Home Rubriche Homo Googlis Sindrome vittima permanente. Non basta avere ragione, bisogna soffrire

Sindrome vittima permanente. Non basta avere ragione, bisogna soffrire

vittima permanente

C’è un momento preciso, in ogni discussione contemporanea, in cui la logica cede il passo alla biografia. Si sta argomentando di un fatto, di un dato, di una norma. Di calcio, politica o musica; non importa di che cosa.

E, improvvisamente, l’interlocutore smette di rispondere all’argomento e comincia a rispondere all’aggressione. Perché ti chiede come mai lo aggredisci, perché sei violento, che cosa ti ha fatto.

Peccato che nessuno lo avesse aggredito. Lo avevano solo, modestamente, contraddetto.

Benvenuti nell’ultima evoluzione dell’Homo Googlis: non più chi cerca di avere ragione, ma chi cerca di avere torto nel modo più rumoroso possibile, per trasformare la sconfitta argomentativa in vittoria morale.

Il meccanismo è elegante nella sua semplicità.

Se perdo un dibattito sui fatti, ho perso. Ma se trasformo il dibattito in una persecuzione, vinco comunque: non più sul piano della verità, dove ho torto, ma sul piano della compassione, dove ho sempre ragione.

Non si discute più con le vittime. Si discute contro le vittime e questo, si sa, è socialmente inaccettabile. Game over, senza nemmeno aver giocato.

Fu Robert Hughes, critico d’arte australiano trapiantato a New York, a fotografare con anticipo profetico questo meccanismo.

Nel suo libro ‘La cultura del piagnisteo’, scritto agli inizi degli anni Novanta sull’onda delle guerre culturali americane, Hughes osservava qualcosa che allora sembrava un eccesso accademico e che oggi è diventato il sistema operativo del dibattito pubblico globale: la posizione di vittima, lungi dall’essere subita, viene attivamente agognata, perché garantisce un esonero morale permanente da ogni critica.

Non importa se la vittima sia di destra o di sinistra, religiosa o laica, antiabortista o femminista: la grammatica è identica, cambia solo il dizionario.

Hughes scriveva di un’America lacerata dal politicamente corretto. Non poteva immaginare che, trent’anni dopo, il meccanismo sarebbe sopravvissuto al proprio nemico: oggi è il presunto “scorretto”, il ribelle anti-sistema, il dissidente da social network, a praticare lo stesso piagnisteo che diceva di voler combattere. Cambiano le bandiere. Resta identico il pianto.

L’Homo Googlis ha perfezionato il sistema fino a renderlo automatico. Una critica al suo lavoro diventa “mobbing”. Un dissenso politico diventa “violenza verbale”. Una recensione negativa diventa “body shaming”, anche quando riguardava il libro e non il fisico dell’autore.

La sconfitta in un confronto di idee, semplicemente, non viene più accettata come tale: viene immediatamente tradotta nel linguaggio del trauma, perché il trauma, a differenza dell’argomento, non si discute. Si rispetta. O almeno, questa è la pretesa.

È quella che i sociologi della cultura chiamano competizione delle vittime: un mercato, sempre più affollato, in cui non si gareggia più per chi ha ragione, ma per chi ha sofferto di più, o sostiene di averlo fatto. E come in ogni mercato, vince chi sa vendersi meglio, non chi possiede merce migliore.

Il rovescio grottesco è che la vera sofferenza, quella che non si esibisce perché non ha tempo né voglia di farlo, viene progressivamente sommersa dal rumore di chi la simula con maggiore professionalità.

Chi soffre davvero, in genere, tace. Chi soffre per strategia, scrive un post, lo accompagna con un’emoticon adeguata e aspetta i commenti di solidarietà. Funziona quasi sempre.

Naturalmente, qualcuno, leggendo questo articolo, si sentirà attaccato. È, paradossalmente, la prova più solida della tesi.

L’ultima arma di chi ha perso tutte le altre non è il silenzio dignitoso della sconfitta. È il singhiozzo amplificato da un microfono. E funziona, finché qualcuno avrà ancora voglia di scambiare le lacrime per argomenti.