Ci sono giornate che, francamente, non ho voglia di alzarmi dal letto. Penso che sono vecchia e stufa e che, tutto sommato, ma che mi alzo a fare? Poi invece, mi alzo.
Ma non perché assalita da una improvvisa voglia di vivere e uscire nel mondo. Mi alzo solo perché la mia schiena ulula e mi impedisce di mantenere un contatto qualsiasi con la superficie del materasso.
Insomma negli ultimi venti anni il mio”super ortopedico e performante” materasso, mi ha salvato la vita.
E adesso che sono in piedi che faccio? Uscire? Non mi va. Il cielo è nuvoloso e minaccia pioggia. Dovrei fare lo slalom tra le ingiurie inutili degli automobilisti, indispettiti dal non riuscire a parcheggiare a tre centimetri dall’ingresso del fruttivendolo.
Uso una strategia in voga tra pensionati e adolescenti e ancora in camicia da notte, col caffè fumante tra le mani, accendo il computer e navigo…
Manco da un po’ di tempo, perché mi scordo quanto può essere divertente.
L’ultima volta ho tenuto banco una settimana con la storia dei preti che si consegnano alla Chiesa solo allo scopo di indossare una gonna, cosa che chiaramente da uomini bigotti non potrebbero fare senza la scusa dei voti.
Dall’anticristo alla figlia di Satana, credo mi abbiano dedicato le stesse attenzioni morbose e le ingiurie articolate, degne di essere rivolte solo ai veri VIP del Web
Incappo, però, in una pagina sorprendente: come eravamo a Villa Raja. Ci eramo cresciuti a Villa Raja, i miei fratelli ed io. Raja: mi pareva un nome esotico.
Ne immaginavo una specie di famiglia piena di pappagalli colorati e tigri che passeggiavano in salotto. Una famiglia caduta in rovina, sempre nella mia fantasia, e che aveva lasciato questo straordinario palazzo alla confraternita, che a poco prezzo, poi, l’aveva affittata a mia mamma.
L’intero complesso di case si trovava in quella che, con un nome di buonissimo auspicio, si chiamava via Salute.
Un altro nome che mi era sempre piaciuto molto, anche se ci ho passato anni che proprio in salute non eravamo.
Cerco tra le immagini della pagina Facebook, i volti delle persone che hanno fatto parte della mia vita, alcune le ricordo solo ora che le vedo e ne parlo alle mie sorelle morte, Maria e Teresa, in quelle occasioni speciali in cui convoco entrambe e rapporto.
Perché, diciamocelo, a chi mai potrei chiedere, adesso che in vita a conoscere quelle persone sono rimasta solo io.
Chi mai può rispondere alla perplessità che mi si affaccia allo sguardo: ma quella è Elvira oppure Maria, sua mamma?
In una foto c’è pure il carretto del “patanaro” che tanto ci spaventava da bambini, perché era un uomo veramente brutto che per annunciarsi gridava:
‘o patanaroooooo.
Mi ricordo che Sandrino, il figlio della signora Maria, scoppiava in lacrime come ne sentiva il grido e questa cosa, alla fine, aveva inquietato anche noi.
Le mamme se la ridevano alla grande, quando prendevamo a fuggircene per non incrociare lo sguardo del patanaro.
Mi sembra incredibile che appena cinquanta anni fa, il mondo potesse essere così diverso, che qualcuno potesse aspettare il venditore di patate a domicilio, che detto così oggi sarebbe sicuramente traghettato verso sensi più pornografici che culinari.
Mio fratello Umberto, in pratica Clark Gable, ma più bello!, appare sorridente in una foto assieme all’altro fratello, Ciccio, che aveva due anni di meno.
Come sono belli: giovani, sorridenti, inscalfibili. Galanti, simpatici, con un seguito discreto di ciglia che si piegavano e guance che si coloravano, al loro passaggio.
Uno degli ultimi ricordi che ho, del nostro tempo insieme, a metà degli anni novanta, quando con Umberto andammo al supermercato e lui, che incredibilmente nella sua vita non ci era mai andato prima dei settant’anni, afferrando un carrello mi disse, spingendolo, con la gioia di un bambino:
Guarda Silvia, mi sembra di stare in un film americano!
Mi vengono le lacrime agli occhi. Mi mancano.
Ecco! Lo sapevo che era una giornata da starsene a letto.
Adesso mi ricordo perché non apro Facebook, a volte il catalogo dei morti mi agguanta dallo schermo e quello dei vivi, pieno com’è di tragiche notizie, non mi regala le motivazioni che servono alla giornata di una donna con la mia schiena.
Sto per chiudere e andare a farmi una nuova tazza di caffè, quando vedo una foto di una mummia… Ma no, vado a prendere gli occhiali che ingrandiscono meglio, non è una mummia.
