dieci clip da venti secondi. Ogni scelta modifica ciò che ci verrà proposto dopo. Anche l’algoritmo si adatta.

Il punto non è demonizzare chi fa video leggeri o chi cambia cover al telefono davanti alla telecamera.

Il punto è capire che se quella diventa l’unica forma di intrattenimento, stiamo permettendo a un sistema progettato per trattenerci di guidare la nostra attenzione. E l’attenzione è una delle poche cose davvero nostre.

Non si tratta di essere moralisti. Si tratta di essere consapevoli. La tecnologia amplifica ciò che funziona sul nostro cervello. Se vogliamo restare attivi, dobbiamo decidere noi cosa far funzionare.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.