Apro l’immagine con un fortunato click, riesco ad avere dettagli giusti sulla foto alla prima botta, e vedo che non è una mummia, ma la gamba fasciata del mio amico Pietro, ricoverato da due giorni.
Leggo nella didascalia della foto, al CTO, che sta per Centro Traumatologico Ortopedico, ma soprattutto che sta non troppo lontano da casa mia. Decido di andare a trovarlo, e mi faccio venire la voglia di vestirmi, pur di sfuggire a questa giornata che rischia di mummificare me.
Sono vestita con il foulard pioggia, fantasia rossa plastica impermeabile, che sognavo di sfoggiare già da qualche settimana, e mi avventuro verso la portineria, a chiedere informazioni su orari di visita ufficiali, ma pure di strappi alla regola che mi consentano di entrare adesso.
Ma il portiere è già impegnato a fumarsi una sigaretta oltre il suo uscio e a parlare con un signore distinto che gli spiega che è dovuto andare d’urgenza al pronto soccorso a causa del braccialetto elettronico che sembrava aver preso vita attorno al suo polso e gli stava segando l’osso.
Mi sembra di capire che lui, il portiere e la famiglia del signore ai domiciliari che, nel frattempo ,si sta godendo questa insperata gita con il genitore galeotto, mangiando in gruppo una frittata di maccheroni fatta in casa, stanno aspettando l’arrivo di un ufficiale di polizia che autorizzi l’intervento sub-braccialetto-elettronico.
Al mio arrivo, la moglie dell’arrestato ai domiciliari mi offre un pezzo di frittata che le mie narici mi impediscono di rifiutare.
Così, tra un morso e l’altro a questa delizia, chiedo di poter vedere, mi redo conto in via del tutto eccezionale, il mio amico Pietro.
– Ma no, signò, adesso è orario di visita legale, potete entrare senza raccomandazione!
I miracoli di questa uscita da casa, sono già due: metto la frittata al primo posto.
Trovare la stanza di Pietro, invece, mi costa qualche fatica in più, per il semplice fatto che qui le informazioni te le fornisce pure chi non le ha.
Appena varco l’uscio della sua stanza, lo trovo seppellito dai quotidiani storici che, suppongo, abbia lasciato in eredità qualche centinaio di degenti che lo hanno preceduto.
Lui mi saluta come se avermi lì fosse una cosa normalissima e attacca:
– Guarda qua, guarda Tita! Ma ti rendi conto che questo farabutto stava sulla prima pagina già sette anni fa! Hai capito! Poi ci meravigliamo, ma di che? Colpa nostra! Tu devi dire ai tuoi nipoti di venire da me, glielo devi dire, così glielo spiego io qualcosa su questa gentaglia che sui giornali non troveranno mai!
– Ma a proposito di cose che non sono sui giornali, mi dici come ti sei fatto male?
– Non ci crederai! Stavo guardando una notizia sul mio cellulare…
– E sei inciampato! Ma Pietro alla tua età non si cammina guardando il…
– Macché, macché, fammi finire. Stavo guardando una notizia sul cellulare e un tizio, manco troppo giovane, me lo ha scippato di mano. Figurati che avevo un modello direi inappetibile, eppure… quando lo ha preso mi sono reso conto che dentro avevo tutti i contatti dei colleghi del giornale, i fornitori, i pubblicitari, gente che ha telefoni super privati, insomma che avevo l’agendina di Gianni Minà e che ce l’avevo sul mio telefono e mai ricopiato nulla. Mi sono lanciato all’inseguimento e nel lanciarmi sono inciampato nella mancanza di sport antidiluviana ed eccomi qua!
– Mamma mia Pietro, grazie.
Rido alle lacrime, lo so che non è gentile, ma me lo immagino dalla sorpresa alla corsa e mi sembra buffissimo.
Lui, dopo un attimo di broncio, ride con me.
– Ma grazie di che? Sei venuta tu da me a farmi visita.
Alzo le spalle. Non ho voglia di spiegare e so che Pietro capisce comunque, dal suo dolce sorriso.
Senza il social non avrei saputo che Pietro, che pure abita accanto a me, stava in un letto a gamba alzata, senza il social non avrei rivisto una parte della mia vita a fotografie lontane, non sarei stata insultata da cattolici convinti, non avrei argomenti di conversazione a proposito delle follie del mondo, come mi mostrano sui loro TikTok i miei nipoti…
Non so se i social siano un bene o un male. Qualcuno filosoficamente dirà che, come per molte cose, è l’uso che se ne fa.
Intanto a me serviranno per rintracciare la signora autrice della frittata di maccheroni ed estirpale a suon di blandizia, l’erbetta misteriosa che ha reso così saporita la pasta e le sue uova.













